Non vieta nulla, eppure tutti sanno cosa vuole colpire: sarà più difficile aprire locali di kebab e sushi nei centri storici. È il paradosso al cuore della proposta di legge approvata dalla Regione Marche, che nel giro di poco più di una settimana ha raccolto prese di posizione da tutti gli schieramenti politici regionali e diviso le associazioni di categoria. Per il momento si tratta solo di una delibera, visto che il testo dovrà superare un doppio passaggio in Consiglio regionale prima di diventare operativo. Quello che però sorprende è la distanza tra il linguaggio scelto e l’effetto che sta producendo ben prima di qualsiasi approvazione definitiva. Sulla carta si parla infatti di “botteghe artigiane” e “identità dei luoghi”, ma nella pratica il bersaglio ha già un nome e un cognome: kebab, ristoranti etnici, sushi bar e locali di cibo da asporto non tradizionale. Ma cosa prevede davvero il testo e come può incidere sul settore della ristorazione?
La proposta, presentata il 23 giugno dalla Giunta regionale presieduta da Francesco Acquaroli, si intitola Disposizioni per la valorizzazione e la riqualificazione dei centri storici. Nel documento si parla di contrasto alla «desertificazione» e alla «omologazione» dell’offerta, di tutela per gli esercizi «tipizzati sotto il profilo storico-culturale» e di valorizzazione della filiera agroalimentare regionale e il Made in Italy. La competenza attuativa non resta nemmeno in mano alla Regione. È proprio in questo passaggio che si gioca la partita più delicata per il settore food e della ristorazione.
La proposta non introduce un divieto esplicito legato all’origine del cibo o alla nazionalità del gestore. Lascia invece un ampio margine interpretativo ai singoli Comuni, che potranno tradurre questi principi in criteri legati al tipo di merce venduta o al decoro urbano. Strumenti che, senza nominare mai una cucina specifica, possono comunque tradursi in un effetto selettivo molto concreto sul mercato della ristorazione.

Per Acquaroli la partita non è solo urbanistica, ma di posizionamento identitario del territorio. Il presidente della Regione ha dichiarato che la proposta «riguarda non solo il recupero urbanistico, ma anche quello identitario» dei borghi marchigiani, da valorizzare attraverso l’enogastronomia e l’artigianato tipico. Una lettura condivisa da Confcommercio Marche, che parla di una battaglia di lungo corso contro la scomparsa dei negozi di vicinato a vantaggio di attività percepite come estranee alla tradizione locale.
Non tutti però condividono questa linea. Il Movimento 5 Stelle, con la capogruppo regionale Marta Ruggeri, parla di un «finto sovranismo alimentare» privo di fondamento. Secondo Ruggeri, la crisi del commercio di prossimità ha cause strutturali che nulla hanno a che fare con la presenza di attività etniche, rilanciano inoltre un argomento che nel dibattito gastronomico ha fatto rapidamente il giro dei social. Anche piatti oggi considerati bandiera della cucina marchigiana, come il coniglio in potacchio o le olive all’ascolana, sarebbero a loro volta il frutto di contaminazioni con altre tradizioni culinarie. Un paragone che rende scivoloso, secondo i pentastellati, il confine netto tra “tipico” e “non tipico”.
A fargli eco Alleanza Verdi-Sinistra, secondo cui limitare kebab e minimarket etnici mentre si autorizzano senza ostacoli catene internazionali come McDonald’s o Burger King equivarrebbe a selezionare le attività non in base al decoro ma alla loro percezione etnica. Con toni ancora più diretti si è mossa anche Valeria Mancinelli, ex sindaca di Ancona e oggi capogruppo del Partito democratico in Consiglio regionale: «Appuntamento tra un anno – ha dichiarato – vedremo quanti kebab, sushi e pub irlandesi sono stati cacciati e quanti nuovi negozi identitari sono stati aperti. Non è stato previsto nemmeno un euro o una misura in più a sostegno di chi dovrebbe aprire queste nuove attività».
Il testo passerà ora all’esame dell‘Assemblea legislativa regionale, con un doppio passaggio prima dell’approvazione definitiva. Non è ancora chiaro quando il Consiglio calendarizzerà la discussione, un dettaglio non secondario per chi, nel frattempo, dovrà decidere se aprire o meno una nuova attività nei centri storici marchigiani. Se il Consiglio regionale dovesse approvarla, sarà la fase di attuazione comunale, con i regolamenti locali, a chiarire se la norma resterà uno strumento generico di sostegno al commercio di prossimità o se si tradurrà, come temono i critici, in una selezione di fatto tra cucine ammesse e cucine da scoraggiare.
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