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sella e mosca

Sul fatto che il Vermentino non sia solo appannaggio della Sardegna (ma anche di Liguria e Toscana, e fuori confine di Stati Uniti, Australia e Croazia), i sardi possono sorvolare. Ma sul Cannonau no! Il vitigno simbolo dell’isola, orgoglio di un’intera regione e dei suoi viticoltori, rischia di restare sganciato dal legame unico con la propria terra. Il nuovo decreto etichettatura (che sostituisce il Dm 13 agosto 2012), su cui è attualmente aperto il confronto in sede Mipaaf, non prevede più che il nome Cannonau si usato esclusivamente dai vini Doc sardi, aprendo la possibilità a Doc di altre regioni italiane di menzionare il vitigno in etichetta.

VINO_

Il Cannonau in Sardegna

È di quasi 7.500 ettari la superficie vitata registrata a Cannonau in tutta la Sardegna, pari al 27% del vigneto regionale. Il 64% della superficie sarda a Cannonau è nel territorio della vasta provincia di Nuoro, inclusa l’Ogliastra, per un totale di circa 4.800 ettari.

Che cosa dice il testo

Presente dal 1970 nel Registro nazionale delle varietà di vite, il Cannonau ha diversi sinonimi ufficiali: Alicante, Tocai Rosso, Garnacha tinta, Granaccia, Grenache, Cannonao e Gamay (nei vini Do e Igt della provincia di Perugia). Con le leggi vigenti, un produttore di un’altra regione italiana non può utilizzare il sinonimo Cannonau/Cannonao per i propri vini Dop, grazie a uno specifico decreto Mipaaf che nel 2007 dispose l’uso esclusivo e la protezione per le Do sarde (inclusi altri 4 autoctoni: Nuragus di Cagliari, Nasco di Cagliari, Giro di Cagliari; Sardegna Semidano).

Nel nuovo testo, che recepisce e si adegua al regolamento Ue 33/2019, eliminando e accorpando alcuni allegati, tutto questo impianto a tutela viene a decadere. Pertanto, se il Cannonau resta protetto nei confronti dei vini varietali, dall’altro lato, non lo è verso le altre Dop e Igp. “Se prima Cannonau poteva essere utilizzato solo per Cannonau di Sardegna, ora potrebbe essere usato anche per altre Dop o Igp” ha sottolineato Antonio Rossi, responsabile del Servizio giuridico dell’Unione italiana vini. E così, ad esempio, per Toscana e Sicilia che coltivano l’Alicante (sinonimo di Cannonau), sarebbe possibile produrre e commercializzare un Maremma Toscana Doc Cannonau o un Menfi Doc Cannonau. In una parola, la Sardegna perderebbe l’esclusiva.

Filiera in rivolta

Eventualità, ovviamente, che per la filiera sarda del vino suona un po’ alla stregua del Primitivo made in Sicily per i pugliesi, che a maggio scorso, come abbiamo raccontato su Tre Bicchieri, sono insorti per timore che il vitigno finisse inserito nelle etichette dei vini siciliani e di qualche imbottigliatore particolarmente interessato a sfruttare il boom di questi anni. In soccorso di un’identità violata che è prima di tutto vinicola, ma poi è anche culturale, è arrivato l’allarme lanciato dall’Assoenologi Sardegna, presieduto da Mariano Murru (cantine Argiolas), che nei giorni scorsi ha messo in piedi un’affollata tavola rotonda, chiamando a raccolta l’intera filiera, associazioni di categoria, enti di ricerca e università. L’esito dell’iniziativa ha sortito i suoi effetti smuovendo le acque tra le associazioni e negli ambienti politici. Infatti, l’assessore all’agricoltura della Regione Sardegna, Gabriella Murgia, ha accolto l’appello scrivendo alla ministra per le Politiche agricole, Teresa Bellanova, alla quale è stato chiesto un incontro chiarificatore.

Il presidente nazionale di Assoenologi, Riccardo Cotarella, ha parlato di legge assurda. Il presidente del Comitato vini del Mipaaf, Michele Zanardo, ha sollevato seri dubbi sul testo del Dm, dicendosi pronto a discuterne in sede di Comitato nazionale e ritenendo necessario disporre di forme di tutela dei vitigni e dei vini identitari quantomeno a livello nazionale. I consorzi (ben nove) che rappresentano i vini regionali, hanno alzato la voce e sono detti pronti a dare battaglia contro quello che è stato definito un “furto di identità”. Sia il deputato Ugo Cappellacci (ex presidente regionale di Forza Italia) sia Andrea Frailis (Pd), componente della Commissione agricoltura alla Camera, hanno annunciato la presentazione di un’interrogazione parlamentare. E anche il Comune di Cagliari si è detto pronto a scendere in campo per difendere le Doc territoriali come Nasco e Girò.

Tra i diretti interessati, in particolare, il Consorzio del Cannonau ha paventato l’ipotesi concreta di un ricorso alla giustizia amministrativa contro un eventuale decreto che non preveda tutele per il vitigno simbolo, se non si riuscirà a mettere un freno a una pericolosa deriva. Come ha dichiarato il presidente Emanuele Garau:Si andrebbero a vanificare tutti gli sforzi fatti finora a livello produttivo e d’immagine per comunicare al consumatore un legame intrinseco tra questo vitigno e la Sardegna. Il ricorso è un’ipotesi lontana, speriamo si trovino altre soluzioni”.

Gli altri vitigni a rischio

Se il Cannonau è il vitigno principe messo a rischio dalla nuova norma, altri autoctoni potrebbero essere slegati dal loro legame con la Sardegna. Si tratta di Nuragus di Cagliari (1.492 ettari in provincia di Cagliari, su un totale di 1.880 in tutta la Sardegna), Nasco di Cagliari (147 ettari di cui 131 nella vecchia provincia di Cagliari), Semidano (38 ettari dei quali 17 a Cagliari e 20 a Oristano), Girò di Cagliari (88 ettari) e Carignano del Sulcis (nuovo inserimento). Sono complessivamente 11 i vitigni coinvolti nella partita, tra cui anche Erbaluce di Caluso (Piemonte), Sagrantino di Montefalco (Umbria), Ruchè di Castagnole Monferrato.

Vitigni a rischio nel DM etichettatura

Il parere accademico

Forti dubbi sulle disposizioni contenute nella bozza del Decreto del Mipaaf sono state espresse anche da ambienti universitari. Come sottolinea Giovanni Nieddu, docente di Agraria all’Università di Sassari, il legame Cannonau-Sardegna esiste dagli anni Settanta, ovvero dal momento in cui furono istituite le Doc: “Da quel momento, abbiamo arricchito e dimostrato con numerose altre informazioni questo legame storico. La genetica, ad esempio, ci consente ora di stabilire l’esatta provenienza dei vitigni del Mediterraneo permettendoci di sapere se si tratti, ad esempio, di un Cannonau della Francia, della Toscana o di Jerzu. Ritengo” prosegue Nieddu “che l’ipotesi contenuta nel decreto del Ministero sia preoccupante e, tra l’altro, andrebbe in contrasto con diverse iniziative della stessa Unione europea, tendenti a valorizzare i paesaggi storici e quelli rurali mediante il loro rapporto coi vitigni autoctoni”.

