Rotte mediterranee

La sindrome di Stendhal a Pompei: alla scoperta dell’azienda vitivinicola in mezzo agli scavi

La sfida, portata avanti dal gruppo Tenute Capaldo, è far diventare Pompei un laboratorio a cielo aperto. Si parte dal passato per guardare al futuro

  • 05 Giugno, 2026
Per vedere più contenuti su Google, aggiungici alle fonti preferite
Per vedere più contenuti, aggiungici alle fonti preferite

Ogni persona dovrebbe regalarsi una giornata, senza cellulare, tra gli scavi di Pompei. Un martedì qualunque e il lusso di perdersi tra vicoli e domus che sanno togliere il respiro per lunghi tratti. Ci arriviamo direttamente da Düsseldorf e il senso iniziale di vertigine ed emozione possiamo tranquillamente ascriverlo alla sindrome di Stendhal.

La rinascita del vino

Siamo qui per conoscere da vicino un progetto non poco ambizioso: rimettere Pompei al centro di una rinascita culturale del vino. Grazie a una forma speciale di Partenariato pubblico, il Gruppo Tenute Capaldo, e in particolare le due cantine Feudi di San Gregorio e Basilisco (qui l’intervista a Viviana Malafarina, wine maker dell’azienda), ha affiancato il Parco nella gestione e valorizzazione storica dei vigneti all’interno del sito. Si tratta di un’operazione articolata, tutte le operazioni saranno realizzate nell’area archeologica, l’investimento è importante.

«Il Parco Archeologico di Pompei è uno dei siti culturali più rilevanti al mondo e rappresenta un pilastro fondamentale dell’identità della nostra regione. Abbiamo aderito a questo progetto con entusiasmo, mettendo le nostre competenze al servizio del Parco per sviluppare insieme un innovativo progetto agricolo, agronomico e di comunicazione. Vogliamo far rivivere Pompei non solo come luogo di ricerca e conoscenza, ma anche come centro di produzione e scambio, ritornando alle sue radici storiche», racconta Antonio Capaldo, presidente di Feudi di San Gregorio.

Durante il corso della giornata, in compagnia di una manciata di giornalisti internazionali, non cita mai il progetto precedente di Mastroberardino nel Parco, attivo grazie a un bando dal 2000 al 2021, ma la sensazione è che abbia fatto propria la lezione di quell’avventura per fare qualcosa di molto diverso: «Occorreranno tempo e investimenti importanti ma la cosa non ci spaventa, anzi: avere il coraggio di percorrere nuove strade, guardando questo progetto millenario con occhi nuovi, accumuna la nostra visione a quella del Parco. Questo progetto ci offre la possibilità di raccontare i valori positivi del vino: convivialità, cultura, bellezza e tutela del paesaggio che gli hanno consentito di essere da sempre al centro della nostra civiltà mediterranea», aggiunge. E in un periodo di demonizzazione del prodotto non è una missione da poco.

Estetica produttiva

Visitiamo alcuni dei luoghi più suggestivi degli scavi, rimaniamo ammaliati dai vecchi forni per la produzione del pane, collezioniamo anfore di varia forma e dimensione, insieme ad affreschi straordinari dove il vino entra spesso come elemento dei riti dionisiaci o del commercio. In particolare, rimaniamo stregati dall’eleganza della casa degli Amorini Dorati, e sul retro di una domus, in mezzo a mosaici, colonne spezzate e il silenzio sospeso di una città congelata dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. spunta il primo vigneto: Casa della Nuova Europa. Era l’antica dimora di un importante produttore di vino.

Partire dal passato per guardare al futuro

Approfondiamo il senso del progetto con Pierpaolo Sirch, responsabile di produzione di Feudi di San Gregorio, uno degli uomini che stanno seguendo da vicino il lavoro in vigna. «Pompei per noi non vuole essere un’azienda vitivinicola dove fare vino con scopi commerciali e basta. Certo, c’è anche quello. Ma soprattutto vuole essere un punto da cui guardare alla strada da fare: una visione verso il futuro, girandosi però a vedere da dove arriviamo». Quella civiltà cosa può ancora insegnare alla viticoltura contemporanea? «All’epoca la viticoltura non era come la intendiamo oggi. Non si piantavano viti soltanto per produrre vino. La viticoltura era un tutt’uno con il paesaggio. Aveva una funzione produttiva, certo, ma anche estetica: serviva a fare ombra, a organizzare lo spazio, a integrare agricoltura e vita quotidiana».

