Storie

"All’inizio mi prendevano per matto": il produttore abruzzese che ha cambiato l’olio nei ristoranti

La storia di Giuseppe Ursini, tra intuizioni rivoluzionarie, l’olio portato in bottiglia al ristorante quando c’erano solo oliere, premi importanti e una vita piena di svolte inattese

  • 07 Aprile, 2026
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«Nel 1988, subito dopo lo scandalo del metanolo, avevo un ristorante a Lanciano che si chiamava Vecchi Sapori (che esiste ancora, ma ha una gestione diversa, ndr). Avevo appena deciso di dare una svolta alla produzione olearia e così ho pensato: “ora faccio come quelli del vino, metto una bella bottiglia sul tavolo e rendo l’olio protagonista”». Sono tanti i motivi per considerare un produttore come Giuseppe Ursini un avanguardista della produzione dell’olio extra vergine di oliva. È stato lui ad aver portato l’olio abruzzese imbottigliato ed etichettato sulla tavola di un ristorante, in un’epoca in cui la cara e vecchia oliera dominava incontrastata anche nelle sale dei ristoranti più blasonati. Prima di diventare uno dei produttori oleari più importanti della Penisola ha attraversato tante vite.

Dalla ristorazione alla produzione olearia

Il successo di quell’etichetta, prodotta inizialmente in 4mila bottiglie, ha portato Giuseppe Ursini a lasciare gradualmente il mondo della ristorazione per concentrarsi sulla produzione olearia, attività che aveva ereditato dalla famiglia. Il merito di questo cambio di passo è stato proprio l’inaspettato successo di quell’olio che venne venduto in brevissimo tempo ai tanti appassionati commensali che ne richiedevano una bottiglia da portar via.

«Il ristorante e l’olio sembravano valorizzarsi a vicenda. Le persone pensavano che, sapendo far bene l’olio allora anche il cibo sarebbe stato buono», ci racconta Ursini. La situazione ha poi subìto una rapida evoluzione grazie alla presenza di un albergo nei pressi del ristorante: «I clienti di quella struttura venivano da noi perché li non c’era il servizio ristorazione. Un giorno arrivò un signore che pernottava li e mi disse di far parte dell’Istituto Enologico Italiano. Dopo aver assaggiato l’olio mi suggerì che quel prodotto doveva essere conosciuto e venduto in quantità, così decisi di partecipare per la prima volta al Vinitaly. Quello è stato uno dei passi decisivi prima di lasciare la ristorazione nel 1994».

Sulla sinistra la prima bottiglia di Opera Mastra del 1988, sulla destra quella premiata dell’ultima annata

Opera Mastra, dalle origini al premio speciale

Quell’olio che quasi quarant’anni fa è arrivato sulle tavole dei ristoranti era Opera Mastra, prima e storica referenza dell’azienda che quest’anno ha ottenuto il premio speciale sulla guida Oli d’Italia 2026/2027 come “Miglior Blend”. «Ho in testa un certo tipo di olio, ma dato che le olive e le campagne olearie sono diverse ogni volta allora inevitabilmente le proporzioni cambiano ogni anno», racconta il produttore. Quest’anno la “ricetta” è costituita dalle varietà Leccio del Corno, Intosso e Peranzana.

II recupero degli uliveti e la cura del territorio

«La varietà Intosso la acquistiamo da una cooperativa di Casoli, ma il problema è che molti olivicoltori stanno invecchiando e a breve non saranno più in grado di gestire le piante e dare continuità alla produzione. Per questo abbiamo fatto un accordo per la gestione di una cinquantina di ettari che altrimenti avrebbero rischiato l’abbandono». L’impegno sul fronte olivicolo non riguarda solo il recupero dei terreni, ma si allarga anche alla cura della pianta per la quale l’azienda ha ormai da anni previsto un rigido disciplinare, per far si che le olive arrivino al frantoio nelle migliori condizioni che l’annata possa offrire. Un iter virtuoso il cui risultato può essere toccato con mano ogni anno quando si assaggia l’olio.

La breve carriera da modello e fonte d’ispirazione per Olivier Baussan

Tra le tante avventure di Giuseppe Ursini c’è anche una brevissima, ma intensa e proficua, esperienza da modello. «Nel 2000 avevamo un cliente che aveva un bel negozio con vetrina in una strada ben frequentata di Amburgo. Quello che non sapevo era che a qualche piano superiore c’era la sede di una delle più importanti agenzie di comunicazione tedesche. Mi chiamavano continuamente dicendo che mi volevano come testimonial di un nuovo prodotto di una famosa casa di moda», ci racconta Ursini ancora tra il divertito e l’incredulo.

«Io pensavo fosse uno scherzo e riattaccavo o non rispondevo. Poco tempo dopo parlando con un mio amico tedesco mi svelò chi fossero veramente queste persone e così risposi al telefono. Così mi ritrovai su un jet privato con destinazione Francia per andare a fare lo shooting fotografico per Davidoff, che aveva deciso creare una campagna pubblicitaria per la sua nuova linea di occhiali non con i classici modelli, ma con professionisti provenienti da altri mondi». Di li a poco Giuseppe Ursini si è ritrovato con le sue foto nei punti vendita di tutto il mondo della famosa casa di moda che per l’occasione acquistò anche le bottiglie di Opera Mastra per metterle affianco al suo volto.

«All’epoca quella campagna pubblicitaria è stata notata anche da Olivier Baussan (fondatore del marchio L’Occitane, ndr), con il quale siamo ancora amici, che vedendo il mio volto e la mia storia in vetrina mi ha contattato e ha preso ispirazione per aprire la catena di negozi Oliviers & Co, divenuta in breve tempo un brand di grande successo». Quella però non è stata l’unica esperienza come modello: «In occasione dell’entrata in vigore dell’Euro fui coinvolto dal mio caro amico Gilberto D’Annunzio, per la produzione di un calendario di beneficenza per un’associazione europea che si occupava della lotta contro la leucodistrofia. L’obiettivo era mettere insieme 12 commercianti della vecchia Lille e 12 europei, nessun personaggio famoso. Un calendario ironico, per il quale dovemmo posare nudi».

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