Le possibili soluzioni

Le modalità e i tempi per intervenire e porre rimedio ci sono. Il testo del Dm, di cui circolano diverse bozze, dovrà essere sottoposto alle osservazioni delle associazioni di categoria. Inoltre, nel doveroso passaggio in Conferenza Stato-Regioni, previsto per i prossimi mesi, ci sarà la possibilità di emendare il testo.

Altra soluzione, dal momento che non è praticabile la strada della modifica della legge comunitaria, potrebbe essere quella di un intervento di modifica del Testo unico del vino (legge 238 del 2016). Ma questa appare una strada più lunga rispetto a una modifica del nuovo testo in discussione al Mipaaf.

L’importante, come ha evidenziato Michele Zanardo, è che la legislazione italiana agisca disponendo tutele per i suoi vini storici, come il Cannonau. Il vitigno sardo si salverebbe reintroducendo nel testo un meccanismo di protezione analogo a quello precedente che prevede l’esclusività d’uso per i produttori isolani. “Rischiamo di rimanere disarmati e la nostra identità rischia di essere intaccata dall’ingresso di altri nomi nel mondo del Cannonau, non avendo noi neppure una massa critica importante per aggredire il mercato”, ha dichiarato il presidente del Consorzio vini di Cagliari, Sandro Murgia. “C’è bisogno di camminare uniti” ha aggiunto Francesca Argiolas, che guida il Consorzio vini di Sardegna “anche con le altre regioni italiane che hanno ad oggi il nostro stesso problema, come l’Umbria o l’Emilia-Romagna. Se al Mipaaf arriverà una presa di posizione unica, allora avremo in mano un’arma più forte per impedire che ci venga tolto ciò che riteniamo solamente nostro. Non si dimentichi che in un mercato del vino globale la differenza la fa la biodiversità”.

Uno spiraglio dal Ministero

Il momento è delicato ma la posizione del Mipaaf non è di chiusura, secondo quanto apprende il settimanale Tre Bicchieri. Se, da un lato, il nuovo decreto va adeguato alla norma Ue, dall’altro lato resta aperta la strada per la presentazione di un emendamento correttivo al testo. Ci sarà tempo fino a metà settembre per elaborare una proposta ad hoc, in grado di tutelare i vari interessi in gioco, compresi quelli di altre Regioni italiane che, nel complesso, sono sei: Piemonte, Liguria, Marche, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna. Per arrivare a un emendamento sono in corso contatti a vari livelli tra i consorzi e le associazioni di categoria per sbrogliare la matassa delle tecnicalità giuridiche. In qualsiasi modo, occorre evitare di andare contro la normativa europea.

Verso un unico Consorzio dei vini sardi

Se c’è un lato positivo in questa vicenda, che arriva nel pieno dell’emergenza da Covid-19, è l’effetto collante creato tra i nove consorzi isolani del settore vitivinicolo. Vecchie ruggini, campanilismi, incomprensioni e rivalità sono state messe da parte da Sassari a Cagliari, da Oristano a Nuoro per fare spazio a contatti quotidiani, confronto, condivisione di idee ed elaborazione di progetti. Se la crisi economica ha portato tutti a vivere un’identica realtà emergenziale e ad appellarsi alle istituzioni, come è avvenuto nei mesi scorsi per chiedere sostegno, ora la battaglia del Cannonau ha cementato il gruppo. Al punto che la Sardegna vitivinicola potrebbe a breve fare lo storico passo: la nascita di un soggetto che unifichi i consorzi dei vini, un ente che sarà interlocutore unico e qualificato per la politica regionale. Dovrebbe trattarsi di una realtà consortile di secondo grado, con un Consiglio di amministrazione in cui siederà un rappresentante per ognuno degli attuali enti del vino.

Come spiega Alessandro Dettori, portavoce di questa nascente realtà, gli obiettivi sono chiari: “La promozione organica e strutturata della Sardegna del vino con tutti i nove consorzi autorizzati dal Mipaaf, e la scrittura di un piano programmatico di rinascita della vitivinicoltura della Sardegna. Abbiamo perso 40 mila ettari vitati negli ultimi 30 anni e vogliamo che si torni a parlare di redditività e di interesse dei più giovani, e non solo, verso questo settore fondamentale per la nostra economia”. Che sia la volta buona?

a cura di Gianluca Atzeni

Articolo uscito sul numero di Tre Bicchieri del 30 luglio

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Borgo Mameli

Borgo Mameli: la nuova vita di Piazza di Porta San Felice a Bologna

Un punto di ritrovo aperto sette giorni su sette dalle 18 alle 2 del mattino, creato in un’ex birreria di una caserma dell’Ottocento, un cortile di 350 metri quadri perfetto per la bella stagione, specialmente quest’anno in cui gli spazi all’aperto vanno per la maggiore. Si chiama Borgo Mameli, si trova a Piazza di Porta San Felice a Bologna, e si propone come luogo “di cultura e aggregazione”, come spiegano gli ideatori del progetto curato da PeacockLab, associazione culturale nata nel 2008 per il riutilizzo creativo di ambienti urbani dismessi e trascurati, tramite eventi e azioni di ricerca in ambito culturale. Un temporary creato con la collaborazione del Comune di Bologna, Confcommercio e Goodland, attivo fino a fine ottobre ma che si trasformerà poi in uno spazio polifunzionale, con attività legate alla cultura, alla ristorazione e anche al turismo sostenibile.

Borgo Mameli a Bologna: l’offerta gastronomica

Oggi Borgo Mameli è il posto ideale per godersi le serate estive al fresco nello spazio arredato con gusto, sorseggiando un buon cocktail e gustando qualche pietanza sfiziosa e stagionale. Sostenibilità è una delle parole chiave del progetto: i prodotti a disposizione, infatti, sono tutti biologici e a chilometro zero, provenienti da piccole aziende di nicchia del territorio. Ci sono Goodland e Local to You, mentre per bere c’è Ghisa, bar container con cocktail, vini naturali e birre artigianali. E poi la carne della Macelleria Zivieri, il pesce fresco di giornata, le verdure biologiche delle aziende agricole locali, il tutto cotto e servito da Fuoco Vivo. Non possono mancare i piatti della tradizione, creati con cura dal Convivio, dalle classiche tagliatelle a tutte le altre specialità bolognesi, anche in versione estiva più fresca e leggera. Spazio poi alla pizza, quella tonda di Ranzani 13, dall’impasto morbido e il cornicione pronunciato, leggero e digeribile, arricchito con materie prime selezionate con attenzione

Le attività culturali di Borgo Mameli

Non possono mancare, inoltre, attività culturali, dagli spettacoli teatrali a cura di NarrandoBO alla “Diretta sul cortile”, format interattivo ideato da Massimo Vitali. Ancora, musica dal vivo, in scena ogni sabato sera grazie ai musicisti che suoneranno dalle finestre per la “serenata al contrario”, come l’hanno definita gli organizzatori. La domenica, invece, djset del PeacockLab Talk, che affronterà il tema dell’agricoltura sostenibile, del cibo e altre tematiche ambientali, insieme ai produttori di Goodland. Insomma, un nuovo spazio a Bologna, o meglio un vecchio luogo che torna alla vita e viene restituito ai cittadini in una veste diversa, moderna e coinvolgente.

