Storie di famiglia

"Per mio figlio quella frittata era magia: non se la ricorderà, ma io sì"

Cinque uova, una ciotola arancione e un bambino di poco più di un anno che scopre la cucina per la prima volta: il racconto di una semplice frittata diventata un ricordo indelebile

  • 18 Maggio, 2026
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Crack, Crack… «Ahhhh». Occhioni sgranati, bocca aperta, lo stupore che solo un bambino può provare di fronte a un uovo che si rompe. E ancora crack, crack… «Ahhhh». Non avevamo mai cucinato «insieme» prima d’ora, non era neanche previsto. Ma la maternità è fatta di imprevisti quotidiani e di meraviglia: un guscio rosa che si trasforma in una molle palla gialla, per esempio.

La prima volta in cucina con mio figlio

Immaginatevi la scena: una mamma in cucina con il bambino in braccio, la mano sinistra ormai abile quasi quanto la destra, la schiena piegata che presenterà il conto nei giorni a seguire, il polso già provato da una vecchia tendinite, e cinque uova superstiti del grande pacco formato famiglia del supermercato. Crack, crack. «Ahhhh». La bocca spalancata, lo sguardo incredulo. Allora l’ho rifatto. Crack, crack. «Ahhhh». E ancora, ancora.

uova

Cinque uova, cinque crack, cinque «ahhhh» per una frittata improvvisata con patate lessate nel weekend con la promessa – disattesa, come tutte le promesse delle mamme lavoratrici – di realizzare delle polpette che non hanno mai visto la luce. Pomodori datterini, che in casa nostra non mancano mai perché il piccolo ne è ghiotto (come la sua mamma). Un colpo di frusta, poi l’idea: «Dai, prendila tu». Con movimenti incerti, ha mescolato.

La magia di un uovo visto dagli occhi di un bambino

La preoccupazione sull’uovo crudo ha avuto la meglio, così ho sostituito la frusta con un cucchiaio, cercando di distrarlo, ma il piccolo sous chef era intenzionato a cucinare con me, e l’ha affondato con decisione nella vecchia ciotola arancione. «Aggiungi anche le erbe aromatiche». L’origano fresco in balcone mi stava chiamando a gran voce, ma metterlo a terra sarebbe stata una mossa azzardata. Quel momento non lo avrei spezzato per nessun motivo al mondo. Vada per l’origano secco, la maggiorana, un po’ di erba cipollina. Le dosi le ha fatte lui (che oggi ha poco più di un anno): si è stancato in fretta, la tentazione di rimestare la poltiglia era troppo forte.

In cucina lo coinvolgo sempre, seppur non attivamente, intrattenendolo con un pezzo di pane, la sua vera passione (la Festa della Mamma l’abbiamo trascorsa a fare una degustazione da Nader, panificio di Roma 70 che verso i bimbi ha un occhio di riguardo). Non c’era ancora stato, però, un momento di «preparazione» condivisa. Almeno fino a quel primo crack, crack… «Ahhh».

Le prime volte che non ricordiamo

Io non me la ricordo, la mia prima volta al ristorante. Quello che reputo il mio primo esperimento in cucina, acqua e farina impastate insieme (trucco di mia zia per tenermi buona durante i pomeriggi in famiglia), probabilmente non è stato davvero il primo. So che mio figlio, allo stesso modo, non racconterà mai questa storia. «Eccola, pronta». Non l’ha assaggiata, come da copione (il suo rapporto con la frittata è di amore-odio, per settimane la mangerebbe in continuazione, altre la snobba). Ma questo non ha importanza.

Il prodigio quotidiano del cucinare

Il punto non era la frittata e nemmeno mio figlio, ma la possibilità di vivere, solo per un istante, quell’incantesimo che non c’è più, il prodigio della cucina. L’uovo duro e rosa che si rompe e scompare, anzi no, eccolo lì, è tondo e viscido, giallo brillante e ora non più, ora è un intruglio scivoloso e pieno di bolle; aspetta, ecco i «pois» rossi, i coriandoli verdi, la nevicata bianca che profuma tutto di formaggio.

«Ahhhh»

«Ahhhh»

«Ahhhh»

Non lo ricorderà, lo so, come tante sue prime volte. Ma per un istante, uno solo, nella nostra cucina è avvenuta la magia. E il sapore di quella frittata io non lo dimenticherò mai.

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