Bilanci

Piccolo è bello non funziona più per il vino. Tengono i bilanci delle cantine strutturate, arrancano le Pmi

Il report di Studio Impresa mostra come la redditività sia legata alle dimensioni aziendali. In questa tempesta perfetta fanno meglio le cooperative. Frescobaldi: "Incentivare l'aggregazione anche con fondi pubblici"

  • 14 Novembre, 2025
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Piccolo è bello? «Uno slogan che dobbiamo lasciare al passato» perché le imprese vitivinicole italiane, che hanno una superficie media del vigneto di 2,3 ettari contro i 10,5 francesi, devono puntare a crescere dimensionalmente per affrontare la tempesta perfetta del settore (contrazione dell’export, calo dei consumi, shift di prodotto, invecchiamento del target, cambiamenti climatici). Anzi, per farlo «è auspicabile poter incentivare le aggregazioni anche con un intervento pubblico». Parole di Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione italiana vini, durante la presentazione all’Università di Verona del quarto report sui bilanci delle imprese del vino stilato in partnership con il Corriere vinicolo da Studio Impresa – Management DiVino.

Bilanci aziendali: chi cresce e chi no

L’analisi del direttore del centro studi Luca Castagnetti è stata molto chiara: se si guarda alle performance economiche delle cantine italiane si nota come le medio-piccole soffrano, a fronte di un buon andamento di quelle più strutturate. Non tragga in inganno il fatto che il campione di 877 imprese prese in esame (grandi, medie, piccole di tipo privato e cooperativo) abbia registrato nel 2024 un complessivo +2% di ricavi (+0,7% al netto dell’inflazione) con margini lordi (ebitda) al 10,5%, in miglioramento del 7,4 per cento. Un tale quadro rappresenta una media e, se analizzato più a fondo, lascia emergere come ben 415 imprese sul totale abbiano perso redditività, con performance collegate alle dimensioni aziendali. In particolare, rispetto al rapporto di un anno fa, le imprese con ebitda negativo sono passate da 49 a 85.

Performance e redditività legate alle dimensioni

Guardando prima di tutto ai ricavi, quelle con più di 50 milioni di euro di fatturato (che pur essendo appena il 6,2% del campione pesano più della metà dei 13,4 miliardi di euro del giro d’affari complessivo) hanno registrato un +8,4% nel triennio 2022-24; seguite da quelle tra 20 e 50 milioni di euro con +4,5%, mentre nella fascia tra 10 e 20 milioni di euro il calo è del 9,9%. Per quelle, infine, sotto i 10 milioni di ricavi, che valgono il 71% del campione, il peso sul totale è del 17% con performance tra 2022-24 che sono riuscite ad arginare le perdite nel triennio. Da sottolineare, in particolare, la migliore performance delle cooperative.

In termini di redditività emergono le più marcate differenze tra le imprese di diverse dimensioni. Le piccole perdono terreno. Sia quelle con ricavi inferiori ai 5 milioni di euro (-16,4%) e quelle comprese tra 5 e 10 milioni (-6,4%). Al contrario, in aumento la redditività delle imprese di dimensioni medio-grandi (ricavi tra 10 e 20 milioni, a +9,1%) e quelle grandi con fatturati sopra 50 milioni di euro (+4,9%). In lieve diminuzione, le aziende con fatturati tra 20 e 50 milioni (-1,2 per cento). A livello territoriale, il Veneto è la prima regione per ricavi (+4,35% sul 2023) ma solo 13ma per redditività (ebitda 8,72%). La Toscana è prima per generazione di valore (21,98%), seguita da Lombardia e Piemonte. Fanno da traino i distretti delle province di Livorno (ebitda a 53,75% grazie a Bolgheri) e Brescia (con la Docg Franciacorta a 21,68%).

Lavorare su managerialità e dimensioni aziendali

«Il mondo del vino deve trasformare la crisi e le difficoltà in occasioni di riequilibrio», ha dichiarato Castagnetti che ha elencato alcune possibili strategie: capacità di essere flessibili e cambiare insieme al mercato, lettura manageriale di maggior dettaglio, maggiore conoscenza e stimoli che orientino le scelte d’impresa. Anche perché «i numeri del 2025 – ha avvertito – forse saranno molti diversi da quelli qui analizzati».