facebook.com/BorgoMameli/

a cura di Michela Becchi

torta panna e fragole

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THE BEST IN LOMBARDY

 

La pasticceria Clivati a Milano

Ha festeggiato il 50esimo anniversario di attività lo scorso anno, ma Clivati a Milano è inarrestabile: un locale che non smette di sorprendere e che propone sempre proposte innovative, golose, irresistibili. Pasticceria, torrefazione, bar e anche vermuteria, con oltre 60 etichette diverse: tutto questo è Clivati, un’insegna che offre buon cibo a qualsiasi ora del giorno e che non si è mai fermata, neanche in piena quarantena. “Abbiamo subito approfittato del delivery, lavorando con personale ridotto, ma cercando di rimanere in contatto con i nostri clienti anche attraverso i social, che si sono rivelati fondamentali in questo periodo: se prima erano solo una delle nostre vetrine, per tre mesi sono stata l’unica. È ora di comprendere fino in fondo quanto sia importante curarli”, racconta il titolare Lorenzo Giampietro.

Clivati sala interna

Il delivery di Clivati e il Dolce sospeso per gli ospedali

Consegne, quindi, tante consegne: di colombe, dolci, torte per la festa del papà e quella della mamma. Ma non sono solo le festività comandate a far muovere il team di Clivati: per sostenere il personale degli ospedali alle prese con l’emergenza Covid-19, la pasticceria ha lanciato l’iniziativa Dolce sospeso, dapprima offrendo all’Ospedale Sacco vassoi di paste e brioche, poi permettendo a tutti i clienti di ordinare e pagare i dolci tramite Glovo, Deliveroo e lo stesso sito del locale. Così, chiunque poteva scegliere di compiere un piccolo gesto d’affetto, un segno di riconoscenza per chi affrontava in prima linea la pandemia, “progetto poi esteso anche ad altri ospedali della zona, a seconda delle richieste ricevute, che sono state tantissime”.

Gelati Clivati: barattoli monogusto e coppette a domicilio

Fra i prodotti consegnati a domicilio, tanti gelati, parte della nuova linea Gelati Clivati, che alterna gusti classici ad altri più creativi come pesca e basilico, “quello che è andato per la maggiore”. Per il delivery, la squadra ha studiato una serie di barattoli monogusto, “così ognuno può scegliere ciò che preferisce”, oltre a delle coppette piccole da passeggio che arrivano in casa con tanto di coperchio, “a soli 3 euro”. Poi, la riapertura, inizialmente solo per il servizio di asporto, poi per il consumo in loco. Nuovi tavoli all’aperto e anche un laboratorio a vista, “creato appositamente per mostrare al pubblico l’alta attenzione alle norme igieniche che c’è in ogni fase di preparazione, la stessa di sempre, ma che ora ha assunto un valore aggiunto”.

Cappuccino e cornetti Clivati

La colazione e la pausa pranzo da Clivati

Non ci si può aspettare lo stesso flusso di clienti di un tempo, ma la situazione varia molto anche a seconda del momento della giornata. La fase della colazione, per esempio, procede bene, “piacciono le opzioni salate, come i pancakes con prosciutto cotto e tartufo o il croque madame”, proposte che spingono la clientela a sedersi e concedersi un momento di pausa più lento e rilassato, “anziché una consumazione veloce al bancone”. Numeri più bassi per la pausa pranzo, “prima uno dei nostri punti di forza”, notizie rassicuranti dal fronte degli aperitivi, “anche se non siamo ancora ai livelli pre-Covid”.

Cocktail Americano in Blues Clivati

Il cocktail dei Blues Brothers e la “torta di non compleanno”

Clivati, comunque, continua a studiare formule innovative: come il cocktail Americano in Blues, un omaggio al 40esimo anniversario del film The Blues Brothers, che viene servito insieme a un paio di occhiali da sole simili a quelli indossati dai protagonisti, con il logo del locale. A riprendersi meglio, però, è stato il comparto pasticceria, “tornato quasi ai numeri di un tempo”, anche grazie a una divertente iniziativa nata poco dopo la fine della Fase 1: le “torte di non compleanno”. Ovvero dei dolci pensati per tutte le persone che non hanno potuto festeggiare durante il lockdown e che vogliono recuperare insieme ad amici e parenti: “L’idea è piaciuta tanto ed è stata così sponsorizzata sui social che abbiamo ricevuto tantissime richieste”.

 a cura di Michela Becchi

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Nella sezione web, ogni settimana sino all’uscita della nuova guida, a fine ottobre, vi racconteremo le iniziative più curiose, divertenti, funzionali, messe in campo da piccole e grandi insegne, perché tornare al bar sia ancora più bello di prima.

Formaggi, olive, pane e due calici di vino francese

Taste France. Dal marchio al sito web

Era la metà di febbraio scorso. Al Salon de l’Agricolture di Parigi, il presidente Macron annunciava l’esordio del marchio Taste France, progetto nato per raccontare al mondo il potenziale gastronomico della Francia, e il suo valore culturale ed economico, nell’ambito di una più ampia campagna di promozione turistica del Paese, ribattezzata Choose France. Tra gli obiettivi, oltre a quello di valorizzare l’attività delle imprese francesi impegnate nel settore, anche la possibilità di attrarre investitori stranieri intenzionati a investire sul patrimonio gastronomico transalpino. Disinnescando, al contempo, quell’immagine fin troppo elitaria trasmessa dalla gastronomia nazionale al mondo, “tale per cui i consumatori si sentono obbligati a sforzarsi per capirla”, spiegavano i promotori dell’iniziativa “mentre è il momento di presentare i prodotti francesi in modo più diretto, umile, reale, per conquistare i mercati stranieri”. Buoni propositi e progetti per il futuro che solo qualche settimana più tardi avrebbero dovuto fare i conti con un mondo radicalmente cambiato, alle prese con la più spaventosa crisi dai tempi del Dopoguerra. Eppure il progetto Taste France è andato avanti, e ora, nel presentare al pubblico il sito web che ne raccoglie intenzioni e speranze, acquista un significato ancor più calzante rispetto ai tempi che corrono. Mai come adesso, infatti, è importante offrire al mondo un’immagine di sé solida e attraente.