La vigna non come sistema isolato, ma come parte di un equilibrio più ampio, in cui convivono alberi, orti, frutteti, persone e architettura. Sirch insiste proprio su questo aspetto: il progetto di Pompei è anche un’occasione per rileggere tecniche, mestieri e sensibilità che il vino contemporaneo ha in parte dimenticato. «Più mi addentro e più trovo spunti interessanti per la nuova viticoltura. Sto parlando delle forme di allevamento, dell’interpretazione del paesaggio, del rapporto tra la vite e ciò che la circonda».

Sul tema insiste anche il professore Attilio Scienza, che è stato coinvolto attivamente nel progetto fin dal suo esordio. La sfida è far diventare Pompei un laboratorio a cielo aperto: un luogo dove il passato viene interrogato per immaginare una viticoltura più consapevole, per dare spessore alla produzione di oggi. Uno degli aspetti più affascinanti del progetto riguarda il materiale vegetale. In alcuni casi verranno realizzati vigneti plurivarietali, come accadeva in epoca romana, con il ritorno delle forme di allevamento storiche: alberata, raggiera, starsete, pergola puteolana e cilentana. Accanto a queste saranno presenti anche impianti a spalliera, evidenzia Sirch.

Ciclo chiuso e cantina tra gli scavi

Partendo dalle viti centenarie di Feudi di San Gregorio in Irpinia, sono stati recuperati antichi biotipi di varietà campane, fatte radicare e reimpiantate. La conduzione è biologica, i pali in castagno, piccoli accorgimenti che in un contesto di questo tipo sono rilevanti. Il progetto includerà tre vini, si partirà con un rosso dalla vendemmia 2026 da uve aglianico e piedirosso, nel 2027 si aggiungerà un secondo rosso e poi un bianco da uve fiano, greco e falanghina. Entro il 2027, nella zona di Stabiae, un edificio individuato vicino a Villa San Marco diventerà la cantina di vinificazione e affinamento, uno dei poli strategici della Grande Pompei. Il progetto prevede piccoli serbatoi in acciaio, vasche di cemento e anfore, combinando tecniche tradizionali e moderne per il controllo delle fermentazioni. Una parte dell’affinamento sarà realizzata anche all’interno delle Domus, consentendo ai visitatori di osservare il vino mentre evolve. In totale il parco vigneti si articolerà di sette ettari per una produzione totale di circa 30mila bottiglie.

Durante la visita, raggiungiamo i locali che dovrebbero ospitare l’area degustazione all’interno degli scavi, adiacente a un suggestivo orto botanico. «Sarà possibile prenotare le degustazioni direttamente tramite il Parco e circa il 90% della produzione sarà commercializzata direttamente dal Parco Archeologico o attraverso i suoi canali. L’idea è che il vino di Pompei debba restare soprattutto qui per ampliare l’esperienza del visitatore, per parlare di agricoltura, di dieta mediterranea, per raccontare la viticoltura del Vesuvio. La nostra speranza è che possa essere di traino e di supporto a tutta la viticoltura di questa zona», aggiunge Capaldo mentre posa lo sguardo sul vulcano. Sono previste visite alle vigne, degustazioni, percorsi didattici, laboratori per le scuole, installazioni interattive e attività immersive. L’obiettivo è offrire un’esperienza culturale, sfruttando il linguaggio del vino per raccontare l’alimentazione del I secolo, la viticoltura antica, il ruolo del Mediterraneo come crocevia di culture. Un tema di cui parlerà Rotte Mediterranee – Terra Mare Visione, l’evento firmato Gambero Rosso (che il 19 giugno approderà a Napoli, alla Stazione Marittima).

