Dazi Usa

Dazi Usa: per il vino arrivano i primi rimborsi. Chi può richiederli e in che modo

Dal 20 aprile le Dogane hanno attivato un portale per le imprese che possono fare domanda e avere i soldi indietro. Il costo per la Casa Bianca sarà di 166 miliardi di dollari. Resta il nodo consumatori

  • 24 Aprile, 2026
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La clamorosa sentenza della Suprema corte americana dello scorso febbraio, che ha annullato la legittimità dei dazi all’import imposti dal presidente americano Donald Trump, sta producendo i primi effetti concreti in materia di ristori. Dopo un periodo di incertezza, importatori e distributori statunitensi di vino e liquori (e non solo) possono infatti respirare perché, dal 20 aprile scorso, l’ufficio delle Dogane (U.S. Customs border protection – Cbp) ha annunciato l’entrata in vigore del meccanismo di rimborso dei dazi. Il complesso procedimento, nella sua totalità, dovrebbe costare all’erario qualcosa come circa 166 miliardi di dollari americani, al netto degli interessi per ritardi nell’erogazione.

Oltre 300mila le imprese richiedenti

Denaro che torna indietro dopo essere stato illegittimamente sottratto, secondo i giudici, al trade. Ne sa qualcosa l’ormai iconico importatore newyorchese Victor Owen Schwartz, tra i primi a intentare causa al presidente Trump, assieme a un ristretto gruppo di imprese, che poi col tempo sono diventate circa 3mila. Alle dogane, al 9 aprile, sono arrivate richieste da più di 56mila imprese, Nel complesso, state oltre 300mila le società (di varia natura, tra importatori, distributori, logistica, etc.) che hanno pagato dazio su un totale di 53 milioni di dichiarazioni di spedizione. Gli uffici federali, per ricevere le domande, hanno messo a disposizione un portale apposito (Cape platform), a cui accedere con un account e inserire le coordinate bancarie per i bonifici, che dovrebbero arrivare tra i 2 e i 3 mesi. Trump ha dichiarato alla Cnbc che si «ricorderà di chi ha scelto di non fare richiesta di rimborso».

Il nodo dei possibili rimborsi anche per i consumatori

Attenzione, però. Il tema negli Usa ora è un altro. I rimborsi andranno e resteranno solo nelle tasche delle imprese o anche i consumatori saranno risarciti? Molto probabilmente, non ci sarà alcun rimborso per i consumatori che si sono trovati a pagare prezzi più alti in questi lunghi mesi. Una recente indagine di Cnbc tra circa 25 grandi manager e dirigenti di società di importazione hanno escluso che il denaro ricevuto dalle entrate sarà in qualche misura restituito anche all’anello finale della filiera. Sebbene il 42% degli elettori, secondo un’indagine di Groundwork collaborative e data for progress (organizzazione di orientamento progressista), ritenga che le famiglie americane debbano ottenere anch’esse una forma di ristoro, avendo pagato prezzi più alti dal momento in cui i dazi sono entrati in vigore.

Le uniche società che hanno aperto alla possibilità di ridare indietro dei soldi ai clienti sono tra quelle che si occupano di logistica e spedizioni. Vale a dire FedEx, Dhl e Ups che spiccano tra 19 imprese sentite in queste settimane dalla rivista Money, specializzata in economia e finanza. Per il resto c’è il silenzio da parte dei brand.

Il futuro dei dazi all’import

Incerto il futuro dei dazi. L’amministrazione Trump, dopo il no della Corte Suprema, ha trovato un’alternativa e sta applicando tariffe in ingresso del 10 per cento sul valore sui beni importati negli Stati Uniti, in base al Trade Act del 1974. Il provvedimento è temporaneo e scadrà a luglio prossimo. Ma è noto che la Casa Bianca sta cercando strade ulteriori per evitare di azzerare del tutto le tariffe. Il presidente Trump ha incaricato il ministro del Commercio, Jamieson Greer, di indagare se ci siano Paesi che hanno applicato pratiche commerciali sleali nei confronti degli Usa. Nel mirino ci sono Unione europea (col vino che ha pagato caro l’effetto dazi nel 2025), Messico, Giappone. La buona notizia è che si tratta di tariffe più difficili da applicare in maniera duratura e definitiva, perché in questo caso – diversamente da quanto fatto da Trump coi provvedimenti d’emergenza dello scorso anno, basati sull’Ieepa (International emergency economic powers act del 1977) – si dovrà passare attraverso le sentenze dei tribunali e una consultazione pubblica.

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