Post-naturale

Oltre il vino naturale c'è di più. In Italia si fa spazio una nuova sobrietà produttiva lontana dalle ideologie

Un modo di fare viticoltura sempre più diffuso, fatto di lavoro silenzioso e scelte quotidiane, senza dogmi, slogan o scorciatoie comode. Ecco quattro cantine che rispecchiano il nuovo approccio

  • 11 Marzo, 2026
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Il dibattito sul vino naturale, in Italia, va avanti da anni, spesso senza riuscire a fare un vero passo in avanti. Da una parte c’è chi continua a difenderne una visione rigida, fatta di pratiche precise e non negoziabili. Dall’altra chi ne mette in discussione limiti e risultati. Una contrapposizione che, col tempo, ha prodotto più confusione che chiarezza. Nato come reazione al vino omologato e standardizzato, ha rappresentato a lungo un pensiero forte: più attenzione alla vigna, meno interventi in cantina, maggiore tolleranza verso espressioni meno levigate nel calice. Un’idea che ha avuto il merito di rimettere al centro il lavoro agricolo e di rompere una narrazione troppo uniforme del vino contemporaneo.

Col tempo, però, quella spinta iniziale si è fatta meno nitida. Ciò che era nato come scelta consapevole è diventato, in alcuni casi, un alibi. Difetti tecnici evidenti sono stati spesso giustificati come tratti identitari, quando invece raccontavano semplicemente vini mal fatti. È qui che uno slogan storico, attribuito a Luigi Veronelli “Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale” ha smesso di essere una provocazione culturale ed è diventato, per qualcuno, una scorciatoia comoda.

Il problema non è il vino naturale in sé, ma l’equivoco che si è creato attorno al concetto di autenticità. La competenza tecnica è stata talvolta dipinta come un ostacolo, misura e controllo visti come tradimenti, la pulizia come una concessione al sistema. Così facendo, si è finiti per confondere la genuinità con l’approssimazione, e la libertà espressiva con l’assenza di responsabilità.

Un passo oltre il dibattito

È da questa confusione, più che da una presa di posizione ideologica, che nasce oggi l’esigenza di andare oltre (ne parla anche il filosofo Roberto Frega nel libro “Il vino post-naturale). Non per tornare a un vino standardizzato, ma per superare un linguaggio che non riesce più a raccontare ciò che davvero sta accadendo in vigna e in  antina. Un’esigenza che trova riscontro concreto nel quotidiano. Oggi, guardando a ciò che succede davvero in vigna e in cantina, il quadro appare meno ideologico di quanto sembri.

Sempre più produttori, soprattutto tra le generazioni più giovani, stanno lavorando fuori da queste categorie, facendo proprie molte di quelle idee, ma senza trasformarle in una bandiera o in un’identità da difendere. Non è un rifiuto del vino naturale. È, più semplicemente, un passo oltre.

Molte pratiche che un tempo definivano un’identità alternativa – attenzione al lavoro agricolo e alla sostenibilità, riduzione degli interventi in cantina, uso più consapevole della solforosa – oggi fanno parte del bagaglio di tanti vignaioli. Non come dogmi ideologici, ma come strumenti. In questo contesto, parlare di artigianalità aiuta forse a raccontare meglio un modo di lavorare fatto di scelte quotidiane, più che di appartenenze.

La differenza sta qui: non c’è più bisogno di rivendicare un’identità o di costruire un’estetica alternativa. Le decisioni si prendono in base all’annata, al vigneto, alle condizioni reali. Il vino torna a essere il risultato di un equilibrio, non la dimostrazione di una teoria. Questo approccio, sempre più diffuso, risulta leggibile anche fuori dai confini italiani, perché restituisce vini riconoscibili, affidabili, capaci di parlare al mercato senza rinunciare alla propria identità.

Vini senza ideologie

Più che una nuova corrente, quello che sta emergendo negli ultimi anni è un cambio di linguaggio. Il vino non viene più raccontato per opposizione, ma per quello che è: un prodotto agricolo complesso, che richiede competenza, lettura e capacità di adattamento. Il superamento del dibattito sul naturale passa da qui: non da nuovi manifesti, ma dall’uso consapevole delle pratiche migliori, senza slogan o ideologie.