Pompei – dunque – come culla della gastronomia mediterranea, con il vino come elemento trainante del racconto. D’altronde nella vecchia Pompei il vino torna costante: si coltivava, si vendeva, si mangiava, si beveva. Non era un elemento accessorio, ma una parte essenziale della vita quotidiana e dell’economia, durante la visita, ritroviamo tanti rimandi a un sistema agricolo ancora capace di parlare al presente.

Scarpariello con vista

A pranzo ci fermiamo nell’unico ristorante all’interno del Parco, il Chora Restaurant, l’intensità del pomodoro sulla pasta e quello della bufala dialogano con una vista dall’alto che è mozzafiato anche in una giornata impietosa e ventosa. Dal menu notiamo anche una pasta allo scarpariello (classico piatto di recupero campano can pomodoro, basilico, pecorino e parmigiano) a un prezzo veramente ragionevole vista la bellezza della terrazza, l’appuntiamo nella nostra bucket list per il 2027. Durante il pasto riceviamo un’autentica lezione di comunicazione sul vino dal direttore del Parco: Gabriel Zuchtriegel ha una sensibilità agricola fuori dal comune. «Vino e agricoltura sono parte integrante dell’eredità culturale di Pompei, sono la stessa storia, non possiamo staccare l’una dall’altra. Vogliamo ribadire il ruolo culturale del vino e vogliamo un cambio significativo rispetto al passato. C’erano già delle vigne all’interno del Parco, ma abbiamo sempre lasciato la gestione alle cantine, questa è una partnership a tutti gli effetti, pensiamo tutto insieme. Amplieremo l’offerta al visitatore e parleremo, di food nutrition, modelli alimentari, di consumo consapevole. La storia del vino è la nostra storia».

Da tanti anni il Parco sta portando avanti studi di botanica per analizzare i vigneti dell’antica Pompei, per indagarne le caratteristiche storico scientifiche, le tecniche di viticoltura e dunque le abitudini alimentari per far conoscere la città sotto aspetti diversi. «Oggi il Parco sta investendo in una più ampia forma di valorizzazione nonché di tutela del patrimonio naturale, del paesaggio e dell’ambiente che sono elementi integranti dell’area archeologica. L’azienda vitivinicola fa parte di un più ampio progetto di azienda agricola che sta interessando anche altre attività, quali ad esempio la valorizzazione e coltivazione di ulivi, agrumi, fichi con progetti di agricoltura sociale». Prenderanno vita altri prodotti gastronomici all’interno dello scavo per produrre un’economia circolare e raccontare anche l’Altra Pompei. Sono previste collaborazioni con università e istituti di ricerca italiani e internazionali, oltre alla creazione di una banca dati dei vitigni antichi. Pompei vuole tornare a essere un luogo di vera sperimentazione, esattamente come lo era duemila anni fa. Raggiungiamo la piccola vigna che guarda direttamente l’Anfiteatro Romano, al suo interno c’è uno straordinario palmento antico. Siamo tutti in silenzio. In poche ore abbiamo ripercorso migliaia di anni per ricordarci con forza cosa c’è dietro un bicchiere: arte, commercio, agricoltura, rito, socialità, paesaggio. Rimettere la vite al centro di Pompei significa restituire al vino il suo significato originario inserendolo dentro una storia ancora più grande. Guardando i filari, il Vesuvio sullo sfondo e la stratificazione di storia sotto i piedi, si ha la sensazione che il vino sia esattamente dove dovrebbe essere.

© Gambero Rosso SPA 2026 – Tutti i diritti riservati
P.lva 06051141007
Codice SDI: RWB54P8
registrazione n. 94/2021 Tribunale di Roma

Privacy: Responsabile della Protezione dei dati personali – Gambero Rosso S.p.A. – via Ottavio Gasparri 13/17 – 00152, Roma, email: [email protected]

Made with love by
Programmatic Advertising Ltd

© Gambero Rosso SPA – Tutti i diritti riservati.

Made with love by Programmatic Advertising Ltd