I “Signori del Vino” su Rai Due sembra aver trovato la formula per raccontare territori, cantine, vitigni e vini al grande pubblico. Come? Lo abbiamo chiesto a Marcello Masi

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Incontriamo Marcello Masi, direttore del Tg2 e appassionato di buon cibo e buon vino, per comprendere le origini del successo de I Signori del Vino, programma curato assieme a Rocco Tolfa. Un programma che, puntata dopo puntata sta diventando un cult per tutti gli italiani appassionati di enogastronomia. L’appuntamento è fissato a Saxa Rubra, nelle stanza direttoriale del Tg2 dove, tra bottiglie sparse, targhe e manuali enologici, tutto sembra essere inaspettatamente familiare per ogni wine lover.

 

Direttore non si può dire che lei nasconda il suo grande amore per il vino. Possiamo chiederle quando è nata questa passione?

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Al di là, come si può notare, di un Dna e una predisposizione fisica ereditata dalla famiglia, sicuramente tutto questo ha inizio quando, a 11 anni, avevo l’incombenza di prendere il vino per casa. Eravamo ad Arsoli, ai confini dell’Abruzzo, dove la mia famiglia gestiva anche un’osteria. Ricordo questa lunga scalinata che dovevo percorrere per acquistare il famoso bottiglione da due litri di rosso sfuso. Devo confessare che era molto cattivo, ancora oggi sto cercando di capire che uva fosse usata per farlo ma, nonostante tutto, la curiosità di bambino mi spingeva a mettere le labbra nel bicchiere di mio padre per scoprirne il sapore. Per farla breve, se da una parte nella mia famiglia, di origine contadine, il vino è stato sempre un alimento fondamentale, dall’altra il sapore acre di quel r osso mi ha allontanato. E infatti fino a circa 20 anni ero astemio…

 

E poi, che è successo?

Man mano ho cominciato a scoprire, anche grazie ai primi lavori, i grandi vini di qualità prodotti in Italia. Il vero colpo di fulmine l’ho avuto negli anni ’90 bevendo un sontuoso Amarone della Valpolicella di Quintarelli. Grazie a quella bottiglia il mio amore per il vino è cresciuto esponenzialmente e, ancora oggi, questa Docg è una delle mie preferite anche se amo moltissimo il sangiovese, il nebbiolo e i grandi vini francesi tra cui lo Champagne.

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Il suo percorso nel mondo dell’enogastronomia è segnato da Eat Parade, la rubrica televisiva dedicata alle eccellenze agroalimentari italiane. Cosa significa, per un appassionato come lei, curare questa trasmissione da quasi quindici anni?

Se l’Amarone della Valpolicella di Quintarelli è stato importante nella mia vita di degustatore, questa trasmissione, nata da una felice idea di Clemente Mimun e condotta da Bruno Gambacorta, ha rappresentato il vero punto di svolta per la mia vita, non solo di giornalista, visto che per lavoro, e non più per hobby, cominciai ad occuparmi seriamente di enogastronomia con un taglio molto forte sulla cucina italiana. La mia intuizione più grande, e lo dico con orgoglio visto che al tempo nessuno lo faceva, è stata di puntare l’attenzione sui territori e i loro prodotti e non sugli chef, visti come trasformatori di eccellenze e non come star da celebrare. Con questo approccio il mio atteggiamento verso il vino ha preso una strada diversa, perché se prima bevevo leggendo al massimo l’etichetta, da Eat Parade in poi ho voluto capire cosa ci fosse realmente dietro una bottiglia di vino. Ho cominciato a leggere le riviste specializzate, a visitare le vigne, a entrare nelle cantine, a parlare con vignaioli e addetti al settore che, posso garantire, sono tutte persone eccezionali con qualità non riscontrabili in altri ambiti.

 

I Signori del Vino sembra pertanto un logico proseguimento di un percorso di conoscenza nato con Eat Parade. È così?

Sì, questo programma nasce dal fastidio del vedere che in Tv il vino è relegato a un ruolo marginale all’interno dei programmi enogastronomici dove, al massimo, un sommelier si limita a far roteare il vino nel bicchiere fornendo pochissime altre indicazioni. Questo fastidio, protratto per molto tempo, ha portato me e Rocco Tolfa a pensare al programma ispirandoci ai viaggi in Italia di Mario Soldati dove il territorio, questa parola ritorna, è riportato di nuovo al centro dell’attenzione.

 

È stato facile passare dalle parole ai fatti?

Assolutamente no, in Rai la situazione non era florida e noi, come direttore e vicedirettore di un Tg, non potevamo di certo cercare sponsor privati. Perciò siamo andati a chiedere delle sovvenzioni al Ministero e, dopo tanti tira e molla legati agli avvicendamenti politici, siamo riusciti ad ottenere un minimo budget per partire. Il problema successivo, poi, è stato convincere i vertici di Viale Mazzini a mettere in palinsesto un programma del genere. Fortunatamente, essendo I Signori del Vino quasi un programma a costo zero per la Rai, ci hanno dato per la prima edizione un piccolissimo spazio che era di sabato a mezzanotte con la replica la mattina della domenica alle otto.

