LVMH ovvero Louis Vuitton Moët Hennessy S.A: il colosso del lusso che riunisce alcune delle più importanti cantine del mondo, come Ruinart, Château d'Yquem e Moët et Chandon. Ma non solo. LVMH include anche diverse referenze del nuovo mondo enologico. Le abbiamo degustate per voi, e ora ve le raccontiamo.
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Parlare di LVMH- Louis Vuitton Moët Hennessy S.A., nome esteso della holding francese – significa confrontarsi con un colosso, non solo per quanto riguarda il mondo del vino, bensì del lusso in generale. Parliamo di un gruppo che ha al suo interno marchi come Dior, Louis Vuitton, Fendi in àmbito di moda, restando nel settore vino potremmo citare Ruinart, Château d’Yquem e Moët et Chandon in Francia, cui vanno aggiunti numerosi vigneti e proprietà in Australia, Nuova Zelanda, Argentina, Sudafrica, solo per citarne alcune. Ecco, vorremmo parlare proprio di quest’ultimo ramo della holding francese, quello dei vini prodotti nel nuovo mondo enologico.

L’occasione è stata un evento ospitato dall’hotel Cavalieri Hilton di Roma, che ha portato in degustazione alcuni vini della divisione Estates & Wines di LVMH abbinati a piatti dalla matrice internazionale, a partire dalla materia prima: spiedini di canguro, gamberi australiani, costolette d’agnello neozelandese (deliziosamente tenere), gazpacho argentino con pasta monograno, carne argentina alla griglia e un dolce di cioccolato Valrohna.

Il primo vino servito è stato lo Chardonnay 2010 di Cloudy Bay, zona Marlborough: si tratta di un bianco ben fatto, dal gusto molto internazionale, con evidenti passaggi in legno, una spiccata dolcezza, note di burro fuso e fiori di campo e una bocca morbida e avvolgente. Un vino che emoziona? Forse no, ma è perfettamente confezionato, può essere un ottimo aperitivo grazie al suo corpo, alla sua setosità e a un carattere versatile che può andare d’accordo con pesce e carni bianche, ma anche formaggi. Con il secondo vino si resta in Oceania, precisamente Margaret River, una regione climaticamente associata a Bordeaux. In questo caso si parla di uno Shiraz 2011 dell’azienda Cape Mentelle, speziato, fresco, con una bocca sferzate e un legno ben dosato che non addolcisce troppo. Frutti di bosco, ma anche cioccolata e foglie di tabacco donano un gusto versatile che, anche in questo caso, potremmo definire positivamente internazionale. Il vino successivo è argentino, un single vineyard annata 2008 del bellissimo vigneto Las Compuertas di Mendoza. Qui la varietà è il malbec, uva a bacca rossa molto diffusa nel bordolese che l’azienda Terrazas de los Andes lavora con maestria europea, dando vita ad un vino rosso di carattere, in grado di sprigionare tutta l’intensità di questo vitigno. È un rosso pieno di sfaccettature, solo inizialmente ostile e austero, ma che nel bicchiere riesce pian piano a esprimersi con eleganza e piacevolezza. Accompagnato da carni alla griglia riesce a essere molto affascinante, soprattutto quando il palato ben stimolato dalla succulenza della carne, accoglie i tannini a questo punto ingentiliti e decisamente più scorrevoli. L’ultimo vino assaggiato è senza dubbio il migliore: Cheval des Andes 2007. Nasce da un terroir argentino di malbec di Terrazas de los Andes, tra i più importanti in assoluto del Sud America, e assembla uve malbec, cabernet sauvignon, cabernet franc, merlot and petit verdot. Invecchiato in botti di rovere, risulta tutt’altro che dolce, ha anzi un’anima molto scura, speziata con note di pepe nero, è penetrante e con un tannino appena asciugante, ma di grande fascino. Un vino da meditazione, in cui anche la morbida consistenza ha un ruolo di primo piano con le sue sensazioni tattili, da bere con calma, saprà regalare ad ogni sorso bellissime sensazioni.
Ha quindi ancora senso di parlare di nuovo mondo del vino? In un certo senso sì, ma si tratta di realtà che, al di là dei gusto delle preferenze personali, è fondamentale conoscere, dato per scontato il ruolo principe del Vecchio Continente. Questi vini rappresentano infatti nuove interpretazioni tutt’altro che scontate, nuove visioni che potrebbero contribuire all’evoluzione dell’enologia globale.

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a cura di Alessio Noè