Un’ipertrofia dei consorzi del vino potrebbe ostacolare la capacità del sistema vitivinicolo italiano di affrontare le grandi sfide che lo attendono: dal controllo delle produzioni alla crisi dei consumi fino ai cambiamenti climatici. Negli ultimi quattro anni, attorno alle denominazioni territoriali, si è assistito a un incremento nella costituzione di nuovi enti, favoriti dalla legge sul Testo unico del vino (238/2016), che assegna loro maggiori competenze e, allo stesso tempo, apre le porte all’accesso a risorse economiche nazionali ed europee.
Per fare alcuni esempi, nel post pandemia sono nati il Consorzio vini della Valle d’Aosta, Consorzio Terre di Reggo Calabria, quello della Doc Gravina. Più di recente, è stato annunciato il Consorzio del Cesanese di Olevano Romano, nel Lazio, potrebbe costituirsi in Sicilia un ente di tutela per la Doc Menfi, mentre il Nizza Docg ha scelto di uscire dal Consorzio Barbera d’Asti e vini del Monferrato per camminare da solo. In altri casi, le aziende hanno scelto l’aggregazione, come per il Consorzio Emilia-Romagna a tutela del Pignoletto o come le Colline Teramane Docg, rientrate dopo un lungo divorzio nei Vini d’Abruzzo grazie a un piano di riorganizzazione delle Dop e Igp regionali. Nel 2024, il Masaf ha riconosciuto ufficialmente tre nuovi enti di tutela per le Doc Terralba (Sardegna), Carmignano (Toscana) e Tintilia del Molise. Sono 137 quelli riconosciuti ufficialmente dal ministero dell’Agricoltura al 31 agosto 2025.
Un fermento di natura multidirezionale che, di sicuro, non passa inosservato agli occhi della Federdoc, la Confederazione nazionale dei consorzi volontari per la tutela delle Denominazioni dei vini italiani (80 gli aderenti, e due nuovi ingressi nel 2025), chiamata a gestire questa delicata transizione. Il presidente Giangiacomo Gallarati Scotti Bonaldi, dalle pagine del settimanale Tre Bicchieri del Gambero Rosso, avverte sui rischi di un’assenza di visione di sistema: «In questa crescita, ci sono ragioni istituzionali, economiche, territoriali e strategiche. Ma la nascita di un numero eccessivo di consorzi rischia di frammentare il sistema nazionale delle Indicazioni geografiche, incidendo negativamente sulla capacità di gestione, promozione e tutela del patrimonio vitivinicolo italiano». E poiché da tempo ci si chiede se oltre 500 Dop e Igp facciano davvero il bene della viticoltura italiana, è lecito porsi la stessa domanda sugli enti che le governano.

Federdoc – presidente Giangiacomo Gallarati Scotti Bonaldi
Presidente, partiamo dalle sfide che oggi ha di fronte il vino italiano.
In un contesto geopolitico che sottopone la vitivinicoltura italiana a sfide, economiche, ambientali e sociali, il comparto deve confrontarsi sia con trasformazioni sociologiche e l’evoluzione dei consumatori, sia con l’accentuarsi dell’instabilità climatica che impone strategie di salvaguardia del patrimonio nazionale. In tale scenario, l’aggregazione è strategica e imprescindibile. E i consorzi sono, in tale contesto, la massima espressione di tale principio.
Per quali motivi?
Perché riuniscono l’intero sistema produttivo del vino e ne rappresentano un osservatorio privilegiato sulle principali questioni di natura tecnica, economica e regolamentare sulle Dop e le Igp.
Anche lei ha notato questo recente incremento degli enti?
Negli ultimi anni, si registra una progressiva crescita e costituzione di nuovi consorzi. E il fenomeno si spiega con ragioni di ordine istituzionale, economico, territoriale e strategico.
Andiamo nel dettaglio.
Sotto il profilo istituzionale e normativo, il riconoscimento ufficiale del ruolo dei consorzi da parte del legislatore nazionale e comunitario, e il nuovo Regolamento Ue 1143/2024, ha consolidato la loro funzione di garanti di qualità, tracciabilità e corretta gestione delle denominazioni. La costituzione di nuovi consorzi consente, pertanto, più autonomia decisionale e gestionale, e favorisce una governance più aderente alle specificità produttive.