Tastefrance.com. L’enogastronomia francese si mostra al mondo

E Tastefrance.com lo fa puntando su una delle attrattive più celebrate di Francia: la tradizione culinaria e i prodotti enogastronomici che identificano le diverse regioni del Paese. Si tratta del primo sito istituzionale, varato sotto la supervisione del Ministero dell’Agricoltura, promosso in Francia per promuovere all’estero il comparto, e per questo tradotto in sei lingue (ma stupisce l’assenza dell’italiano): inglese, tedesco, giapponese, cinese, spagnolo, oltreché francese. “La gastronomia e il gusto per le cose buone sono inseparabili dall’identità e dalla cultura francesi”, ha spiegato il ministro dell’agricoltura Julien Denormandiee siamo fieri di sostenere attraverso questa piattaforma la capacità dei nostri produttori e il settore agroalimentare francese in tutto il mondo”. Il sito (cui è associato anche un profilo sui diversi social network), infatti, sarà anche vetrina per le attività che desiderino promuoversi all’estero, con la garanzia di entrare a far parte di un circuito istituzionale, rispettoso di certi valori. Ma Taste France fa anche ampio uso dello storytelling, per raccontare piccole realtà produttive, proporre itinerari di viaggio, tour gastronomici, oltre a spunti di riflessione sul futuro del settore che tengono conto di quanto il Covid-19 abbia mutato le prospettive e scombinato l’ordine delle priorità. C’è inoltre spazio per le ricette e per i prodotti “essenziali” della cultura agroalimentare francese, con schede dedicate a formaggi e salumi a marchio di denominazione, frutta e ortaggi, vino e molto altro.

Come va la ripresa della ristorazione?

La Francia, dunque, continua in modo volitivo a difendere il proprio patrimonio enogastronomico, nonostante la brutta tegola piovuta da Lione qualche settimana fa, con l’annuncio della chiusura definitiva della Citè de la Gastronomie di Lione, inaugurata appena nove mesi prima (ma l’amministrazione cittadina si dice già pronta a lavorare su un nuovo progetto). Nel frattempo, nel Paese, anche la ristorazione ha ripreso a girare con fatica. All’inizio di giugno è stata autorizzata la riapertura delle attività negli spazi outdoor, ma già tre settimane più tardi bar e ristoranti hanno riconquistato la piena operatività, pur nel rispetto delle norme di sicurezza, fondate sul distanziamento e sull’utilizzo delle mascherine da parte del personale. In una città come Parigi, dove i caratteristici dehors di caffè e bistrot ora possono contare su qualche posto in più (ma dovranno fare a meno di lampade riscaldanti e “funghi”, ora vietati per legge), il colpo d’occhio farebbe pensare che i parigini siano tornati ad affollare numerosi le tavole della città. Ma in mancanza di turisti stranieri e con l’incertezza di doversi nuovamente fermare, gli analisti stimano che il 15% delle attività di settore potrebbero non riaprire più. Con la Costa Azzurra e l’Ile de France – dove i ristoranti registrano in media un calo del 40% del fatturato – destinate a scontare maggiormente la crisi del turismo.

www.tastefrance.com

a cura di Livia Montagnoli

 

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“La farina è un ingrediente che diventa cibo solo se lavorato dalle mani dell’uomo. E perché diventi buon cibo richiede creatività e capacità di trasformare le esperienze in conoscenza. Buone mani e più conoscenza tecnica fanno utile la farina. Passione e sensibilità estetica trasformano le farine in forme artistiche che vale la pena confrontare con altre forme di arte”.
Così l’azienda Petra Molino Quaglia racconta la sua farina e la sua mission.

pomodori

Xitomatl-Pomodoro, un regalo del Messico al Mondo

Si chiama Xitomatl-Pomodoro, un regalo del Messico al Mondo ed è un nuovo concorso gastronomico a cui sta lavorando quella che a breve diventerà ufficialmente l’Associazione per la Promozione della Gastronomia Messicana, il cui primo incontro si è tenuto lo scorso 17 luglio all’Ambasciata del Messico in Italia. Un’iniziativa pensata per fare luce sull’ampia ricchezza culinaria messicana, Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’Unesco dal 2010, e sul contributo del Paese allo sviluppo gastronomico di altre nazioni, fra cui l’Italia.

La storia del pomodoro, dal Messico all’Italia

L’approdo del pomodoro nella Penisola, infatti, è il risultato di un viaggio lungo, che comincia dall’altra parte della Terra, nell’America Latina. In principio fu il Messico a dare vita allo xitomatl, come veniva chiamato già dagli aztechi (da qui il termine inglese “tomato”), una parola che indicava “una pianta con frutto tondo, polpa succosa e numerosi semi”. Il lycopersiconesculentum (questo il nome botanico della pianta) resta una prerogativa del Sud America fino al 1492 e oltre: la scoperta del Nuovo Continente, infatti, segna l’introduzione in Europa di prodotti fino ad allora sconosciuti, ma non il loro consumo. Perché, proprio come la patata, il pomodoro venne inizialmente classificato come prodotto non commestibile: nel 1544 l’erborista senese Pietro Andrea Mattioli, fra i primi a scriverne, annovera la pianta fra le specie velenose.

I primi utilizzi del pomodoro in cucina

È sempre Mattioli, però, a sdoganare le dicerie e i falsi miti che avevano iniziato a circolare sul prodotto, riportando delle ricette provate nel Sud Italia, dove il pomodoro veniva consumato fritto nell’olio. Fra fine Cinquecento e inizio Seicento il frutto iniziò a essere impiegato dagli alchimisti, che ritenevano avesse delle proprietà afrodisiache: nelle lingue europee, infatti, si possono rintracciare diverse espressioni riferite a queste presunte caratteristiche, dal tedesco liebesapfel al francese pomme d’amour, fino ad arrivare al dialetto siciliano pumu d’amuri. È solo nel Settecento che inizia, finalmente, a diffondersi fra le cucine dell’Europa meridionale, Inghilterra e Francia in primis (una leggenda vuole che fosse molto apprezzato dal Re Sole).

L’Associazione per la Promozione della Gastronomia Messicana

Insomma, un prodotto dalla storia antica, oggi uno dei più utilizzati in tutta la cucina, fondamentale per alcuni piatti simbolo dell’Italia nel mondo, dalla lasagna agli spaghetti al pomodoro e basilico, dalla pizza Margherita alla caprese. L’associazione che vuole costituirsi proprio per valorizzare l’importanza dei prodotti messicani per le cucine internazionali sarà composta da promotori culturali e gastronomici, imprenditori e personaggi noti della ristorazione e professionisti del settore. L’obiettivo è quello di promuovere una conoscenza approfondita delle tradizioni della cucina messicana, dalle tecniche agli ingredienti utilizzati, dalle usanze rituali alle ricette tipiche.

Il concorso Xitomatl: cucina fusion tra Italia e Messico

Alla base del concorso, la voglia di recuperare la storia del pomodoro, ma anche quella di coniugare due grandi tradizioni gastronomiche come quella messicana e italiana. Il contest digitale è rivolto a tutti coloro che vogliano proporre piatti in grado di fondere in maniera armonica queste due cucine, mescolando prodotti ma anche tecniche. A giudicare le pietanze (inviate tramite mail con foto e ricette complete), l’Ambasciatore Carlos García de Alba, Karime López, Diana Beltrán, Elizabeth Sánchez e lo chef dell’Ambasciata del Messico in Italia, Rodrigo Zepeda. I primi tre classificati verranno annunciati il 9 novembre 2020 e dovranno presentare la propria creazione culinaria presso l’Ambasciata, in occasione della Giornata della Gastronomia Messicana (16 novembre), ricevendo così il meritato riconoscimento.

a cura di Michela Becchi

 

Lapprodo

La famiglia Preiato non sbaglia un colpo. Così quando ha deciso di arrivare con la ristorazione anche in questo grazioso angolo di Vibo Marina, lo ha fatto con tutti i sentimenti. Materia prima freschissima, lavorazioni rispettose del prodotto, tecnica corretta e un pizzico di creatività, quella a cui all’inizio i nuovi avventori facevano un po’ fatica a lasciarsi andare, ma che poi è diventato un valore aggiunto. Accomodati in un ambiente curato e accogliente, si comincia con delle ostriche Gillardeau scottate nella loro acqua, poi si prosegue con ceviche di baccalà, degli ottimi tagliolini amarelli in salsa di calamaretti, il filetto di dentice con patate e tartufo fresco. Il servizio gira molto bene e la carta dei vini è di livello, come si addice a un ristorante che conquista le Due Forchette nella guida del Gambero Rosso.

