New Orleans

La rosticceria afroamericana che prepara un pollo fritto strepitoso

A Gretna, nella periferia di New Orleans, c’è un piccolo ristorante che sforna ogni giorno piatti iconici della cucina creola: stufati, fritti e contorni che raccontano storie di famiglia, comunità e resistenza quotidiana

  • 07 Agosto, 2025
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È il Mississippi a separare Gretna da New Orleans. Ci si arriva attraversando in auto il grande ponte di ferro, oppure si prende un vecchio traghetto che solca il fiume in pochi minuti e poi l’indimenticabile W30G, un bus sgangherato frequentato perlopiù da lavoratori afroamericani che staccano dal turno in fabbrica o da qualche ufficio. Si sale per un dollaro e venticinque.

I clienti in fila, foto di Sonia Ricci

Una donna sulla cinquantina indossa una divisa viola da operatore sanitario, parla, parla, parla senza sosta con l’autista che riesce solo a singhiozzare qualche “ok” in mezzo a un fiume di parole in “slang”. Non si capisce niente. È la colonna sonora di Gretna, che non è New Orleans, è un’altra cosa, è qualcosa di diverso, dopo 18 fermate e un piccolo percorso a piedi sotto il sole cocente con la fronte perlata di sudore che ti ricorda l’umidità all’80 per centro, c’è una porta nera in mezzo a mura rosse. Solitamente apre alle 10.30 del mattino, ma lì davanti il primo martedì del mese si inizia a fare la fila ore prima. Chicken’s Kitchen serve uno stufato di coda di bue che – dicono gli amanti del genere – vale l’attesa e il viaggio.

Foto di Sonia Ricci

Il regno di Marlon

Nel regno dello cuoco Marlon “Chicken” William è buonissimo pure il pollo fritto. È un autodidatta, ha imparato a cucinare guardando sua nonna, sua madre e Food Network, semifinalista del James Beard Award, è l’anima di uno dei migliori ristoranti “hot plate” della Louisiana, dove i turisti solitamente non arrivano. Nel 2014 un amico gli chiese di occuparsi del pranzo di un matrimonio, una piccola avventura da cui è poi nata un’attività di catering. Poi in piena pandemia ha aperto l’insegna di Gretna.

Foto di Sonia Ricci

Dal lunedì al venerdì, il cibo va sold out prima ancora che il pranzo finisca, il menu è scritto a colori su una grande lavagna a muro. Ti metti in fila, qualche sgabello ammortizza l’attesa, le persone che arrivano si conoscono, si parlano, chi esce segnala quello che non troveranno una volta entrati – “ehi, l’okra stufata è finita”. È una rosticceria, il menu cambia di giorno in giorno, le vasche di metallo contengono chili di fritti e stufati, il ragazzo al banco prende le iconiche vaschette di plastica con scompartimenti e aspetta l’ordine. Si sceglie una porzione di carne e tre tra le specialità che la casa offre quel giorno. L’indecisione è totale.

Foto di Sonia Ricci

Cibo di strada (da sballo)

Qualche tavolo alto gli sgabello ospita chi vuole fermarsi a mangiare dentro, barattoli di salse rosse ovunque e montagne di tovaglioli. Il fritto è la specialità della casa, ma ogni giorno c’è un piatto diverso accompagnato da contorni che meritano: mac & cheese da sballo, patate dolci con la cannella (fantastiche), verza e salsicce brasate, cornbread, insalata di patate super “smooth”. Questo è più di un cibo, è una storia.

A mettersi in fila è perlopiù gente del posto, lavoratori in pausa pranzo, famiglie con i figli, tutti che cercano buon cibo e soprattutto a buon prezzo per la qualità offerta, non quello dei fast food ma neppure quello delle insegne turistiche o altolocate di New Orleans. Qui non c’è semplice cibo, c’è un pezzo di storia. E vale tutta la fila che farete arrivandoci.

A mettersi in fila è perlopiù gente del posto, lavoratori in pausa pranzo, famiglie con i figli, tutti che cercano buon cibo e soprattutto a buon prezzo per la qualità offerta, non quello dei fast food ma neppure quello delle insegne altolocate di New Orleans. Qui non c’è semplice cibo, c’è un pezzo di storia. E vale tutta la fila che farete arrivandoci.

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