Tre Bicchieri

C'è un vitigno marchigiano che sta tornando (e ora ha anche i Tre Bicchieri)

Il Ribona, storico bianco delle Colline Maceratesi, torna protagonista grazie al lavoro di produttori come la famiglia Saputi, premiata con i Tre Bicchieri del Gambero Rosso per la prima volta

  • 10 Aprile, 2026
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Se il Ribona sta tornando al centro dell’attenzione con rinnovato slancio e nuove prospettive di valorizzazione, lo si deve alla dedizione di alcuni viticoltori che in questo modo hanno anche dato un’opportunità al territorio marchigiano di rafforzare la propria immagine enologica con una voce autentica, profondamente radicata nella storia agricola locale. Tra i protagonisti di questo rilancio c’è di sicuro la famiglia Saputi, titolare dell’azienda omonima a Colmurano, in provincia di Macerata, giunta alla quarta generazione.

Il ruolo della famiglia Saputi nel rilancio del Ribona

La  famiglia Saputi opera nel vino dal 1962, anche se è stato Alvaro, sul finire del secolo scorso, ad aver dato impulso alla produzione con vini incentrati sulle denominazioni locali. Il passaggio generazionale, che vede oggi alla guida dell’azienda i fratelli Andrea, volto commerciale e amministrativo, e Leonardo, impegnato tra filari e botti, spinge in direzione di una maggiore specializzazione sul tema del vitigno ribona, alla base di bianchi fermi e spumanti.

Siamo nel cuore delle Marche a pochi chilometri dal Mare Adriatico e dai Monti Sibillini, sulle Colline Maceratesi. con i vigneti distribuiti su più di  20 ettari tra Colmurano e i comuni  di Urbisaglia, Loro Piceno e San Ginesio con una produzione annua di quasi 90.000 bottiglie e una gamma 10 etichette seguendo un’agricoltura rigorosamente biologica da alcuni anni che hanno fatto ottenere all’azienda nel 2017 la certificazione “prodotto biologico” riportata sulle etichette.

Il vitigno autoctono ribona: un po’ di storia

Il ribona fa parte di  quei vitigni autoctoni marchigiani che – a parte il Verdicchio (dei Castelli di Jesi e di Matelica), il vino bianco più noto delle Marche – sono sopravvissuti fino ad oggi – o che sono stati salvati dall’estinzione – grazie alla tenacia e impegno di alcuni produttori locali di generazione in generazione. Ê il caso del lacrima di Morro d’Albadella vernaccia Nera di Serrapetrona, del bianchello del Metauro e, appunto, del ribona, di cui ci occupiamo quiun’uva autoctona a bacca bianca dalla lunga storia, oggi al centro di un rinnovato interesse vitivinicolo. Conosciuto anche con i nomi di maceratinomontecchiese, greco maceratese o malvasia di Sarnano, è diffuso principalmente nella provincia di Macerata, da cui prende il nome ufficiale. Questa pluralità di sinonimi testimonia la sua antica presenza sul territorio e l’eterogeneità dei biotipi che lo compongono, frutto di secoli di selezione massale in contesti agricoli molto diversi tra loro.

Nonostante la sua iscrizione nel Catalogo Nazionale delle Varietà di Vite già nel 1970 e la successiva omologazione di due cloni per la diffusione certificata, il ribona è rimasto a lungo confinato tra i vitigni “minori”. Solo negli ultimi decenni si è assistito alla sua riscoperta, legata alla crescente attenzione per l’identità territoriale e alla valorizzazione delle produzioni locali.

La prima descrizione ufficiale in epoca moderna risale al 1964, ad opera del ricercatore Bruni, che ipotizzava una parentela con il greco, da cui si sarebbero differenziati cloni locali, tra cui appunto il ribona. Tuttavia, riferimenti a questo vitigno si ritrovano già nei Bollettini Ampelografici di fine Ottocento, dove viene citato con numerose varianti di nome, tra cui “greco montecchiese” o “verdicchio sirolese”. Anche gli ampelografi Felcini e Consolani lo descrissero come coltivato in diverse aree delle Marche già alla fine del XIX secolo.

In passato, il ribona veniva spesso allevato con il tradizionale sistema della folignata, ovvero viti maritate ad alberi d’acero campestre (oppi) o disposte in filari sparsi, a testimonianza di un’agricoltura promiscua tipica delle campagne marchigiane. I dati del Censimento dell’Agricoltura ISTAT del 1972 confermano la storicità della sua coltivazione: oltre 5.200 ettari risultavano vitati con questa varietà, in gran parte con viti di oltre vent’anni. Negli anni successivi, però, la superficie vitata si è drasticamente ridotta, fino a poche decine di ettari. Solo recentemente il ribona ha cominciato a riemergere grazie anche al riconoscimento di una specifica DOC – la Colli Maceratesi Ribona – e all’interesse di alcuni produttori locali impegnati nella sua valorizzazione.

Nei Colli Maceratesi ll cuore pulsante della coltivazione

Il ribona viene coltivato in un’area collinare che si estende dalla fascia pedemontana appenninica fino al mare Adriatico, tra le province di Macerata e, in misura minore, Ancona e Fermo. Il paesaggio è composto da colline dolci, ben esposte, con altitudini comprese tra i 200 e i 500 metri, su suoli argillosi-calcarei e a tratti sabbiosi, capaci di offrire un buon equilibrio tra drenaggio e ritenzione idrica. Il clima è temperato, con influenze continentali nelle zone più interne e brezze marine nelle aree più prossime alla costa. Le escursioni termiche tra giorno e notte favoriscono lo sviluppo del profilo aromatico del vitigno, mentre la ventilazione costante aiuta a mantenere la sanità delle uve. Queste condizioni pedoclimatiche rendono il territorio particolarmente adatto alla produzione di bianchi freschi ed espressivi.

Caratteristiche del vitigno

Dal punto di vista enologico, il ribona dà vini bianchi dai profumi delicati, spesso floreali, con note fruttate e leggere sfumature erbacee. Al palato è fresco, di buona sapidità e con un corpo snello, adatto a un consumo giovane ma capace anche di sorprendenti evoluzioni in bottiglia, soprattutto nelle versioni più strutturate.

Il Ribona premiato per la prima volta con i Tre Bicchieri

Le caratteristiche sopra citate appartengono anche ai Ribona della cantina Saputi, che come dicevamo è da molti anni impegnata nella coltivazione del vitigno bianco simbolo per antonomasia della viticoltura maceratese, Un certosino lavoro di mappatura dei terreni, raccolta in epoche diverse, l’uso della sosta sui lieviti sta proseguendo incessante negli ultimi anni. E tanto impegno è stato giustamente ripagato: nella guida Vini d’Italia 2026 del Gambero Rosso, abbiamo assegnato il nostro massimo riconoscimento a un Ribona, il Camurena ’22 di Saputi, con cui la cantina è entrata a far parte delle cantine premiate per la prima volta con i Tre Bicchieri.

Il vino sosta sur lie per un anno prima di fare un ulteriore anno in vetro. Il naso è elegante e dettagliato nei ricordi che abbracciano percezioni di buccia di limone e chinotto, mandorla, riflessi balsamici uniti a sensazioni di erbe; in bocca ha un sapore d’intensa vitalità e progressione sapida, con un finale irradiante e lunghissimo. R ’24 conferma lo stato di confidenza con la varietà: fine, agilissimo, beva magnetica. , nelle degustazioni

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