Vibo Valentia – via Roma, 22 – 0963572640 – www.lapprodo.com – https://www.facebook.com/ristorantelapprodo

locanda toscano

Locanda Toscano

Cucina di mare basata su materie di qualità (e il mare, qui, può dare davvero ancora molto) ma che non si accontenta della trasmissione, per così dire, diretta dei loro sapori, e interviene, con mano attenta – femminile in questo caso, opera di Caterina Malerba – e molto personale, nella costruzione dei piatti. E così, dalla gustosa pasta al nero si passa disinvoltamente alla tempura di pescatrice con humus di ceci e curry, o a un piatto forte (battezzabile, volendo, “all red”) intreccio di tonno rosso, birra rossa, cipolla rossa. Bel lavoro anche sui dolci, delicati e barocchi insieme. Cantina opportunamente rimessa a punto e tanta cortesia.

Pizzo (VV) – via B. Musolino, 14 – 0963531089

san domenico restaurant pizzo

San Domenico Restaurant

A picco sul mare e con una terrazza con splendida vista panoramica, troviamo questo ristorante dalla vocazione totalmente ittica. In tavola piatti semplici, realizzati con pescato locale di grande freschezza, a partire dal bel percorso di crudi seguendo con piatti classici, ma non solo, e qualche proposta dall’afflato più creativo pur se saldamente ancorato alla tradizione locale, come nella la stroncatura con bottarga di tonno, olio al cedro e mandorle tostate. Carta dei vini non enciclopedica, ma comunque adatta al contesto.

Pizzo (VV) – via Colapesce, 8 – 3275971692

Blu Tropical

Stabilimento, albergo, residence, ristoranti (due, il Blu Shine e la romantica terrazza Blu Marine proprio sulla spiaggia). Tutto insieme, proprio sul mare a un passo da Tropea, sulla spiaggia di Zambrone. Il pesce in tavola gioca la parte del leone, dettando il ritmo di una proposta che non lesina qualche slancio creativo, ben bilanciato ma sa accontentare anche chi punta alla semplicità: primi classici, come la pasta con le vongole, o appena rinnovato, come nelle linguine al nero con battuto di crostacei, e poi polpo e patate, tonno e una antologia di piatti gusto mare.

Hotel Residence Blu Tropical – Zambrone (VV) – via del Mare, 24 – 0963 392898 – http://www.blutropical.it/index.php?lang=it

Pimm’s

Con quel tavolino vista mare che pare quasi un oblò di una nave si è letteralmente immersi nel blu della perla del Tirreno, che al Pimm’s si guarda dall’alto. Il mare, dunque, è una presenza costante fuori e dentro i piatti. La proposta elabora i prodotti del territorio e punta tutto sulla grande materia prima ittica. Dal Riso Acquerello con pistilli di zafferano e gambero rosso agli spaghetti ai ricci, dal tonno con il sesamo e la cipolla di Tropea alla frittura, è un inno al mare e ai suoi migliori doni.

Tropea (VV) – largo Migliarese, 2 – 0963 666105

Non solo ristoranti

Cicciò del Duomo

Doppio binario: dolci classici e della tradizione, ma sempre realizzati con cura e proposti con grande garbo da un personale sempre gentile ed efficiente. Tra le ricette locali segnaliamo in particolare le squisite pitte pie, dolce vibonese del periodo pasquale. Ma anche quando ci si cimenta con specialità extraregionali, pensiamo alla pastiera o alla cassata, il risultato è comunque di buon livello. Tra le torte ben fatti il profiterole, anche nella versione alla nocciola, la zuppa inglese e la torta babà farcita di crema chantilly, tra i cavalli di battaglia della casa. Valida l’offerta di mignon, tra cui spiccano le proposte a base di crema pasticcera, è una delle migliori della zona. Gustosa la biscotteria, che spazia da quella da tè a quella della tradizione calabrese e siciliana. A colazione si può contare su crostatine, fette di torta e buoni lievitati da accompagnare a caffè e cappuccini.

Vibo Valentia – v.le A. De Gasperi, 13 – 096344812 – www.pasticceriavibovalentia.com

cincin bar

Cin Cin Bar

Ampio nelle dimensioni e nella proposta, con un’offerta salata, particolarmente interessante: un’interminabile sequenza di sfizi, mangiari di strada calabresi, siciliani e, più in generale, del Mezzogiorno a cominciare dalle braciole di riso, dalle polpette di tonno e melanzane, dai classici arancini. Buoni pure i pitoni della tradizione siciliana e i calzoni; non mancano vari tipi di panini e tranci di pizza, crocchette di patate (buonissime), calzoni fritti, polpette di carne (eccellenti), mozzarella in carrozza. Squisite pure le polpette di melanzane, classiche o con l’aggiunta di tonno. All’ora di pranzo è attivo un valido servizio di tavola calda, da gustare comodamente seduti in un’ampia sala. Sul versante dolce, dalla pasticceria fresca e secca ai classici prodotti per la prima colazione, da accompagnare a espressi e cappuccini di buon livello. Per chi preferisce qualcosa di diverso, è possibile assaggiare una mini Sacher oppure una crostatina al limone.

Vibo Valentia – v.le G. Matteotti, 84 – 096342643 – www.cincinbar.it

Ercole

Pizzo Calabro è famosa per il tartufo, tipica specialità di gelato a base di nocciola e cioccolato. Non c’è gelateria che non lo proponga e il dibattito su quale sia il migliore è sempre aperto e impossibile da chiudere. Noi segnaliamo Ercole, locale che dalla sua ha anche la splendida posizione nella piazza centrale del paese. Qui il tartufo evidenzia la qualità del gelato, e ha nel cuore scioglievole il suo apice goloso. Esistono alcune varianti come quella al pistacchio e quella al cioccolato bianco, che si affiancano ad altre specialità dalla concezione simile (arancino, riccio di mare, nocciola imbottita), a semifreddi e a tranci di torte gelato. Ovviamente non manca la possibilità di coni e coppe, ma rinunciare al tartufo è quasi impossibile.

