Dal Castello di Semivicoli al cinema: Marina Cvetic racconta i suoi ricordi, la sua visione aziendale, i suoi obiettivi e la sua famiglia. In una conversazione che parte da Depardieu e arriva alle quote-rosa nei giorni in cui il film ‘Niente può fermarci’, di Cecinelli e con Gérard Depardieu, girato nel suo castello, esce nelle sale. Intervista alla moglie del compianto produttore di vino Gianni Masciarelli.

Pubblicità

Il seicentesco Castello di Semivicoli – che ha dato il nome al trebbiano di Masciarelli – è stato scelto come set del cortometraggio Punti di vista di Pierluigi Di Lallo e, prima ancora del film Niente può fermarci, diretto da Luigi Cecinelli, con Gérard Depardieu, Serena Autieri, Gianmarco Tognazzi e Vincenzo Salemme, in uscita proprio in questi giorni. Dal set alla vigna alla vita: ecco la conversazione con Marina Cvetic.

È il cinema che è di casa nel mondo del vino o è il vino che è ormai una star del mondo del cinema?
Qualsiasi prodotto di eccellenza può essere una vetrina straordinaria per il territorio a cui appartiene, nel nostro caso è il vino, dietro al quale possono nascere tante attività di supporto all’economia di una regione. Noi possediamo vigneti in varie zone di Abruzzo e cerchiamo di mantenere alta la qualità. La nostra è una storia prima italiana e poi abruzzese, la storia di Gianni Masciarelli del suo modo di pensare, di essere e di fare il vino. Il suo progetto inizia più di 30 anni fa, e intende dare voce alla regione Abruzzo, un Abruzzo contemporaneo. Ho sposato l’uomo ma anche le sue idee, che cerco di portare avanti insieme ai miei figli. E il Castello di Semivicoli rappresenta un luogo speciale per il vino, ma anche per l’arte e la cultura. Ben venga anche il cinema.

È vero che nel castello esiste la porta segreta che collega la stanza della baronessa con la chiesa del paese oppure è un’invenzione cinematografica?
Si, esiste una porta segreta nel castello che si trova nella zona ancora non restaurata. È necessario spostare molte cose per capire dove conduce e si tratta di lavori piuttosto lunghi. Ma come in ogni castello si sono sviluppate storie e leggende, più o meno credibili: quelle del fattore, di chi ha vissuto e ha partecipato alle feste del castello. La manager che lo gestisce oggi è proprio la nipote del fattore che ha lavorato lì per 50 anni.

Pubblicità

Nel film Depardieu interpreta Henry, uno scorbutico contadino produttore di vino che, rimasto vedovo, condivide la propria cascina con la sua unica figlia ventenne Monique. Si ha l’impressione che lui, nella vita reale produttore di vino, abbia trovato una storia e un ambiente per lui straordinariamente congeniale. Come è stato il rapporto tra voi due?
È il rapporto che si ha con una persona con cui si condividono gusti o passioni, non serve parlare più di tanto: si crea un feeling. Depardieu è un talento, una leggenda del cinema e un uomo appassionato di buon vino, di buon cibo e dei piaceri della vita. Nel periodo in cui è stato qui era molto calmo, ispirato. Gli ho mostrato la cantina, ha girato nella vigna, e lo ha fatto esprimendo un forte senso di appartenenza, di relazione, mi viene in mente il modo in cui ha accarezzato le viti, il gesto di un uomo che sfiora, ama e comprende la natura. I vignaioli sono fortunati perché possono vivere a contatto con una natura spesso incontaminata e in Abruzzo si può facilmente fuggire dalla città, dallo stress, si può sentire il canto degli uccelli o di una sorgente, e stare in solitudine in mezzo alla natura: una delle sensazioni più belle del mondo.

È vero che lei ha definito ‘selvaggio’ Depardieu per la sua abitudine di mangiare con le mani?
Si, ma con simpatia, ha mangiato nel mio piatto con le mani, ma è una cosa che faceva anche mio marito e fa mio figlio, quindi non mi disturba, lo vedo come un gesto di spontaneità.

Nel film Pierluigi Di Lallo interpreta il direttore di una clinica psichiatrica, è merito suo la scelta dell’Abruzzo come set, e lo stesso Di Lallo ora ritorna qui per il suo cortometraggio. È un rapporto duraturo con la famiglia Masciarelli…
Di Lallo è un amico, un fan della famiglia Masciarelli, un comico talentuoso, con cui ci piace stare insieme e scherzare. Lui è di origine abruzzese e torna volentieri alla sua terra quando gli è possibile. Anche per lavoro.

