Storie di famiglia

La mia prima volta al ristorante: ricordo della bisnonna che mi ha insegnato ad amare il cibo

La prima volta al ristorante non sempre si ricorda, ma alle volte lascia un'impronta indelebile. Il racconto personale di una nipote che richiama alla memoria la bisnonna con un piatto di ravioli

  • 15 Aprile, 2026
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Dicono che non si hanno ricordi, prima dei tre anni. La chiamano «amnesia infantile», e in effetti il sapore di quei ravioli al salmone in salsa d’asparagi non saprei riconoscerlo. L’Osteria Umbra a Ostia, il litorale dei romani da dove viene la mia famiglia, neanche esiste più; trovarli oggi sarebbe impossibile. Però di nonna Francesca, per tutti nonna Franca, ho una memoria vivida, un unico ricordo in cui mi rifugio spesso. E si trova in cucina.

La bisnonna che mi ha portata al ristorante per la prima volta

Al secolo Francesca Liberati, classe 1909, la donna dai capelli neri che rifiutava di aggrapparsi al bastone per me si chiamava «Nonna Oh» (romana doc, «Oh» per lei era un intercalare fisso). La ricordo in cucina, ma non ai fornelli. Era seduta con me al tavolo a costruire castelli con le carte da gioco, che soffiavo via facendola arrabbiare. Accanto, le sue fedeli Kim, il vino rosso già pronto per la sera, il bastone abbandonato. È l’unica immagine che ho: io e lei al tavolo della cucina, le sigarette, le carte e il bastone. Il nostro mondo, durato troppo poco, che però mi ha segnata nel profondo.

Io e «Nonna Oh»

Se faccio il mestiere che faccio, è anche grazie a lei. Quei ravioli non li ricordo, ma il suo sorriso sì, ed è lo stesso – qui cominciano le reminiscenze altrui – che aveva quando mi portava all’Osteria Umbra. Non era la nonna dalle torte fatte in casa: i suoi nove nipoti, avuti dai cinque figli nati a distanza di due anni l’uno dall’altro, preferiva portarli al ristorante, al bar con cappuccino col cornetto.

Una bisnonna viziosa, che ha vissuto la fame

Offrire il pranzo alla sua pro-nipotina era il massimo per lei. Ravioli al salmone in salsa d’asparagi: li ha ordinati durante la mia prima volta al ristorante ed è stato amore. Così divenne un rito fisso, ravioli per me, cacio e pepe per lei, il suo piatto del cuore, nerissimo come i suoi capelli, piccantissimo. Nonna Oh era una viziosa. Vino, sigarette, bar, ristorante. E anche schizzinosa. Ha vissuto la fame, quella della guerra. Al mattino vendeva frutta ai mercati generali, suo marito, Antonio, era stato impiegato all’assicurazione, poi manovale. I soldi non bastavano, mia nonna Adriana, la prima dei cinque, ha lavorato fin da bambina.

Quando la mia bisnonna nascose il pane col cioccolato in casa

La fame fa da sfondo a tutti i racconti d’infanzia: la gomma americana sotto il tavolo, ripresa più e più volte, gli americani con la cioccolata e il formaggio a blocchi. In settimana il cibo lo distribuiva il Comune: sette mestoli di minestra per sette persone. C’era sempre un mestolo in più per i bambini, perché Nonna Oh non la mangiava: «Non le piaceva» mi ha raccontato nonna Adriana, la sua primogenita. «Un giorno, mentre pulivo la cucina, ho trovato un pezzo di pane col cioccolato nascosto in un cassetto: lo mangiava senza farsi vedere».

Il pasto speciale era quello della domenica: 1.2 kg di fettuccine da condire con 1 etto di conserva di pomodoro allungata con l’acqua. Poco olio, quasi niente, il sale sì, quello dal Tabacchi non mancava mai. La pasta era venduta dal fornaio, la segnavano regolarmente e pagavano poi «a fine mese quando riuscivamo, altrimenti si andava avanti». Una pasta annacquata, «però che buona».

«Nonna Oh», io e zia Patrizia

Pane, olio e zucchero: la merenda della mia bisnonna

Era viziosa, Nonna Oh, perché i morsi della fame non l’avevano mai abbandonata. E allora appena ha potuto si è concessa tutto, compreso il ristorante con i nipoti. Quei nove nipoti che non hanno ricordi di biscotti fatti in casa, ma merende a base di pane, olio e zucchero oppure il croccante fatto dopo aver schiacciato le pigne in strada; la caramella Mou che zia Patrizia riceveva dopo averla accompagnata al supermercato, il brodo di carne con i quadrucci all’uovo per Giorgio nel bel mezzo di una pancreatite, il fegato per Fabrizio, a cui non piaceva quasi niente, la pizza bianca dell’alimentari per mia mamma Daniela. E poi tutti lo stesso piatto: le testarelle d’abbacchio.

Francesca Liberati, «Nonna Oh»

La mia bisnonna, che non si è arresa alla fame

Nonna amava il quinto quarto: del resto era di rione Monti, oggi quartiere bohémien, un tempo zona popolare. Nel ’45, insieme a un’altra ottantina di famiglie, è stata portata via dalla città sui camion militari, direzione Ostia. Il posto era conosciuto come «Le Casette» (case popolari tecnicamente provvisorie, ma poi i tempi si allungarono): lì quelle famiglie che vivevano in simbiosi hanno fatto parte della storia del litorale.

Mamma Daniela, io e «Nonna Oh»

Erano famiglie che si accontentavano, ma non la mia bisnonna. Lei aveva gusto, un palato che non si è arreso neanche alla fame. Spirito di sacrificio sì, ma senza dimenticare il piacere. La bisnonna che mi ha trasmesso il godimento di un pranzo al ristorante, di quella pasta ripiena che ogni primavera mi prometto di fare in casa.

La mia bisnonna, le sue Kim, il vino rosso e il bastone. Tutto ciò che mi rimane, insieme a una voglia matta di ravioli al salmone in salsa d’asparagi.

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