Quello che accomuna queste esperienze non è un’estetica riconoscibile né un disciplinare alternativo da rivendicare. I produttori che meglio raccontano questa fase condividono piuttosto un’idea di misura: attenzione costante al lavoro in vigna, interventi calibrati in cantina, rifiuto degli estremi stilistici e una relazione non ideologica con il concetto di “naturale”. Non è voglia di dimostrare qualcosa, ma un lavoro che nasce da scelte quotidiane, adattate all’annata e al contesto. Una sobrietà produttiva che non fa rumore, ma che restituisce vini leggibili, coerenti e capaci di parlare senza bisogno di etichette, se non quelle sulla bottiglia.

Più che una nuova tendenza, sembra prendere forma una fase di maggiore maturità. Il vino torna a essere valutato per ciò che è, e non per ciò che promette di essere. Senza bisogno di definirsi, né di contrapporsi. Una sobrietà produttiva che non cerca visibilità, ma che si misura – come dovrebbe sempre accadere – nel bicchiere. Ecco alcuni produttori che sembrano abbracciare questa filosofia.

Quattro esempi di sobrietà produttiva oggi

Francesco Versio (Neive, Barbaresco – Piemonte)
Enologo di formazione, con un’esperienza decisiva da Bruno Giacosa al fianco di Dante Scaglione, Francesco Versio ha avviato il proprio progetto nel 2012 partendo dalle vigne di famiglia a Neive. Il lavoro segue una linea di grande misura, con estrazioni controllate e legni discreti, senza mai cercare l’effetto.

Vino consigliato: Langhe Nebbiolo 2022
Succoso e diretto, con frutto rosso nitido e una trama tannica fitta, segni evidenti di un’annata solare tenuta però sotto controllo. La materia c’è, ma resta ordinata, senza mai compromettere pulizia e scorrevolezza.

Cristina Marello Prandi (La Morra, Barolo – Piemonte)
Fondata nel 1856 e rimasta inattiva per decenni, l’azienda di famiglia è tornata operativa nel 2019 con un progetto che guarda al passato senza restarne prigioniero. Fermentazioni spontanee, interventi calibrati e un uso del legno mai invasivo definiscono uno stile che parte dalla tradizione, ma la restituisce con un linguaggio attuale, misurato e coerente.

Vino consigliato: Barolo 2021
Espressione chiara e solare, con frutto croccante e un tannino fitto ma ben rifinito. Un Barolo che rispecchia la tradizione, ma la rilegge in chiave moderna, giocando su una struttura presente ma priva di peso, e su un equilibrio orientato alla bevibilità, senza perdere profondità.

 

 

L’Ajetta – Francesco Mulinari (Montalcino – Toscana)
Dopo esperienze in cantine come Casanova di Neri, Il Marroneto e Podere Sante Marie, Francesco Mulinari ha avviato un progetto personale partendo da una superficie ridotta e da una conoscenza profonda del territorio. Il lavoro segue una linea pragmatica e non ideologica, con attenzione all’annata e scelte tecniche mirate in vigna e in cantina (dal lavoro con il cavallo all’uso dell’anfora, impiegata anche nel Rosso di Montalcino), per una lettura di Montalcino decisamente attuale.

Vino consigliato: Rosso di Montalcino “Atìa” 2021
È un Rosso di Montalcino misurato e diretto, che non cerca volume né effetto, ma lavora per sottrazione. Il frutto è fresco e leggibile, l’acidità tiene il vino in movimento e il tannino, fine e asciutto, dà ordine senza appesantire, rendendo il sorso scattante e coerente dall’inizio alla fine.

 

Steiger-Kalena (Casacalenda, Molise)
Realtà familiare molisana nata nel 2014 con l’obiettivo di valorizzare la tradizione vitivinicola locale attraverso vitigni autoctoni e artigianalità. Il lavoro è orientato a portare nel calice ciò che l’annata consente davvero, senza forzature né scorciatoie stilistiche. Ne nascono vini legati al territorio e al gesto agricolo, con una chiara impronta contemporanea.

Vino consigliato: Torre-Kalena Rosato 2022
È un vino di carattere, che unisce un’anima agricola a un profilo definito e riconoscibile. Il sorso è pieno e profondo, attraversato da una salinità evidente e da un frutto maturo ma mai ruffiano, sostenuto da un’acidità viva che dà slancio senza appesantire. Elegante e convincente, è un rosato capace di reggere senza complessi il confronto con altri grandi pari tipologia.

 

 

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