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Quando il Chianti era la patria dei vini bianchi. La sorprendente scoperta che riscrive la storia vitivinicola

L'analisi genetica di 80 vinaccioli rinvenuti a Cetamura del Chianti rivela che per secoli una varietà di uva bianca dominò i vigneti etruschi e romani, anticipando la moderna storia del vino europeo

  • 21 Giugno, 2026
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Per secoli il Chianti è stato identificato con i grandi vini rossi della regione. Ma team internazionale di ricercatori, coordinati dall’University of York, ha messo in luce come nell’antichità, tra Etruschi e Romani, a dominare i vigneti della Toscana erano soprattutto uve bianche.

La scoperta in fondo a un pozzo

Lo studio, pubblicato sul Journal of Archaeological Science, ha analizzato il Dna di antichi vinaccioli rinvenuti nel sito archeologico di Cetamura del Chianti, un insediamento collinare situato nel cuore dell’attuale area vitivinicola toscana. Tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C., gli abitanti del luogo gettarono semi d’uva in profondi pozzi, dove il fango privo di ossigeno ne ha garantito una conservazione eccezionale per oltre duemila anni.

I ricercatori hanno sequenziato il Dna di 80 semi, ricostruendo un quadro sorprendente della viticoltura antica. La maggior parte dei campioni appartiene infatti a un’unica varietà di vite, tramandata dagli Etruschi ai Romani e mantenuta in coltivazione per secoli. Una continuità genetica che testimonia l’esistenza di pratiche agricole avanzate e di una selezione accurata delle piante già in epoca preromana. L’analisi genetica ha inoltre permesso di identificare il colore delle uve. I marcatori biologici hanno rivelato che questa varietà dominante produceva acini bianchi, una scoperta inattesa per una regione oggi famosa nel mondo soprattutto per il Sangiovese e i suoi vini rossi (sebbene la nuova frontiera sia anche per il Chianti Docg la versione rosata, appena entrata nel disciplinare)

Membro del team di ricercatori si cala nel pozzo di Cetamura del Chianti

Il cambiamento del paesaggio toscano

Secondo gli studiosi, il risultato aggiunge un tassello fondamentale alla storia della viticoltura del Chianti. Prima dell’affermazione dei grandi rossi moderni, le comunità etrusche e romane avrebbero coltivato e valorizzato per generazioni una varietà bianca considerata particolarmente pregiata. La ricerca mostra anche come la conquista romana abbia modificato il panorama agricolo locale in quanto l’annessione dell’area all’Impero comparvero nuove varietà di vite, probabilmente introdotte attraverso le reti commerciali e produttive che collegavano territori molto distanti tra loro. Gli archeologi hanno inoltre individuato tracce della raccolta di uve selvatiche, segno di una gestione diversificata delle risorse agricole.

L’uva e le antiche relazioni internazionali

Uno degli aspetti più interessanti riguarda proprio le connessioni internazionali del mondo romano. Il principale vitigno identificato a Cetamura presenta infatti stretti legami genetici con antichi semi d’uva rinvenuti nella Francia meridionale. Una prova biologica dell’esistenza di una vasta rete agricola e commerciale attraverso la quale Roma diffondeva varietà selezionate e standardizzava la produzione vinicola nei territori dell’Impero.

Tra le scoperte emerge anche un altro antico vinacciolo appartenente a una famiglia di vitigni ancora oggi diffusa nell’Europa centrale e orientale. Il suo parente moderno più vicino è una rara varietà ungherese, ma il legame più affascinante conduce a Maribor, in Slovenia, dove cresce una vite considerata ufficialmente la più antica del mondo ancora in grado di produrre frutti.

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