 

Una missione quasi impossibile….

Già perché il sabato a quell’ora gli amanti del vino sono fuori casa a berlo e la mattina dopo stanno a letto a riposarsi dalle fatiche del giorno prima! Però, nonostante tutte le difficoltà, siamo arrivati a circa 600.000 telespettatori e questo risultato è stato accolto con grande sorpresa e soddisfazione da chi ha creduto in noi e così, sull’onda di un successo inaspettato, siamo arrivati alla seconda stagione dove ci hanno premiato piazzando il programma di sabato pomeriggio subito dopo Sereno Variabile.

 

La nuova collocazione vi ha premiato?

Sicuramente sì: siamo arrivati a una media di oltre un milione e mezzo di telespettatori diventando in alcuni casi il programma più visto del pomeriggio di Rai Due. Ma chi se lo immaginava?!

 

Il motivo di questo successo?

Con questo programma vogliamo incuriosire le persone non facendo roteare il vino nel bicchiere ma attraverso la bellezza dei territori e la passione della gente che ci lavora. Vogliamo raccontare il mondo vitivinicolo, compreso il suo impatto economico e sociale, in maniera semplice e diretta così come si addice a una Tv generalista.

 

Vi hanno accusato di dare spazio ai soliti noti del mondo del vino. Come scegliete i produttori da visitare?

È vero, ho letto queste critiche in Rete ma posso dire che, almeno all’inizio, non potevamo fare altrimenti. Alle spalle, come consiglieri, abbiamo Assoenologi, Ais, Fis, Fisar e Onav, tutte realtà importanti in Italia alle quali sottoponiamo le nostre idee che possono essere assecondate oppure integrate se ci scordiamo qualcuno di importante. Alla fine stiamo visitando solo quei produttori che hanno importanza da un punto di vista meno specializzato e più generalista.

 

Non pensate di dar visibilità anche ai piccoli produttori meno noti che magari fanno altissima qualità?

Certo ma, ribadisco, almeno inizialmente abbiamo voluto che il grande pubblico, quello meno esperto, conoscesse coloro che hanno fatto la storia del vino in Italia. Iniziare con le nicchie di mercato sarebbe stato ottimo per gli esperti ma avremmo ignorato il grande pubblico di Rai Due. Posso assicurare comunque che i Signori del Vino, in futuro, andrà anche alla scoperta dei piccoli artigiani del mondo vitivinicolo. Certo, accontentare tutti è difficile, ma ci proveremo.

 

L’altra critica che vi fanno è che il programma, con i suoi trenta minuti circa, è troppo sintetico

Vero, purtroppo lo spazio che ci è stato concesso è ancora molto ridotto. Se mi dessero due ore a puntata sarei contentissimo perché potremmo sviscerare molti argomenti che oggi sintetizziamo. Accontentiamoci, per ora.

 

Progetti futuri?

Siamo preparando una speciale sul Vinitaly 2016 e poi, come già anticipato, continueremo a andare avanti con I Signori del Vino cercando stavolta di approfondire il discorso sui territori e i vitigni svelando anche piccole realtà ora nascoste. Un progetto ambizioso ma stimolante.

 

L’ultima domanda riguarda l’attuale comunicazione del vino in Italia. Lei, da giornalista navigato, ha dei consigli da dare o delle critiche da fare?

Su questo ho le idee molto chiare: mi piacerebbe che l’attuale critica enologica in Italia fosse meno specialistica perché sono sicuro che certi ipertecnicismi allontanino le persone dal mondo del vino. Parlare quasi esclusivamente di rese per ettaro, tipologia del portainnesto, qualità dei tannini, durate delle macerazioni, oppure descrivere un vino con mille descrittori sconosciuti sono sicuro che sia controproducente.

 

Come si potrebbe o dovrebbe fare invece?

Se invece leghiamo la descrizione di un vino al suo territorio parlando, ad esempio, della storia dell’azienda, dei sogni, delle difficoltà e dei successi del vignaiolo, non solo aiutiamo il lettore o il telespettatore a capire meglio ciò che sta bevendo ma, nel frattempo, creiamo il mito del vino. Il Sassicaia, ad esempio, non sarebbe oggi uno dei vini più importanti in Italia se questo prodotto fosse slegato dalla storia personale del Marchese Mario Incisa della Rocchetta. La critica dovrebbe cercare di abbandonare gli approdi sicuri navigando di più in mare aperto perché, ripeto, se rimane ancorata a concetti per pochi eletti, i soli capaci di tradurre in valore certe espressioni, allora non si va avanti perché si rivolgerebbe ad un 2% di persone lasciando fuori un 40% di nuovi potenziali appassionati di vino. Lo spazio c’è, sta a noi sfruttarlo a dovere.

 

a cura di Andrea Petrini