C’è stato un tempo in cui mescolare uve di territori diversi, anche prestigiosi, non era un tabù: lo si faceva regolarmente in Italia, dove i grandi rossi del Nord Italia, fino alla creazione delle DOC negli anni 60’, contenevano spesso piccole quote di vino da zone più calde del meridione, soprattutto nelle annate in cui i livelli di maturità dell’uva lasciavano a desiderare. In Francia la situazione non era tanto diversa, con la differenza che alcune volte lo si dichiarava esplicitamente in etichetta.
A ribadirlo è Thomas Duroux, enologo di Château Palmer, che alla fine della presentazione dei nuovi vini prodotti sull’isola di Salina con Antonino Caravaglio, tira fuori una bottiglia a sorpresa con un nome enigmatico: XIXth Century. “Grazie alla generosità di alcuni collezionisti, mi è capitato di assaggiare delle bottiglie di grandi châteaux di fine ’800 – tra cui Lafite-Rothschild – con la dicitura Hermitagé – spiega – erano prodotti aggiungendo al classico assemblaggio di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot e Petit Verdot una piccola percentuale di Syrah da Hermitage, zona clou del Rodano Nord”.
Palmer è oramai da vent’anni una delle proprietà bordolesi più fuori dagli schemi: confinante di Chateau Margaux nello stesso comune, dopo aver abbracciato la biodinamica nel 2018 e aver stravolto il protocollo classico di vinificazione, introducendo botti grandi accanto alle solite barrique, Duroux ha deciso anche di riscoprire questa tradizione, producendo ogni anno poche bottiglie di questo vino da “ricetta storica” che contiene il 10% di Syrah, acquistata da conferitori di fiducia in territori di punta del Rodano come Saint-Joseph, Cornas e Crozes-Hermitage.
Il risultato, più che semplicemente sorprendente, è spiazzante: se Palmer 2021, servito subito prima, gioca sulla delicatezza e sulla compostezza, rappresentando l’emblema di un nuovo corso post-moderno per l’enologia bordolese, il XIXth Century 2023 – ovviamente classificato come semplice Vin de France – esprime subito un carattere anomalo, sfoggiando un colore ancora più inchiostrato; i profumi sono dolci di amarene sotto spirito, fiori rossi, con un sottofondo speziato. Delineano un profilo molto “meridionale” , anche se la parte verde-balsamica del Cabernet del Medoc emerge e alle lunghe lo ravviva. Il sorso mostra volume, potenza e cremosità, ma anche sorprendente freschezza e ottima scorrevolezza. Quel 10% di Syrah lo marca, creando qualcosa di diverso dagli stilemi classici di entrambi i territori, ma che, nonostante la bizzarria, ha un’armonia d’insieme sorprendente.
Sarebbe interessante tracciarne l’evoluzione: “I Bordeaux Hermitagé di fine ’800 che ho assaggiato erano ancora in grande forma”, afferma Duroux. Oggi non serve più la “spalla” di un territorio caldo per irrobustire la struttura e renderla più stabile nel tempo; ma dall’intreccio tra l’evoluzione tipica dei rossi di Bordeaux — più scura e terrestre — e quella più speziata del Rodano potrebbe nascere qualcosa di estremamente interessante.
Prezzo? Sui 300-350 euro. Cifra importante, ma legittima, per un vino raro che ci riporta indietro nel passato, ma con il perfezionismo tecnico del presente.
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