Si dice che tra le barrique della sua azienda vengono diffusi i canti gregoriani dell’Abbazia di Sant’Antimo. È vero?
Mio marito era appassionato dei canti gregoriani e andava ad ascoltarli almeno una volta l’anno all’Abbazia di Sant’Antimo, in Toscana. Ho trovato una raccolta di CD di Gianni e abbiamo deciso di diffondere la sua musica nella barricaia. Questo ci fa sentire Gianni vicino. La sua presenza è percettibile ovunque in azienda, attraverso i suoi panama, i suoi libri, la musica o i vestiti.

Pubblicità

Quale è il suo film preferito sul vino?
“Il profumo del mosto selvatico” ha segnato un’epoca, anche quello mi sembra una poesia, come i film di Olmi che sono vere opere d’arte. Mi piace per la centralità in cui pone l’uomo. Credo in una cultura del vino che vuol dire unire le persone, socializzare, parlare, condividere, ascoltare musica: la gioia del confronto.

Tra i film legati al mondo del vino anche quello di Nossiter, Mondovino. Quanto è difficile mantenere la propria specificità, non farsi tentare dal gusto e dalla moda predominante?
Le mode del vino vanno e vengono, c’è chi le segue, non lo critico: ogni azienda ha la propria filosofia e i propri obiettivi, e possono essere anche unicamente commerciali. Per quanto mi riguarda i soldi non sono il mio obiettivo. Masciarelli rappresenta un percorso di vita, che include anche cambiamenti ed evoluzioni (per esempio 3 anni fa abbiamo piantato sirah). Abbiamo identità e radici forti, e la curiosità di tentare nuove strade, per tornare poi comunque a casa. Alla fine è il mercato che ci giudica.

Lei ha tre figli, chi tra loro porterà avanti la cultura dell’azienda?
Uno ha 5 anni, la seconda ha 13 anni e la prima 23. Girano da sempre in azienda, hanno fatto i compiti nell’ufficio, spesso li porto con me. Mi trovo a essere mamma, papà e capo di un’azienda. Il progetto del vino è a lungo termine e include competenze di varie specie: se avranno la passione, come è stato per i loro genitori, saranno i benvenuti nell’azienda. Se invece avranno passione per altre cose la loro mamma li aiuterà se si impegneranno.

È stata subito a suo agio in questa attività, prettamente maschile, o ha dovuto affrontare delle difficoltà e in caso affermativo quali?
La società italiana ha un’impronta maschile ancora oggi, ma il mondo vitivinicolo ha visto un cambio generazionale, così oggi assistiamo a un processo naturale di inserimento delle donne nel mondo del vino, non solo come operatrici del settore (sommelier, ristoratrici etc.) ma come produttrici e ambasciatrici del vino. Ho un carattere piuttosto forte, forse ho impiegato più tempo per farmi capire e ora ci sono molte donne abruzzesi che sono mie sostenitrici, non mi sento sola.
Ma è un discorso che esula da me: è importante che anche in Italia ci sia parità tra uomo e donna. Il lavoro duro della terra è stato svolto, secondo la tradizione, dall’uomo, ma è bene per tutti che la donna lavori, soprattutto oggi, con la crisi, serve il contributo di tutti in famiglia. Ma non ci sono i servizi per le famiglie, per anziani o bambini, che invece andrebbero raddoppiati per aumentare la produttività e il benessere. Credo che il governo italiano non dia abbastanza possibilità alle donne che lavorano, aiutandole attraverso i servizi sociali. La componente femminile ha capacità, energia, competenza, talento, molte donne hanno una formazione universitaria. Una mamma che studia, lavora, riesce a seguire meglio il figlio. Personalmente sono a favore delle quote-rosa, la donna italiana è matura, competente, coraggiosa e preparata nelle materie economico-finanziarie, ma c’è ancora scarsa rappresentanza delle donne nell’economia italiana. Mentre le imprese agricole femminili sono aumentate molto negli ultimi tre anni rispetto a quelle maschili.

L’Italia oggi è al primo posto, ha superato la Francia, per la produzione del vino. Un suo commento.
La Francia ha 300 anni di storia nel mondo del vino. L’Italia è molto più giovane ma ha fatto passi da gigante soprattutto nelle zone nuove, rispetto alla Toscana o al Piemonte, di produzione del vino. La sua storia è recente, in 35 anni molti vitigni sono diventati marchi di punta nel settore vitivinicolo, di cui i ministri dovrebbero rendersi conto maggiormente. Il vino fa parte dell’orgoglio nazionale.

a cura di Antonella Cecconi