Pizzo (VV) – p.zza della Repubblica, 18 – 0963531149

Enoteca Russo

Marco Locane è nato nell’enoteca della sua famiglia; entrambi vedono la luce a luglio 1978. Col tempo si appassiona sempre di più al mondo del vino, consegue il diploma di sommelier fino a raccogliere l’eredità dell’esercizio commerciale e della sua storia, appena rinnovato. Oggi Marco ha a che fare con un assortimento che si aggira intorno alle 1600 etichette: la vocazione turistica della zona lo ha portato a prediligere i vini della sua terra; tutta la Calabria è perfettamente rappresentata, dai nomi più conosciuti ai piccoli produttori. Ci si muove su questo binario anche per la produzione nazionale con una selezione frutto di ricerca e non scontata: spazio quindi a produzioni artigianali, vignaioli indipendenti, vini biologici e biodinamici. Sugli scaffali anche qualche etichetta francese, soprattutto Champagne. Altre 600 referenze, invece, sono dedicate ai liquori e ai distillati. Prodotti gastronomici perlopiù territoriali. Periodicamente degustazioni e corsi.

Ricadi (VV) – fraz. Santa Domenica di Ricadi – via Roma, 98 – 0963669051 – www.enotecarusso.com

Pasticceria d’arte Russo

Un piccolo laboratorio artigianale che propone un discreto assortimento di dolci tradizionali, classici e innovativi. Tra questi ultimi si fanno apprezzare le buone torte semifreddo, proposte in vari gusti (limoncello, tre cioccolati, nocciola e cioccolato), ma anche la rivisitazione dello zuccotto è di sicura soddisfazione. Tra i dolci classici, davvero ben realizzato il Saint Honoré. Per quanto riguarda le specialità tradizionali, spazio a una buona versione della pastiera e a una cassata ben presentata, ma a colpire particolarmente sono le pitte pie, dolce tipico calabrese del periodo pasquale. Per cominciare bene la giornata fragranti lieviti e “zavatte” di sfoglia ripiene di confettura o cioccolato. Piuttosto fornito e di buona qualità anche il reparto mignon. Valida selezione di biscotti per il tè.

Vibo Valentia – via Terravecchia Inferiore, 3 – 0963 45577 – www.pasticceriadarte.it

Tonino

Tonino è una sorta di istituzione, nel cuore di Tropea, a pochi passi da una scenografica terrazza che affaccia su una delle più famose spiagge della Calabria. Passione, competenza, cortesia, personale giovane e sorridente, e – soprattutto – un gelato tecnicamente ineccepibile e dal gusto centrato anche se, a volte, che non tema di puntare sulla carta della dolcezza senza incertezze. Oltre ai gusti più classici, particolarmente riuscite sono le specialità che vedono protagoniste materie prime calabresi, sia nel caso delle creme (liquirizia, ricotta) che dei sorbetti (fichi fioroni, more di gelso). Il richiamo al territorio continua nei gelati salati (cipolla, olive, nero di seppia) e nelle granite, tra le quali segnaliamo quelle agli agrumi. Da provare anche il tartufo gelato.

Tropea (VV) – c.so Vittorio Emanuele, 52 – 3403449657

Valgono il viaggio

abbruzzino

Abbruzzino

In una zona periferica della città, locale moderno negli arredi e nella proposta. La cucina di Luca Abruzzino – uno dei più noti esponenti della nouvella vague calabra – è in continua crescita, nasce dal territorio ma poi trae spunto dalla sua formazione culturale. Emblematica la sequenza di apetizer che parla delle sue esperienze: pochi bocconi che portano nelle Langhe, in Giappone, in Francia, in Finlandia. I piatti sono caratterizzati dal contrasto di sapori, da un utilizzo coraggioso delle note dolci, bilanciate correttamente come nel gambero, mandorla, ciliegia e cipolla. In menu prevalgono i piatti di pesce (dal riso, latte di baccalà, liquirizia, limone bruciato a orata olive cetrioli e salsa alle vognole) ma non manca qualche scelta di terra (maiale carota nespola e senape); molto buoni anche i dessert. Cantina curata, con mirabile selezione di etichette calabresi. Servizio di grande professionalità.

loc. San Janni (CZ) – via Fiume Savuto – 0961799008 – www.abbruzzino.it

Villa Rossi vista dal giardino

Qafiz

Alle pendici dell’Aspromonte, il giovane Nino Rossi si conferma chef promettente e portatore di novità in una terra in cui mancava l’alta ristorazione. Si mangia in un elegante locale – un ex frantoio di famiglia – tra soffitti a volta, vecchi arredi e qualche elemento moderno. Il servizio in sala è di livello, curato dalla brava e cortese Rossella Audino. I piatti d’ispirazione mediterranea, calabrese e di territorio si contaminano ogni tanto con spunti nordici e francesi, seguendo le esperienze e i gusti dello chef. La carta dei vini è ampia, articolata e racconta bene e in profondità la Calabria; poi risale l’Italia e fa qualche puntata all’estero (si aprono al calice buona parte delle bottiglie, bollicine escluse). Di livello la cena, a partire dal gelato al riccio di mare, alghe, gel di limone, namelaka al finocchietto marino alla creme bruleè alla ‘nduja e fino all’articolato e composto piccione, melograno, parfait di fegatini, rollè di coscia, pistacchio, curcuma. Da non perdere un passaggio all’attiguo cocktail bar, Aspro, dove è di stanza il barman Umberto Oliva.

Santa Cristina d’Aspromonte (RC) – loc. Calabretto, 1 – 0966878800 – www.qafiz.it

Ceraudo

Dattilo

Caterina Ceraudo continua con la stessa luce negli occhi il suo percorso nella cucina del ristorante di famiglia. Quello da cui ogni cosa è partita, dallo slancio e la passione che l’hanno portata alla laurea in enologia, alla voglia irrinunciabile di cimentarsi in cucina, con un passaggio al cospetto di Niko Romito. Oggi è padrona delle sue esperienze, cuoca ispirata e concentrata. Nel piatto c’è la Calabria, la tecnica, le suggestioni di Caterina: Pomodoro, mozzarella e dragoncello, spaghettone quadrato, finocchietto e gamberi rossi, spaghettone freddo, pomodoro e frutti di mare; pollo, patate e rosmarino, spigola e limone.Ci sono diversi menu degustazione e in sala troverete una grande disponibilità a sostituire questo o quel piatto secondo le vostre preferenze. Grande attenzione anche a quello che finisce nel bicchiere, pescando da una carta dei vini ampia e interessante.

Strongoli (KR) – Contrada Dattilo – 0962 865613 – https://dattilo.it/

Hyle

Lì accanto a dove c’era Biafora Restaurant (oggi bistrot), oggi c’è Hyle, nuovissima insegna di Antonio Biafora, uno degli altri nomi di spicco dell’ondata calabra. Aperto a gennaio 2020, è un locale perfettamente inserito nel contesto ambientale, artigianale e sociale. Doppio binario, da una parte la strada indicata dal percorso personale dello chef, dall’altro uno che intercetta la “via della pece”: la pece bruzia, una materia prima locale che segue la strada del territorio e dalle colline sul mare arriva fin sulle montagne. Territorio, dunque, ma con lo sguardo di un giovane di grande esperienza. Materia prima e produttori locali, soprattutto della Sila. Due i degustazione: da 7 e 11 portate (70€ e 100€).

