Storie

Autosvezzamento, sensi di colpa e Bruce Springsteen: come io e mio figlio abbiamo ritrovato l’equilibrio a tavola

Dal rifiuto del cibo ai sensi di colpa materni: il nostro autosvezzamento reale, tra aspettative, caos e piccole conquiste quotidiane

  • 19 Febbraio, 2026
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«Basta, basta, adesso basta». Non avevo mai perso la pazienza prima, e non è più successo da allora. Ma il senso di colpa materno è spietato e puntuale, non mi ha dato tregua: mio figlio non mangia e io mi arrabbio…che madre di merda.

Gioie e dolori del nostro autosvezzamento

Il processo di (auto)svezzamento è riuscito a prosciugarmi: dopo un grande esordio, la graduale discesa. Il mio bimbo ha smesso completamente di mangiare e io ho perso dapprima la fantasia e infine anche la calma. «Adesso basta, ma non ti sta bene niente di quello che faccio?». Il problema non ero io, tantomeno lui. Maledette aspettative, maledetti social, maledetto asilo nido e sì, maledette anche le pediatre nutrizioniste con le loro mille regole e la rotazione dei cereali, perché non si può mangiare solo pasta: Pediatra Carla lo sa, lo sa pure Verdiana, lo sanno tutti i mostri sacri della nutrizione infantile. E lo sa qualunque mamma moderna degna di questo nome. O no?

Pancakes all’avocado, focaccine al pomodoro e frittata di zucchina

Li ho letti, i libri delle pediatre, alcuni li ho amati (quello di Pediatra Carla, la guru dello svezzamento, mi ha persino commossa), ma solo quando ho deciso di accantonarli, lasciandomi travolgere dalla sregolatezza del mio bambino, sono finalmente tornata a mangiare con lui.

Pancakes e farinata di ceci: il primo assaggio

A dirla tutta, eravamo partiti alla grande: dopo sei mesi di solo allattamento al seno (nessun biberon è mai riuscito a convincerlo), l’idea di condividere la tavola era emozionante. I requisiti c’erano tutti, anche il mio attestato di frequenza al corso di disostruzione pediatrica. Era tempo di iniziare. Dopo due settimane di tentativi falliti, tra frutta grattugiata e pastina, ho ceduto ai cibi più consistenti. Pancakes, il suo primo amore, e farinata di ceci. Sei mesi e mezzo e dei gusti già ben chiari. L’ho seguito, andando avanti così, con cibi solidi dalle consistenze giuste, tagliati in striscioline della larghezza di un dito, come impongono le regole dei tagli sicuri in svezzamento.

Spaghetti al sugo di orata e limone

Il primo fusillo è stato una conquista, lesso con un po’ d’olio extravergine d’oliva (coratina: chi l’ha detto che i bambini non amano i sapori decisi?). E via così, tra frittata con i peperoni, fettuccine al ragù di lenticchie, burger di merluzzo e i tanto decantati cereali, sia mai che ci si limiti al grano: bulgur, quinoa, miglio, cous cous. Ha sempre mangiato in autonomia, prendendo il cibo con le mani, e in mia compagnia. Un telo per terra e tanta pazienza, ecco il mio segreto. Tempo un mese e mezzo e si era già innamorato della pizza.

Quando mio figlio ha smesso di mangiare

«Oggi ci aspetta un pranzetto da re» gli dicevo quando preparavo qualcosa di particolarmente buono. Assaggiavamo insieme e ridevamo, anche se spesso mi ritrovavo a fine pasto quasi digiuna, per finire a mangiare biscotti sul divano mentre riposava tra le mie braccia. Non mi importava, mi piacevano le sue mani arancioni sporche di zucca, anche gli spaghetti lanciati a terra (fortunati i cani dei bambini svezzati, che aiutano a ripulire il tutto. Noi, ovviamente, abbiamo un gatto). Era un momento speciale, quello dei pasti, finché non lo è stato più. Le cause sono state diverse, tutte imputabili al mio nemico numero uno: l’asilo nido.

Challah fatta in casa

Quando ho perso la pazienza

A scoraggiarmi non era il fatto che non mangiasse nulla (se non pane e prodotti da forno vari, oltre ai pancakes salati che imbottivo di verdure), ma il suo approccio al cibo. Era insoddisfatto, frustrato, svogliato. «Non ho mai visto un bambino morire di fame, non a queste latitudini almeno» mi ha detto un giorno la pediatra. E così, ho continuato ad allattarlo e portare pazienza, comprando pagnotte su pagnotte che condivo con un po’ d’olio, unica aggiunta che accettava oltre – talvolta – a un po’ di succo di pomodoro. Non ho mai insistito, neanche una volta. «Se non ti va, non fa niente. Riproviamo più tardi» gli dicevo con il sorriso, tirandolo fuori dal seggiolone e preparandomi ad allattarlo, ancora. Che fulgido esempio di mamma premurosa, che ero.

Poi un giorno, dopo l’ennesimo lamento, l’ennesimo pasto preparato con cura la sera prima e finito per terra, dopo l’ennesima spesa al mercato contadino andata in fumo, dopo essermi sentita sbagliata nell’eterno, infinito e durissimo confronto tra mamme, ho perso la pazienza.

