8 marzo

"Nel vino una donna è costretta a dimostrare più di un uomo di essere credibile". Intervista a Giulia Monteleone

Giulia Monteleone, a ridosso dell'8 marzo, racconta la sua esperienza sull’Etna tra vigneti, diffidenze e disparità nel lavoro agricolo: "Sono rimasta sconvolta quando ho scoperto che alcune donne venivano pagate meno degli uomini"

  • 06 Marzo, 2026
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Sveglia alle 6 di mattina, barcamenarsi tra vigna, la parte commerciale e comunicare l’Etna con i suoi vini. Quello di Giulia Monteleone sulla sua azienda non è un racconto teorico, ma qualcosa di vissuto e soprattutto guadagnato. «Con uno sforzo maggiore rispetto a un uomo», perché per una donna «nel mondo del vino, ma anche in tutti gli altri settori» la credibilità e la competenza sono tratti da dover dimostrare. Oggi ha una produzione di circa 42mila bottiglie sull’Etna, in una cantina realizzata nel 2023 in contrada Cuba. Sette ettari tra versante nord ed est, sei vini, più un rosato nato quasi per caso e che debutterà a Vinitaly. Tutto inizia con solo due ettari e una scelta che oggi definisce con un sorriso: “una follia giovanile”. Prima di produrlo, di vino ne scrive attraverso collaborazioni con Repubblica,L’Espresso e altre testate, ma già in quegli anni il focus era sull’Etna.

Come nasce il passaggio dalla scrittura alla produzione?

È stato quasi naturale. Una scelta di pancia. Quando scrivevo mi ero già concentrata molto sull’Etna, con interviste e visite ai produttori. Era un territorio che stava iniziando a far parlare di sé, ma soprattutto mi affascinava. Io sono palermitana, vengo dalla Sicilia occidentale, ma avevo capito che c’era un potenziale enorme.

Quando è arrivata la decisione di fare il salto?

Nel 2016 ho conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito, Benedetto Alessandro, entrambi eravamo molto innamorati del vino di questo territorio e ci siamo buttati in questa avventura. Oggi la definirei una follia giovanile. Abbiamo impiegato nove mesi prima di trovare il primo appezzamento su cui scommettere.

Cosa vi ha convinto?

Era vicino al fiume Alcantara. Con vigneti del 1970 e del 1935. Suoli misti con argilla, un microclima unico e accanto un’antica chiesa bizantina. Il fiume influenza molto quell’area e storicamente è la zona dove è nata la viticoltura dell’Etna. Ho detto: questo è il posto.

L’azienda è cresciuta molto.

Sì, negli anni abbiamo investito soprattutto sul versante nord e su quello est. Oggi abbiamo sette ettari, ma tutti i vini che produco, ad eccezione dell’Etna Bianco, sono single vineyard, la territorialità deve essere centrale.  A nord lavoriamo principalmente sul nerello mascalese, mentre a est, nella zona di San Alfio, il caricante è straordinario. Una varietà molto interessante per la grande capacità di invecchiamento e risponde molto bene al gusto contemporaneo.

È stato difficile affermarsi come donna in questo mondo?

Non è stato facile. Nel mondo del vino come in quello agricolo una ragazza giovane che parte da zero non viene presa subito sul serio. 

In che modo lo percepiva?

Quando ero con Benedetto gli interlocutori parlavano più che altro con lui, anche se la domanda era poteva essere rivolta a me. Davano per scontato che non fossi competente.

Come si reagisce a una situazione del genere?

Ci fai un po’ il callo e dimostri di essere preparata. Ora ho una squadra di uomini che mi rispettano e mi stimano. Sono stata brava a far capire che sono una lavoratrice che si sporca le mani, che non ero la figlia di papà, ma che avevo il pallino per questo lavoro e che alle 6 di mattina andavo in vigna.

il contesto territoriale ha avuto un’influenza a riguardo?

Il Sud Italia ha un handicap maggiore rispetto altri territorio e l’Etna è una comunità molto piccola, con una mentalità ancora un po’ chiusa. Non ero vista come del luogo e c’era maggiore diffidenza, poi, ripeto, nella campagna non viene presa sul serio una donna.

Ha visto personalmente qualche differenza a riguardo?

Sono rimasta sconvolta quando ho saputo che alcune donne prendevano di meno rispetto agli uomini pur facendo la stessa mansione, questo accadeva per lavoratrici a chiamata giornaliera. Anche se per alcune cose le donne hanno una sensibilità diversa, un approccio migliore su certi lavori.

Una sensibilità diversa?

Io credo di sì. La vite è una pianta viva e richiede attenzione. Operazioni come la potatura verde o la defogliazione richiedono sensibilità e cura del dettaglio. Storicamente queste erano attività spesso svolte dalle donne perché più precise, più curate nei dettagli. Naturalmente è una generalizzazione, ma è qualcosa che ho osservato molte volte.

Il mondo del vino, quindi, continua a essere molto “maschile”?

 Si, almeno nella produzione. Nella parte commerciale e di comunicazione le cose cambiano, molto spesso ci sono molte donne a ricoprire questi ruoli, anche se però vedo sempre più spesso giovani enologhe molto preparate. 

E rispetto all’ambito giornalistico, ha trovato qualcosa di diverso?

Non ho percepito questo tema di svantaggio. Ma invece il tema della credibilità ha che fare con diversi ambiti lavorativi per noi donne: l’uomo non deve mai dimostrare di valere, la donna, soprattutto se bella, deve farlo. Una volta che riesce basta così, ma è uno sforzo in più che l’uomo non fa a prescindere da come è esteticamente. La donna viene giudicata dall’ aspetto, la professionalità viene dopo. Una cosa che all’estero -Stati Uniti, Europa- non capita così tanto rispetto all’Italia.

Passa molto tempo sui mercati esteri?

Circa 150 giorni l’anno. Per me è fondamentale. Non parlo solo della mia azienda, ma dell’Etna. Bisogna raccontare il territorio e coltivare i rapporti umani.

Il rapporto umano è ancora centrale nella vendita del vino?

Per me sì. Non credo che l’intelligenza artificiale potrà mai sostituirlo. Quando accompagni un importatore, organizzi una cena, una degustazione, crei un legame. E quando il momento diventa difficile, quel rapporto fa la differenza.

In che modo?

Prendiamo gli Stati Uniti. Nonostante i dazi ho fatto il mio record di fatturato proprio lì. Perché sono stata molto presente e vicina ai miei clienti.

L’Etna è diventato uno dei territori più osservati del vino italiano.

Sì, perché i vini hanno caratteristiche che oggi piacciono molto: freschezza, eleganza, equilibrio, gradazioni alcoliche contenute. Il brand Etna è diventato fortissimo.  Mi capita spesso all’estero di incontrare persone che conoscono l’Etna ma non sanno nemmeno che si trovi in Sicilia.

Questa crescita rapidissima ha anche dei rischi?

Il rischio è che arrivino sul mercato vini non all’altezza. L’Etna è diventato molto redditizio e quindi c’è anche una componente speculativa. Se un consumatore sceglie tre o quattro bottiglie sbagliate può farsi un’idea distorta del territorio.

Come vede il futuro dell’azienda?

Non voglio crescere troppo. Mi piace questa dimensione. Se trovassi mezzo ettaro in una zona straordinaria lo prenderei, ma l’Etna è un territorio complicato: vigne terrazzate, lavoro manuale, problemi logistici.

E il futuro dell’Etna?

È uno dei territori più interessanti oggi. Ma bisogna continuare a lavorare su una qualità omogenea.

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