 San Giovanni in Fiore (CS) – Località Torre Garga- 0984 970722 – hyleristorante.it

a cura di Antonella De Santis

Piantumazione di una pianta aromatica

L’importanza delle politiche alimentari in città

E anche Colonia si aggiunge ufficialmente alla lista delle città d’Europa e del mondo impegnate per ripensare il rapporto dei propri abitanti col cibo, attraverso politiche alimentari che favoriscano dinamiche produttive e distributive etiche, sostenibili ed eque. Mentre sul versante italiano è Milano – raccolta l’eredità di Expo 2015 –  a tenere alta l’attenzione sul tema, in Germania, ormai quattro anni fa, 30 delle principali città del Paese si sono dotate ciascuna del proprio Consiglio, adibito allo sviluppo di food policy coerenti con gli obiettivi di cui sopra. Quattro anni dopo, nel bel mezzo di una crisi globale che ha dimostrato la necessità di ripensare anche le politiche alimentari che vigono su scala internazionale e locale, è Colonia la prima città tedesca a raggiungere un traguardo importante, che potrà essere d’esempio per molti, anche fuori dai confini nazionali. Il Consiglio locale (l’Ernährungsrat Köln und Umgebung) ha infatti di recente ottenuto il sostegno ufficiale dell’amministrazione cittadina per sviluppare il progetto “essbare stadt”, che mira a fare della storica città affacciata sul fiume Reno, nella Germania Occidentale, una “città commestibile”.

Banco di ortaggi a offerta libera

Cos’è una città commestibile

La formula – coniata nel Regno Unito nel 2008 –  è oggi condivisa da numerose città che nel mondo mirano a fare dell’agricoltura urbana uno strumento per assicurare il diritto al cibo, ma pure un mezzo di educazione alimentare, valorizzazione della biodiversità agricola e ambientale, creazione di nuovi posti di lavoro fondati su un sano rapporto con la terra e con il cibo. Della necessità di scommettere su questo tema, per restituire ai cittadini una città moderna e ospitale, abbiamo parlato qualche tempo fa a proposito delle nuove sfide (opportunità?) che la pandemia ci ha sottoposto. Analizzando luci e ombre del contesto milanese. E abbiamo visto anche come una città come Nantes, per affrontare l’impoverimento della comunità abbia prontamente sviluppato un sistema di orti urbani che dovranno sfamare gli indigenti. Spesso, i buoni propositi si scontrano con la necessità di conciliare interessi opposti, ma anche con la difficoltà di organizzare un piano d’azione efficace in metropoli sconfinate, dove già impostare un dialogo con le periferie – che peraltro possono rivelarsi grande risorsa – è complicato. A Colonia, il documento approvato di recente è frutto di un lungo lavoro di coinvolgimento degli abitanti, tramite forum, seminari, scambi di idee, che hanno avvicinato molte persone all’importanza del tema.

La mappa illustrata della Colonia commestibile

Colonia città commestibile: spazio a frutteti, orti, aiuole per le api

E il sostegno istituzionale, con finanziamento connesso, darà modo di destinare spazi verdi pubblici alla produzione alimentare, con la coltivazione di orti urbani aperti, la costituzione di nuovi progetti di agricoltura partecipativa, l’elaborazione di un programma di giardinaggio ed educazione alimentare per le scuole. In parallelo, la città promuoverà l’autoproduzione, finanziando la realizzazione di orti privati in casa; ma aiuterà anche i piccoli produttori locali a distribuire i propri prodotti in città, favorendone il consumo diffuso e sostenendo la biodiversità agricola contro le dinamiche della grande distribuzione. E i volontari che finora hanno lavorato – con pochi mezzi e molto impegno – alla costituzione di una infrastruttura locale tale da poter alimentare un sistema di produzione cittadino e partecipato ora esprimono soddisfazione per le prospettive aperte dall’arrivo dei finanziamenti. Per la piena realizzazione di una città commestibile, tutte le attività di produzione e valorizzazione agricola promosse a Colonia dovranno avere carattere aperto e partecipativo; mentre impegno educativo e sociale costituiranno sempre un traguardo da perseguire.

bambini al lavoro per le strade di Colonia per piantare ortaggi

Progetti realizzati e futuri

E il sito del Comune ha già aperto una finestra interattiva per informare i cittadini in tempo reale sulla partenza di nuovi progetti di agricoltura urbana, cui tutti potranno contribuire. Ma gli abitanti di Colonia sono anche invitati a suggerire idee incentrate sull’innovazione agricola, che saranno passate al vaglio del Consiglio. Negli anni passati l’attività degli orticoltori urbani ha già portato alla nascita di un frutteto libero in Rathenauplatz, nel centro della città, ma anche all’allestimento di aiuole per favorire l’impollinazione e alla piantumazione di cespugli di bacche che attirano fauna avicola in città.

Visita didattica all'orto

Tutto finalizzato al ripristino di un ecosistema sostenibile, che porta vantaggi per tutti, e tutti possono supportare: zappando la terra in un orto urbano, piantando fiori in balcone, partecipando ai tour guidati, procurando un contatto con aziende di irrigazione che vogliano sposare la causa della città commestibile.

a cura di Livia Montagnoli

panino

Con i suoi 120 chilometri di piste, Cortina D’Ampezzo è da sempre il paradiso indiscusso degli amanti degli sport invernali. Ma la regina delle Dolomiti merita una visita anche in estate, quando diventa uno dei centri più animati per il lavoro dei galleristi richiamati qui da tutta Italia, e una meta suggestiva, ideale per gli amanti di musica, letteratura e teatro, oltre che della natura, che possono godere di paesaggi mozzafiato e gite all’aperto, come quella al lago di Misurina, bacino naturale a 1754 metri sul livello del mare, nella frazione di Auronzo. Qui si parla ancora il ladino, una lingua retroromanza dalle radici antiche che ha forti legami con la cultura mitteleuropea, e a tavola si trova una cucina di confine, frutto della gastronomia tirolese, quella asburgica e quella tradizione delle montagne venete. Ecco dove mangiare bene a Cortina d’Ampezzo.

Mangiare a Cortina d’Ampezzo: i ristoranti da non perdere

Baita Fraina

Baita Fraina

La star del locale è la carta dei vini, con eccellenze bordolesi ed etichette toscane più blasonate: infatti, oltre a questa bella baita, le due generazioni di Menardi gestiscono anche un’enoteca (con formula gastronomica veloce e curata) in pieno centro. Per quanto riguarda la cucina, i piatti sono semplici, tradizionali e spaziano dalla trota agli spatzle, fino ad arrivare al cervo, in una sintesi della pietanze classiche presentate bene e servite con professionalità dallo staff attento e garbato.

Baita Fraina – loc. Fraita, 1 – baitafraina.it/

Leone e Anna

Una piccola oasi felice per gli amanti dei prodotti ittici che non vogliono rinunciare a un piatto di pesce anche in montagna: qui è la cucina sarda a farla da padrona, quella tradizionale e autentica, fatta di sapori intensi, netti, ricette semplici e concrete. Si trovano quindi bottarga, gnocchetti e ravioli tipici dell’isola, e anche una carta di vini del luogo: insomma, un angolo di Sardegna nel cuore delle Dolomiti.

