«Direi che, in base alla nostra esperienza – e lavoriamo con una gamma molto ampia di operatori del trade e di produttori – nel 2025 abbiamo registrato una certa cautela. C’è stata un po’ di esitazione nel dare il via a nuove iniziative, ma tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 stiamo vedendo una chiara determinazione a continuare a investire sul mercato statunitense. Gli Stati Uniti restano il mercato numero uno e aziende e organizzazioni di settore devono continuare a promuoversi qui», afferma Colangelo.
Fondata nel 2006, l’agenzia Colangelo & Partners ha oggi sedi a New York, San Francisco e Miami e un portafoglio clienti di primo piano che spazia tra vino, spirits e food. Tuttavia, il vino italiano resta il cuore dell’attività, un focus che consente a Colangelo di avere una percezione molto precisa dell’andamento del mercato.
L’ultimo anno, dall’inizio del secondo mandato del presidente Trump alla Casa Bianca, è stato un periodo di forte nervosismo per i produttori di vino dell’Unione europea, in gran parte a causa dei dazi massicci sulle esportazioni verso gli Stati Uniti. Nonostante ciò, secondo Colangelo il mercato Usa rimane altamente attrattivo sia per i produttori sia per i consorzi, come dimostra il continuo investimento in attività di Pr e marketing oltreoceano.
«Posso dirlo con dati alla mano: a gennaio il nostro fatturato anno su anno è stato stabile, e per noi è già un buon segnale; a febbraio ci aspettiamo addirittura un leggero incremento rispetto allo scorso anno. Ci sono quindi segnali molto positivi per l’inizio del 2026 – spiega Colangelo – Lavoriamo dall’Alto Adige alla Sicilia, quindi credo che la nostra esperienza sia piuttosto indicativa della direzione che sta prendendo il mercato».

Il fatto che una regione come l’Alto Adige, con una superficie vitata paragonabile a quella di Saint-Émilion a Bordeaux, stia cercando di rafforzare la propria presenza in un mercato vasto e competitivo come quello statunitense è molto significativo. Secondo Colangelo, il caso dell’Alto Adige e di altre piccole regioni italiane è legato anche al ruolo degli Stati Uniti come trendsetter globali nella cultura del vino.
«Non si tratta tanto di spendere cifre enormi, quanto di continuità e coordinamento tra consorzi e produttori: questi ultimi devono essere presenti e coinvolgere i propri importatori. Quando tutto questo avviene, anche una denominazione di piccole dimensioni può avere un impatto sproporzionato rispetto al numero di bottiglie vendute. Gli Stati Uniti diventano sempre più importanti man mano che si abbattono le barriere tra Paesi e media, come dimostrano riviste tipo Wine Enthusiast, Wine Spectator e Wine Advocate: gli articoli e i punteggi viaggiano, ed è quindi fondamentale che anche le denominazioni più piccole siano presenti sul mercato Usa».Persino alcuni dei grandi nomi del vino italiano risultano particolarmente dinamici negli Stati Uniti rispetto ai loro omologhi europei.
«I consorzi italiani, che si tratti di Prosecco Doc, Sicilia Doc o Chianti Classico, sono di gran lunga i più attivi e coinvolti sul mercato statunitense tra gli organismi internazionali di promozione del vino, in termini di presenza costante, attenzione e, in parte, investimenti – osserva – Le persone aspirano allo stile di vita italiano, e l’Italia lo comunica molto bene».

Vigneti nei pressi di Bolzano, Alto Adige.
Un altro fattore cruciale nel rafforzare la passione americana per il Belpaese è il turismo. Sebbene nell’ultimo anno il dollaro abbia perso forza rispetto all’euro, questo non ha scoraggiato i visitatori. Secondo i dati del Ministero del Turismo italiano, nei primi otto mesi del 2025 circa 1,4 milioni di americani hanno visitato l’Italia, con un aumento del 2,2% su base annua.
«Il vero motore per l’Italia è l’esperienza diretta del cibo e del vino nel Paese – spiega Colangelo – Gli americani continuano a preferire l’Italia rispetto a qualsiasi altra destinazione quando si parla di enogastronomia e, in parte, di cultura. Questo favorisce la familiarità con i vini italiani e quindi le vendite, forse più di quanto facciano i corsi di formazione tecnica. Gli americani vogliono abbracciare uno stile di vita italiano. Pensiamo alla Sicilia e a The White Lotus: l’isola ha un grande fascino legato a viaggi, storia e cucina. Gli occhi degli americani si sono aperti».
Non sorprende, dunque, che la Sicilia sia oggi al centro dell’attenzione dei turisti statunitensi. Questo, insieme alle iniziative di promozione del vino siciliano, contribuisce a spiegare perché la più grande isola del Mediterraneo possa ottenere risultati importanti negli Stati Uniti.

Taormina, location della seconda stagione di The White Lotus.
«Dal 2023 al 2025 – racconta l’importatore – il numero di importatori statunitensi che trattano vini Sicilia Doc è aumentato del 49%, e quando un importatore inserisce un vino in portfolio, poi lo vende. Abbiamo condotto alcune ricerche e abbiamo scoperto che la Sicilia è la regione le cui vendite di vino hanno maggiori probabilità di crescere rispetto alle altre regioni del Sud Italia».
Numeri incoraggianti arrivano anche da alcune regioni più settentrionali. «Le vendite di Prosecco Doc nel 2025, da gennaio a settembre – non abbiamo ancora i dati del quarto trimestre – sono cresciute dell’8%, e gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato di esportazione del Prosecco con il 24%».
Buone notizie anche dalla Toscana, storicamente uno dei pilastri del vino italiano negli Usa. «Gli Stati Uniti restano il primo mercato per il Chianti Classico e, da gennaio a settembre 2025, la denominazione toscana ha registrato un aumento delle vendite anno su anno negli Usa, nonostante i dazi e la riduzione dei consumi», afferma Colangelo.
Naturalmente, questi successi non possono nascondere il fatto che i dazi abbiano avuto un impatto negativo sulla presenza del vino italiano sul mercato statunitense e che, con ogni probabilità, continueranno a farlo finché resteranno in vigore. Il lato positivo è che la situazione potrebbe essere peggiore.
«I numeri complessivi dell’Italia sono ancora leggermente in calo, ma rispetto agli altri vini importati l’Italia è ancora sopra la media del mercato, e uno dei motivi è che gli italiani continuano a investire».
Il messaggio di Colangelo ai produttori e ai consorzi è chiaro: «Tenete duro. Soprattutto nei momenti difficili, quando altre denominazioni e altri produttori riducono attività e investimenti, quello è il momento migliore per guadagnare quote di mercato».

Sebbene Trump sia astemio e difficilmente brinderà con uno Champagne (o un Franciacorta), l’aspetto conviviale del vino potrebbe comunque svolgere un ruolo diplomatico.
Colangelo è stato uno degli ideatori di Come Over October, una campagna che invita gli appassionati a condividere una bottiglia con gli amici nel mese di ottobre. Secondo lui, alzare un calice può aiutare a superare divisioni politiche o persino confini internazionali.

La campagna canadese di Come Over October. Crediti fotografici: Arterra Wines.
«L’idea di fondo era che il vino unisce le persone, e nel 2025 abbiamo lanciato una campagna in Canada, nonostante tutte le tensioni legate alla rimozione dei vini e degli spirits americani dagli scaffali canadesi. Con il vino siamo riusciti a colmare quel divario».
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