I dati dell’ultimo triennio, secondo il presidente Frescobaldi, evidenziano la necessità di «lavorare in generale sulla managerialità, sull’efficienza ma anche sulla dimensione delle nostre imprese in un’ottica di razionalizzazione delle risorse e sostenibilità economica. Da tempo, chiediamo una riforma strutturale del settore vino per sostenere la competitività dell’intero comparto».

Rufina vino Frescobaldi

Lamberto Frescobaldi

In un mercato mondiale occorre un portafoglio completo

Avere la possibilità di sfruttare le economie di scala è un vantaggio per le imprese in periodi di crisi. Giampaolo Bassetti, direttore generale di Caviro (che da sola lavora quasi il 10% di tutte le uve italiane), lo ha espresso chiaramente: «Chi vive come noi nel mass market sa bene che i clienti internazionali sono organizzati in grandi centrali di acquisto, con una fortissima capacità negoziale. E che i volumi di vino sono prevalentemente senza brand, ovvero private label. Per questo, è necessario diventare più grandi. Le dimensioni contano e anche un’azienda come la nostra sente questa necessità. Chi gioca oggi nel mercato mondiale – ha concluso – ha bisogno di un portafoglio di prodotti completo».

La flessibilità è la chiave per affrontare la tempesta perfetta secondo Massimo Romani, amministratore delegato di Argea: «Il mercato premia a volte la flessibilità e in altri momenti l’avere la titolarità di vigneti, strutture e brand radicati. Lo abbiamo vissuto in diverse situazioni in questi otto anni di vita di Agea. Non c’è una risposta assoluta alla crisi – ha sottolineato – ma modelli che si adattano meglio o peggio. Avere al proprio interno entrambi i modelli di business ci consente di competere nelle diverse arene mondiali».

Le piccole imprese puntino su innovazione ed enoturismo

Giovanna Prandini (Perla del Garda) ha parlato a nome delle Pmi: «Il piccolo non è necessariamente fuori mercato. Sicuramente fa fatica a competere in un contesto in cui mancano competenze e risorse. Soddisfo il bisogno di prodotto con la mia materia prima. Ma diversifico il business, perché se col vino non supero i 5 milioni di ricavi, li supero con l’azienda agricola. L’adattamento – ha dichiarato – è la regola quotidiana e parte dall’apprendimento continuo. Occorre diversificare i mercati e guardare all’innovazione anticipando il cambiamento. Per esempio, ho lanciato un vino bianco in lattina».

Le ha fatto eco Rita Babini, presidente di Fivi, fresca dell’ingresso della federazione dei vignaioli indipendenti nel Tavolo nazionale della filiera vino: «L’aumento di fatturato delle aziende Fivi è stato determinato da export ed enoturismo. Ma abbiamo dei limiti: solo il 14% accede ai fondi Ocm promozione. Ben venga quanto proposto nel Pacchetto vino, con l’ampliamento dei fondi pubblici fino all’80%, perché per noi finora la misura non è accessibile. Cercare nuovi mercati è un obiettivo dell’Italia ma al contempo deve esserci data la possibilità di farlo. E dobbiamo proseguire a investire nell’enoturismo, settore che è appena agli inizi. Oggi lo fa l’81% delle aziende Fivi. La fragilità delle aziende verticali – ha concluso – è un dato di fatto ma bisogna sapere anche che senza vignaioli il vino finisce di essere un prodotto agricolo».

Gli occhi sul 2027 e l’unità del Tavolo di filiera vino

In attesa dell’analisi dei bilanci per il 2025, vale la pena puntare l’attenzione al 2027, anno in cui dovrebbe concretizzarsi qualche segno di ripresa, come riferito dal professor Davide Gaeta (Università degli Studi di Verona) nel suo intervento: «Abbiamo visto che nell’arco degli ultimi 60 anni l’economia si è dimostrata ciclica, così come anche il vino. Abbiamo vissuto diversi periodi di calo dei consumi e di fasi di crescita. Ora siamo in un momento di flessione, ma con i maggiori esperti internazionali che indicano nel 2027 l’anno della risalita dell’economia globale».

«In una fase complessa come quella attuale – ha dichiarato Luca Rigotti, responsabile vino di Confcooperative-Fedagripesca – al di là delle differenze di vedute sul Pacchetto vino, i sindacati italiani di categoria sono giunti alla conclusione che ci vuole condivisione e unità. La Fivi e la Coldiretti sono appena entrati nel Tavolo di filiera vino. E questo è ora un ulteriore punto di forza per tutto il settore».

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