Leone e Anna – loc. Alverà, 112 – leoneanna.it/

San Brite

San Brite

Lo chef Riccardo Gaspari ha realizzato il suo ristorante nell’ex fienile di famiglia: un ambiente arredato con gusto, con pezzi di design e oggetti antichi, da cui godere di un panorama mozzafiato. La cucina esalta le materie prime locali, tutte eccellenti, prediligendo quelle dell’azienda agricola di proprietà, che fornisce carni, latticini e verdure. Nascono così piatti come gli gnocchi ripieni di Latteria stravecchio mantecati al burro di malga o la guancia di manzo brasata con verdure e purè di patate. Interessante anche la cantina, in continuo sviluppo, e ottimo il servizio condotto da Ludovica Rubbini.

San Brite – loc. Alverà, 32043 – sanbrite.it/

Masi Wine Bar

Masi Wine Bar Al Druscié

Ha riaperto lo scorso 4 luglio il locale della Masi Wine Experience, gestito in collaborazione con Tofana S.r.l.. Situato a Col Druscié, alla prima fermata della nuova cabinovia Freccia nel Cielo, il ristorante è ormai una tappa irrinunciabile per gli amanti della montagna e del turismo enogastronomico, grazie ai suoi vini pregiati e i suoi piatti di cucina tipica veneta. Gli spazi sono stati ampliati e rinnovati e sono state create quattro terrazze, dove fermarsi per gustare un buon piatto con vista panoramica.

Masi Wine Bar Al Druscié – Col Druscié, 1778 m – facebook.com/MasiWineBarCortina/

Tivoli

Partito dall’Alpago, Graziano Prest è giunto a Cortina nel 2000 dopo importanti esperienze nel veneziano, in Trentino e stage ai più alti livelli. I suoi sono piatti di grande equilibrio, attenti alla stagionalità dei prodotti di terra e di mare, e dal tocco raffinato (la tartare d’astice con avocado, pomodoro candito e crema tiepida al riesling, per esempio, oppure il piccione in due cotture, petto in olio aromatico e coscia confit con scaloppa di foie gras). La sala è ben arredata nel tipico stile ampezzano, e in stagione c’è la terrazza, con incantevole affaccio sulle vette dolomitiche. Ricca selezione di vini regionali, nazionali e internazionali, con tante etichette pregiate.

Tivoli – loc. Lacedel, 34 – ristorantetivolicortina.it/

pizza Padoan, Cristallo
Pizza di Simone Padoan

Cristallo, a Luxury Collection Resort&Spa

È Marco Pinelli lo chef del ristorante Il Gazebo del Cristallo, che porta in tavola il meglio della produzione locale, dai formaggi di malga alle erbe spontanee, dai funghi ai germogli di campo. Materie prime stagionali e del territorio, che danno vita a piatti originali come la Trota di tre modi, accompagnata da pastinaca, crema di latte di malga, crumble di ribes e rosa canina, oppure l’Esplosione di porcini, con un brodetto di speck, o ancora le tagliatelle di segale con ragù di agnello di Alpago, gel di lamponi, finocchietto e cumino. E non finisce qui: nell’hotel di lusso c’è anche la pizza gourmet di Simone Padoan, presente con un pop-up in scena fino al prossimo 13 settembre, dal martedì alla domenica.

Cristallo, a Luxuy Collection Resort&Spa – via Rinaldo Menardi, 42 – marriott.com/hotels/hotel-information/restaurant/details/bzolc-cristallo-a-luxury-collection-resort-and-spa-cortina-dampezzo/6039205/

pizza Chalet Tofane

Chalet Tofane

Oltre a lavorare fiano a fianco al Tivoli da 15 anni, Graziano Prest e Kristian Casanova nel 2018 hanno inaugurato questo locale dall’atmosfera accogliente ed elegante, dove gustare diverse proposte gastronomiche, prima fra tutte la pizza. Un impasto realizzato con farine bio semintegrali macinate a pietra e lievitato a lungo, croccante sui bordi e più morbido al centro. Ad arricchire i dischi, topping capaci di valorizzare le materie prime regionali, come nella Cortina 2021 (dedicata ai futuri mondiali di sci) con patate all’ampezzana, olio affumicato e formaggio fodom.

Chalet Tofane – loc. Lacedel, 1 – chalet-tofane.it/

Alverà

Maestro pasticcere che ha raccolto il testimone del panificio di famiglia aperto più di un secolo fa, Massimo Alverà guida con passione questa attività che si conferma sempre più un punto di riferimento per gli amanti del buon cibo. Uno spazio moderno dove fermarsi per una sosta golosa, con dolci artigianali squisiti – dai lieviti alle praline, dai biscotti alle monoporzioni – oppure per un pranzo sfizioso, con bagel, Caesar’s salad e focacce a lievitazione naturale. Ottimo anche il reparto caffetteria.

Pasticceria Alverà – Piazza Pittori Fratelli Ghedina, 14 – pasticceriaalvera.com

Embassy

Embassy Café

Sono molte le carte vincenti di questo bar amato da locali e turisti, a cominciare dalla collocazione strategica in pieno centro, senza dimenticare il bel dehors sul corso e gli accoglienti interni tutto legno. Ma oltre alla forma c’è anche una sostanza di qualità, varia e articolata. Dal laboratorio arrivano ottimi lieviti per la colazione (da provare la brioche al cioccolato), deliziose fette di torta, golosi pasticcini e biscotti. Soddisfazioni assicurate anche sul fronte salato, con croissant, tramezzini, toast, insalate e piatti unici.

Embassy Café – Corso Italia, 44 – pasticceria-embassy.business.site/?utm_source=gmb&utm_medium=referral

Lovat

È da sempre il luogo d’incontro dopo una passeggiata in centro, un autentico pezzo di storia locale. Una pasticceria con bar e gelateria, classica nello stile così come nella proposta, tradizionale e rassicurante. Torte, brioche, biscotti, qualche spuntino salato: l’offerta gastronomica è semplice e ben studiata, come anche quella delle bevande, che alterna cioccolata calda, infusi, caffè e bibite fresche. Da non perdere la Sacher, cavallo di battaglia del locale, e poi la millefoglie, friabile e golosa.

Lovat – Corso Italia, 65 – lovatcortina.it/

La Suite

Piccolo locale accanto alla Basilica dei Santi Filippo e Giacomo divenuto famoso per il suo aperitivo, con stuzzichini sfiziosi, taglieri e buoni calici di vino italiani e stranieri, oltre a cocktail ben miscelati perlopiù a base di gin. Ma La Suite è l’insegna ideale anche per la colazione, grazie a un comparto caffetteria ben rodato, oltre che per la pausa pranzo, con piatti gustosi che spaziano dalle lasagne alle tartare, dalle insalate ai panini.

La Suite – Piazza Angelo Dibona, 6 – facebook.com/barlasuitecortina

a cura di Michela Becchi

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