Quali le ragioni economiche?
L’intensificarsi della competizione internazionale e la necessità di valorizzare il made in Italy sui mercati globali rendono indispensabile l’azione congiunta dei produttori. I consorzi sono strumenti fondamentali per la promozione collettiva, la difesa giuridica delle denominazioni da contraffazione o evocazione indebita, e per l’accesso a forme di finanziamento pubblico. Inoltre, consentono di ottimizzare le risorse, realizzare economie di scala e attuare strategie di marketing integrato, per rafforzare la competitività.
E poi ci sono territorio e comunicazione.
Si, la nascita di nuovi consorzi risponde all’esigenza di valorizzare e preservare le peculiarità locali, rafforzando il legame vino-territorio. Ciò contribuisce a tutelare biodiversità e tradizioni enologiche e a promuovere lo sviluppo socioeconomico con l’enoturismo e la creazione di sistemi territoriali integrati. Infine, in termini strategici e comunicativi, i consorzi sono determinanti nella costruzione e tutela dell’immagine delle Dop, garantendo coerenza nei messaggi, uniformità negli standard qualitativi e una rappresentanza istituzionale autorevole nei confronti di istituzioni, media e mercati internazionali.
Come sta il sistema italiano dei Consorzi di tutela?
Siamo in fase di profonda trasformazione. E tale cambiamento riflette una crescente consapevolezza del loro ruolo strategico. Negli ultimi anni, la nascita di nuove realtà è il segno evidente di una ritrovata consapevolezza della necessità di tutelare e promuovere i nostri vini di qualità e all’esigenza di proteggere una leva fondamentale dell’economia nazionale.
Compito non facile…
Tutt’altro che semplice. All’aumentare della notorietà e del prestigio dei vini italiani a denominazione, cresce il rischio di condotte sleali e politiche di mercato che mirano a svilirne il valore o a sfruttarne la reputazione. Ecco che i Consorzi assumono una funzione sempre più determinante.

Quali azioni stanno attuando, in particolare?
Stanno investendo in nuovi piani programmatici e strumenti operativi per sostenere crescita ed evoluzione delle Do, con azioni mirate di promozione internazionali, progetti di sostenibilità ambientale e sociale, digitalizzazione della filiera e campagne di sensibilizzazione dei consumatori. Ma la loro evoluzione si nota anche in una più marcata integrazione tra tutela e sviluppo, che consente di coniugare l’identità territoriale con la modernità delle pratiche produttive. Oggi, i consorzi non sono più soltanto strumenti di difesa del nome e della reputazione dei vini, ma veri e propri attori di governance del territorio, capaci di coordinare imprese, istituzioni e comunità locali verso obiettivi di crescita sostenibile e competitiva.
E Federdoc come giudica questo fenomeno?
Come organizzazione di rappresentanza e coordinamento dei consorzi, guardiamo con grande favore a questa evoluzione. Si tratta di un momento di crescita strutturale e culturale. E la nascita di nuovi enti è un segnale di vitalità ma anche l’espressione di una maturazione collettiva. Tuttavia, sappiamo che l’aumento del loro numero richiede un costante lavoro di coordinamento, armonizzazione e sostegno, per evitare frammentazioni e sovrapposizioni di competenze.
Cosa potete fare?
Come punto di riferimento stabile, Federdoc intende accompagnare i nuovi consorzi garantendo assistenza tecnica, giuridica e istituzionale. Inoltre, promuovere l’aggregazione tra gli enti, favorendo sinergie territoriali e progettuali per aumentare la massa critica. Il loro rafforzamento non è solo un obiettivo settoriale, ma un elemento strategico di politica agricola e culturale.
Evidente che ci siano ancora dei punti critici. Dove deve migliorare la legislazione?
L’attuale quadro normativo nazionale sui consorzi dei vini a Do e Ig necessita di un adeguamento che consenta di operare con strumenti coerenti alle nuove sfide e con la normativa europea recentemente riformata. Nello specifico, la legislazione deve riconoscere pienamente ai consorzi il ruolo di gestori e garanti di un patrimonio collettivo di rilevanza strategica, dotandoli delle facoltà necessarie per assicurare una tutela efficace, una promozione coordinata e una gestione sostenibile delle Do.
In poche parole, si deve mettere mano al Testo unico del vino.
L’aggiornamento della Legge n. 238/2016 dovrà recepire integralmente le innovazioni della riforma europea delle Ig, assicurando ai Consorzi maggiore capacità di intervento in materia di gestione dell’offerta, sostenibilità ambientale e promozione, per affrontare con efficacia le criticità come sovrapproduzione, cambiamento climatico e contrazione dei consumi. Il vino è un pilastro dell’economia nazionale, con oltre 11 miliardi di euro di valore della produzione e circa 330mila addetti diretti e indiretti. Garantire ai consorzi strumenti adeguati significa rafforzare la competitività.

Al di là dei problemi normativi, il proliferare di associazioni può mettere in crisi il sistema?
Federdoc da sempre ha sostenuto l’aggregazione in tutte le sue forme, come elemento strategico del comparto vitivinicolo. Anche rispetto alla costituzione di nuovi consorzi, riteniamo preferibile fare sistema, piuttosto che la proliferazione di organismi di piccole dimensioni e poca rappresentatività.
Quindi il rischio esiste?
Un numero eccessivo di consorzi rischia di frammentare il sistema nazionale delle Ig, incidendo negativamente sulla capacità di gestione, promozione e tutela del patrimonio vitivinicolo italiano. Strutture troppo piccole o prive di adeguate risorse economiche e professionali potrebbero non essere in grado di assolvere efficacemente le funzioni che la legge attribuisce loro, compromettendo l’efficacia complessiva delle azioni di tutela e valorizzazione. In un settore complesso e competitivo come quello vitivinicolo, la gestione efficace delle Ig richiede risorse adeguate, competenze specialistiche e una visione condivisa.
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