Montebove è una contrada ad alta vocazione agricola posta tra Ripatransone e Cossignano, nel cuore del Piceno. Qui, dove la vigna è di casa da secoli e si spartisce gli spazi con ulivi, cereali e i girasoli che colorano di giallo il paesaggio estivo della zona. Marco Santori – studi da enologo e figlio di vivaisti – decide di mettersi in gioco nel 2012, quando termina i lavori della sua cantina e può dare finalmente il via alla prima vendemmia.

«Per arrivare a quel punto però, occorre ripercorrere le fasi antecedenti», ci spiega Marco. «Mio nonno aveva già dei vigneti tra Santa Maria Goretti di Offida, Contrada Montebove e Contrada San Gregorio a Ripatransone. Per diversi anni, insieme a mio padre, vinificavano quelle uve in una cantina che avevamo sotto casa a Grottammare e il vino era venduto principalmente a damigiane». Poi il padre di Marco sceglie la strada del vivaismo, dismette la cantina, ma mantiene i vigneti in produzione, vendendone i frutti alle cooperative della zona. La vigna è qualcosa a cui si rimane ancorati sempre in qualche maniera; difficile liberarsene anche quando gli sforzi convergono su altre attività lavorative.

E così Marco e il padre nel 2006 decidono di rinnovare i vigneti, trasformano i vecchi tendoni in spalliere, impiantano nuove vigne, solo autoctoni piceni, e si concentrano sulle vigne in contrada Montebove, pur mantenendo quelle più vecchie di Santa Maria Goretti. «Dopo pochi anni dal mio insediamento, inizio una collaborazione con l’enologo Pierluigi Lorenzetti, che ancora oggi ci segue; con lui iniziamo un percorso di studio e approfondimento sulle varietà autoctone con un occhio di riguardo al pecorino».
Marco è arrivato a mettere insieme 20 ettari, su una zona che va dai 200 ai 300 metri di altitudine. Tra le vigne, rimangono alcuni appezzamenti vecchi, una quarantina di anni, soprattutto uve a bacca rossa; ai bianchi sono dedicate vigne più giovani, invece, che vanno dai cinque ai venticinque anni. I suoli sono perlopiù di medio impasto, con zone più argillose tagliate da venature di natura sabbiosa; il calcare è molto elevato in tutta la zona. Ospitati tra i filari, troviamo soprattutto vitigni autoctoni, passerina, sangiovese, montepulciano, cui fa compagnia una vecchia parcella di cabernet sauvignon. Da ultimo, Marco ha deciso di scommettere, come altri importanti viticoltori piceni, sulle enormi potenzialità del grenache.

Nel menu ampelografico di una cantina picena, però, non può mancare il pecorino, vitigno protagonista di una zona che si è scoperta bianchista da ormai circa una trentina d’anni. «Sono affascinato dai vitigni in grado di dare origine a vini capaci di durare e migliorare nel tempo» afferma con sicurezza Marco, «e il pecorino è uno di questi. La freschezza, la sapidità, i sentori agrumati, i lunghi finali salini, sono le caratteristiche che più mi piacciono di questo vitigno. Con Lorenzetti abbiamo studiato molto come questo vitigno potesse dare il meglio nel territorio in cui lo coltivo, con vigne molto vicine alla valle del fiume Tesino, che collega l’Adriatico ai Sibillini, e con rese mai eccessive. In questa situazione ideale, si riesce a infondere al vino caratteristiche simili a quelle di un vino di montagna con acidità importanti e forte mineralità, ma allo stesso tempo anche quelle affini a un vino di mare con note salmastre e accenni agrumati».

In pochi anni Marco Santori è divenuto uno degli esperti del vitigno pecorino. Lo ha confermato anche nell’ultima tornata di degustazioni con il suo Offida Pecorino ’24, che si è aggiudicato il Premio come Miglior Rapporto Qualità Prezzo delle Marche nella guida BereBene 2026 del Gambero Rosso. Si tratta di un bianco elegante, sobrio, nitido al naso, affinato solo in acciaio, con profumi che rimandano alla buccia di limone, alla pesca bianca, all’anice stellato; in bocca è perentorio, dalla dinamica progressiva e dal finale distintamente salino: «la vendemmia parte a metà agosto, quando iniziamo a raccogliere una prima parte di uve con un’acidità ancora piuttosto elevata e un contenuto zuccherino non eccessivo. Si prosegue, poi, andando a raccogliere le varie parcelle in base alla maturazione, lasciando una piccola aliquota che facciamo maturare un po’ di più».

Sopra la cantina, semi-interrata, Marco ha restaurato elegantemente un casolare che domina il colle e che ospita la sala degustazione e il relais: «ho deciso di rinnovare il casolare presente al centro dell’azienda nel 2019. Volevo creare una struttura in grado di accogliere clienti e turisti in modo da poter far godere appieno l’esperienza della campagna picena in totale relax e dando a queste persone la possibilità di poter vivere i luoghi dell’azienda».
Di certo l’enoturismo può essere un’arma in più nell’arsenale delle aziende vinicole in questo momento di grandi cambiamenti, non tutti positivi: «però voglio rimanere positivo e pensare che dobbiamo approfittare di un momento del genere per rivedere il modo di produrre e gli stili, rendendoli più vicini a quelli dei consumatori attuali. Ciò non significa che dobbiamo produrre solo vini immediati e semplici, anzi, al contrario, dobbiamo cercare complessità ed eleganza aumentando la bevibilità. Il Pecorino ce lo insegna: un vino capace di essere elegante e complesso, ma allo stesso tempo di grande beva».
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