Certe volte si parte da un’idea, altre da una spinta più profonda. Casa Flora nasce così, tra i tavoli del ristorante Vossia il Mare, a Marina di Ragusa. Un luogo di servizio e attesa che diventa inizio di un’altra storia, nata all’incrocio tra due emisferi: lui siciliano, lei argentina, entrambi con il desiderio di costruire qualcosa di nuovo, autentico e condiviso. Mario Di Pasquale, ragusano, classe 1977, e Maribé Ferreyra, argentina di Santa Fe, classe 1992, arrivano a Casa Flora da percorsi diversi ma complementari. Mario porta con sé un bagaglio di esperienze nel mondo del beverage, tra birra e vino; Maribé, laureata in Trabajo Social, approda in Sicilia dopo un passaggio in Francia, trovando nella ristorazione il terreno ideale per unire pratica e curiosità. Tra i due, l’approccio è diverso ma perfettamente bilanciato. «Mario è quello più filosofico e idealista», racconta lei, «da buon siciliano è fatalista e drammatico. Tra il dire e il fare per lui c’è di mezzo il mare. Io, invece, sono abituata ad attraversarli, i mari». Sorride lui: «Senza la spinta di Maribé a mettere in piedi Casa Flora difficilmente ci saremmo riusciti, e non certo in tempi così brevi.”
I primi passi del progetto si muovono tra il lavoro al ristorante e i primi studi in vigna, in una doppia vita che nel 2024 segna il passaggio definitivo verso l’agricoltura. Le giornate cominciano all’alba, con le potature e il lavoro nei filari; al tramonto si corre al servizio serale. In mezzo, il tempo per imparare. Decisivi, in questo percorso, gli incontri con Biagio Distefano e Vittorio D’Angelo di Agricola Vinb e con Nikolas Resin e Waiata Kalma di Kalma Wines, che diventano riferimenti imprescindibili, in vigna e in cantina. «Senza di loro nulla di questo sarebbe stato possibile», riconoscono entrambi. Sono loro a offrire non solo il supporto tecnico, ma soprattutto umano, che permette a Mario e Maribé di vinificare il loro primo vino.
È in questo contesto che nasce Casa Flora, più che un marchio un’idea di vita. Casa, come luogo di accoglienza, protezione e calore. Flora, come il legame originario con le piante, i fiori, la natura. Un nome semplice e radicato, comprensibile in entrambe le lingue madri di chi lo ha scelto: italiano e spagnolo. «Casa è dove ci si sente protetti, Flora è la vita che cresce, che ci insegna a rallentare», raccontano.

Il debutto enologico di Casa Flora avviene con la vendemmia 2024: precoce, segnata dal caldo e dalla siccità, ma generosa di uve sane, ricche di zuccheri e bilanciate da una buona acidità. Da una vigna coltivata in biologico, tra Pedalino e Mazzarrone, nel cuore della provincia di Ragusa – su terreni di limo giallo, antichi depositi del fiume Dirillo – Mario e Maribé raccolgono Frappato e Nero d’Avola.
La raccolta è manuale, la vinificazione avviene nella cantina di Kalma Wines, senza lieviti selezionati né filtrazioni. In vasca di vetroresina, un equilibrio calibrato: 30% di frappato a grappolo intero e 70% di nero d’Avola pigiato e diraspato a mano e piede, dodici giorni di macerazione sulle bucce con rimontaggi e qualche follatura.
Il vino che ne nasce si chiama Piuma, ed è dedicato “ai marinari mazzariddari e alla gente de El Litoral”: pescatori di acqua dolce e salata, mani forti e animi gentili.
«Piuma è un’immagine, uno stato d’animo: un ippopotamo in tutù», raccontano. «Robusto ma lieve, come chi lavora la terra ma non ha perso la capacità di sognare».
Un “Cerasuolo non Cerasuolo”, come ama definirlo Mario: un rosso chiaro che profuma di ciliegia e melograno, attraversato da note di agrume e da un tannino sottile. In bocca è fresco, solare, con una chiusura luminosa di arancia rossa.
Piuma è solo l’inizio. Con la vendemmia 2025, da poco conclusa, nasceranno altre due etichette: Compañero e Cura traunara. La prima è un rosato da nero d’Avola (30%) e frappato (70%), proporzioni invertite rispetto al Piuma. Una piccola parte della massa – circa il 30% – affina in rovere francese, mentre il resto matura in vetroresina prima dell’assemblaggio e dell’imbottigliamento, previsto per marzo.
È un vino dedicato all’amicizia, «a chi con noi ha diviso il pane nei giorni della vendemmia, agli amici che ci sono stati accanto e ci hanno aiutato e sostenuto». Il bianco, invece, si chiamerà Cura traunara, che nel dialetto locale indica la tromba d’aria, ma anche una persona irrequieta. Un nome che riflette il carattere del vino stesso: 100% inzolia, vitigno autoctono siciliano che qui trova nuova espressione. Le uve per i vini dell’annata 2025 provengono da una vigna tra Pedalino e Comiso, con piante di circa vent’anni e un sesto d’impianto misto: cordone speronato, guyot e alberelli (alcuni con oltre cinquant’anni) che affondano le proprie radici in un terreno sabbioso e calcareo.

Casa Flora non è solo vino. È un laboratorio di senso, dove il tempo non si misura in ettolitri ma in esperienze condivise. A guidare il cammino non c’è un piano industriale, ma la convinzione che si possa vivere diversamente, in sintonia con la terra e le sue stagioni. «Ogni giorno impariamo qualcosa dal terreno, dalle piante, dagli errori. Cresciamo con loro», dice Mario.
I progetti futuri non mancano: la coppia è in trattativa per prendere in affitto una vigna di circa un ettaro in contrada Bastonaca, a Vittoria, piantata a Nero d’Avola e Frappato, con qualche filare di Jacché, antico clone di Lambrusco Maestri ormai quasi scomparso. L’obiettivo è cominciare a vendemmiare nel 2026 e, forse già entro quell’anno, completare la costruzione della prima cantina indipendente di Casa Flora. «Senza la rete di vignaioli che ci ha accolto, non ce l’avremmo fatta», dice Mario, spiegando quanto sia stato importante il tessuto di relazioni solidali instaurate in questi anni con i vignaioli della zona, inclusi i più “anziani” come Arianna Occhipinti e altri. «Pur lavorando ognuno in modo diverso, è bello vedere la sinergia che si è creata tra produttori giovani e meno giovani. C’è un intento comune: difendere e promuovere il territorio attraverso un’agricoltura sana e rispettosa, e un’enorme disponibilità ad aiutarsi a vicenda, anche solo con consigli o qualche ora di manodopera».
Il vino, qui, non è il punto d’arrivo ma uno dei tanti linguaggi con cui raccontare una visione più ampia: quella di tentare di risanare in qualche modo un territorio che per decenni è stato bistrattato e vituperato dall’agricoltura industriale e intensiva. Casa Flora in quest’ottica è un piccolo progetto, ma che insieme ad altri è in grado di fare la sua parte e trasmettere anche l’idea di un modo diverso di stare al mondo. Un passo lento, condiviso, verso una vita più consapevole, più vera, più piena.
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