Mediterraneo

La biblioteca di semi che sopravvive alle bombe del Libano

Il collettivo agricolo Buzuruna Juzuruna salva e redistribuisce semi antichi del Mediterraneo, intrecciando biodiversità, solidarietà e resistenza tra Libano e Siria

  • 29 Maggio, 2026
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La Bekaa Valley è una delle pianure più fertili del mondo antico, culla dell’agricoltura mediterranea. È qui, nel villaggio di Saadnayel a pochi chilometri dal confine siriano, che nel 2016 un gruppo di venti persone ha fondato Buzuruna Juzuruna (BuJu). In arabo: i nostri semi sono le nostre radici. La fattoria è piccola, due ettari, ma funziona come un organismo molto più grande. Cereali antichi, ortaggi, piante medicinali, fiori, alberi giovani lungo il perimetro. Al centro, una grande tenda da circo gialla e rossa. I soci sono agronomi, ingegneri, contadini di lungo corso, artisti. Libanesi, siriani, francesi. La maggior parte vive sul posto o nelle vicinanze immediate. Oggi la biblioteca di semi conta oltre 250 varietà locali antiche tra cereali, ortaggi ed erbe. E ogni ciclo produttivo genera circa 150.000 piantine.

Semi recuperati in Europa, restituiti al Mediterraneo

Il collettivo funziona in modo orizzontale: nessuna gerarchia, tutte le voci con lo stesso peso. Una scelta etica, ma anche strutturale, in un paese che ha attraversato crisi economica, esplosione portuale, pandemia e guerra nel giro di pochi anni, la verticalità è un rischio che nessuno può permettersi. La missione centrale è la conservazione dei semi antichi. Ma c’è un paradosso nel punto di partenza: la maggior parte di quei semi, originari di questa regione, di questa terra, è stata recuperata da banche europee. Il Mediterraneo (a cui il Gambero rosso dedicherà l’evento Rotte Mediterranee – Terra Mare Visione, il 19 giugno a Napoli) come culla dell’agricoltura mondiale, svuotato nei decenni di quello che aveva generato, costretto a recuperarlo attraverso archivi del Nord.


“La perdita di biodiversità coltivata è a volte più forte nelle fasi di ricostruzione che nei momenti di conflitto,” racconta il collettivo “quando la macchina dell’umanitario e dello sviluppo capitalista permette agli investitori di conquistare nuovi mercati e imporre il proprio paradigma produttivista.” Contro questa logica, BuJu oppone la distribuzione gratuita di semi, di saperi, di formazione. Molti dei membri sono rifugiati siriani, la Bekaa ne ospita oltre 360.000. Walid, originario della campagna di Aleppo, lavora la terra a Saadnayel, prepara il suolo per le coltivazioni invernali, mette a bagno i semi e li divide.

“La terra è nostra madre, veniamo dal suolo, e al suolo torniamo,” dice. “Senza terra perdiamo la nostra identità e il nostro orgoglio. Diventiamo un popolo senza luogo.” A dicembre e gennaio alcuni membri siriani sono tornati in Siria per la prima volta dopo anni, a rivedere case, alberi, villaggi. Molte case erano in rovina. Azaat da Dehibe ha detto: “Per noi, in tutti questi anni, la speranza nel fondo del cuore era di rivedere il villaggio prima di morire. Per fortuna ci siamo riusciti e nessuno è morto.” Alcuni hanno già seminato grano, orzo, cumino. Preparano vivai per distribuire varietà antiche di melanzane, pomodori, peperoni. I semi custoditi in Libano stanno tornando nei campi siriani, non come gesto simbolico, ma come fatto agricolo concreto. “Il più grande successo,” dice Serge Harfouche, cofondatore, “è vedere i nostri semi far crescere pomodori dal Cile allo Sri Lanka.”

Le donne che tengono tutto insieme

Jihane, Charlotte, Fodda, Faiqa, Zoé, Fatem, Léa, Lara, Maha, Bassima. Il racconto di Buzuruna Juzuruna passa anche attraverso le loro storie. Sono loro i punti di riferimento del nucleo della fattoria, come spesso accade nel Mediterraneo agricolo. Sono le donne a custodire la maggior parte dei saperi sui semi, a gestire la continuità della produzione tra una stagione e l’altra, a tenere in piedi le reti di cura nei momenti in cui tutto il resto si interrompe. Rappresentano il 41% dei lavoratori del settore agroalimentare globale e l’ONU ha dichiarato il 2026 l’Anno Internazionale della Donna Contadina, eppure restano sistematicamente escluse dall’accesso alla terra, alle risorse, alla formazione.
Il collettivo esprime solidarietà esplicita a tutte le donne, anche quelle migrant, di passaggio. In un’epoca in cui la sovranità alimentare viene invocata dai governi come slogan e svuotata nella pratica, BuJu la esercita ogni giorno, attraverso semi distribuiti gratuitamente, saperi trasmessi orizzontalmente, persone che lavorano la terra sotto i bombardamenti.

 

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