Musica e salsa guacamole: il nostro nuovo modo di mangiare

«Basta, basta, adesso basta». Lo stavo dicendo a me stessa. E così ho fatto. Ho smesso di nascondere le verdure, di trascorrere più di un’ora a tavola nel tentativo di fargli mangiare almeno un assaggio, di lessare cereali che, in fondo, non piacevano neanche a me.

«Facciamo un aperitivo» gli ho detto. In piedi attorno al tavolo, i suoi nove chili e mezzo in braccio, dal giradischi la voce di Bruce Springsteen, il suo preferito. Striscioline di piadina tostata intinte in una finta salsa guacamole alla mia maniera: tanti pomodorini, olio buono, erba cipollina tritata e uno spicchio d’aglio solo a profumare, da togliere prima di servire. Poi sono arrivate le feste di Natale, il suo primo Natale. «Dai, cena in piedi anche stasera». Piccoli pezzi di olive, un assaggio di crackers, bocconcini di frittata agli spinaci, tutto imboccato a mano mentre lo tenevo in braccio, in bilico sul bracciolo del divano o meglio ancora in piedi, mentre gli altri erano intenti a brindare.

Trangugiavo qualche patatina, un pezzo di formaggio, mordevo una bruschetta e poi gliela mettevo davanti la bocca. «Assaggia». Addentava, tirava, rideva. Non esistevano pasti bilanciati, non c’erano quasi mai fonti proteiche, le verdure erano ridotte all’osso. C’eravamo solo noi due, in piedi, a condividere il pane e ballare. Abbiamo sempre ballato, da quando è nato, sulle note di Elton John e dei Beatles che hanno accompagnato il mio travaglio, senza preoccuparci degli orari.

Ridere a tavola, insieme

«Risotto agli spinaci per tutti» ho esordito un giorno. «Sicura?», mio marito era dubbioso. Non lo ero, ma cos’avevo da perdere? Mio figlio non ha mai amato farsi imboccare col cucchiaino, eppure quel giorno, dopo tante cene in piedi, mi ha lasciata fare. Poi ci sono state la minestra di cavolfiore e il tortino di ricotta e patate.

Oggi mangia spesso le ruote (suo formato prediletto) al sugo con parmigiano, bocconcini di tacchino alla pizzaiola e polpette di zucca e ceci. Alternati a pizzette condivise al forno vicino la scuola, soste al bar dietro casa dopo la visita dalla pediatra, per festeggiare i traguardi: un rustico ricotta e spinaci da dividere e un brindisi analcolico per entrambi. È tornato l’appetito, seppur non come prima. Ma soprattutto, sono tornate le risate.

«Com’è? Buono?»

«Mmmmhhhhh» mi risponde strabuzzando gli occhi, mostrandomi orgoglioso i suoi denti nel sorriso sporco di sugo più bello del mondo, tentando di imitare il gesto del dito sulla guancia, finendo per infilarselo nel naso.

«Posso tentarti con un kiwi giallo?»

«Mmmmhhhhh».

Condividere il cibo, dentro e fuori casa

La sera, quando rientra il papà, si gira di scatto dal seggiolone, si sbriga a offrirgli un pezzo di ciò che sta mangiando (e guai a rifiutarlo!). Condividiamo la colazione al bar (un cornetto per me e una fetta biscottata per lui), alle volte prova a usare la forchetta piccola, afferra un fusillo, lo porta alla bocca soddisfatto, per poi tornare a mangiare con le mani. Ci sono ancora sere in cui non tocca quasi nulla, in cui sono costretta a tirare fuori il pane dal freezer (se c’è una cosa che in casa nostra non manca mai, quella è il pane). Un giro d’olio e tanta pazienza.

La notifica sull’applicazione dell’asilo che mi aggiorna sul pasto mi tiene sempre un po’ col fiato sospeso, ma qualcosa alla fine manda giù ogni giorno. E quando non accade, so che recupererò, magari con una merenda condivisa al panificio, prendendoci il nostro tempo.

Il nostro equilibrio a tavola, nel caos

Non ha mai mangiato grandi quantità, il mio bambino, e non è costante. Come, in fondo, non lo sono io. Mangia sano, ma fa anche tante «eccezioni», che per noi sono semplicemente parte della dieta settimanale. Ama la pasta al sugo, odia la polenta, mangia in maniera verace e veloce. Come in fondo faccio anch’io. In sottofondo spesso c’è Bruce Springsteen, che interrompe gli assaggi scatenando la sua irrefrenabile voglia di battere le mani a tempo. Sullo sfondo, il divano di casa, la tavola, il gatto che inizia a graffiare la porta finestra non appena ci sediamo. Ma anche le sedie del bar, il muretto sotto casa, il parco, il passeggino.

È il nostro modo di vivere il cibo, il nostro bellissimo caos dentro il quale abbiamo costruito una routine fatta di assaggi condivisi e sorrisi, facce buffe e versetti. Alle volte digiuno ma anche grandi scorpacciate. Senza regole né giudizi. Con spensieratezza, in un’armonia tutta nostra che si incastra tra il bisogno di stabilità e la potenza della libertà. Proprio come nella canzone del «Boss», la sua preferita… tutti hanno un cuore affamato.

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