«Non è solo spesa» forte di questo slogan, apre i battenti il 25 giugno a Napoli Manifesto Agricolo: negozio, bottega, laboratorio di cucina, ma soprattutto centro di consapevolezza agricola e alimentare. «Un progetto che parte dalla terra per ripensare il rapporto tra persone, agricoltura e futuro» lo definiscono i soci: Amilcare Astone, Michelangelo Ganino, Germana Forastiere, Andrea Giuliano (parte anche del progetto Gustophia Dispensa Popolare).

Figure diverse con storie diverse, unite da una convinzione: che il cibo possa e debba essere parte di un percorso di rinascita e restituzione, figlio di un approccio più responsabile al mondo; prendendo le mosse dall’agricoltura rigenerativa e da scelte rigorose. «Abbiamo provato a immaginare un’idea diversa di mondo» dice Astone, socio – sì – ma anche ispiratore dell’intero progetto, sulla scorta di un entusiasmo trascinante e di un lavoro condotto da anni in Svezia, dove ha un’azienda di distribuzione di cibi per l’alta ristorazione e una bottega che si chiama Radici, gemella diversa di quella di Napoli.
Astone racconta per accumulo: parla di libri, ricerche, di istituti universitari, di attivisti, docenti, scienziati, di associazioni e gruppi legati al food system, che a vario titolo hanno guidato il suo percorso degli ultimi anni, da quando cioè è entrato in contatto con il Rodale Institute e con il Regenerative Organic Certified®, organismo di certificazione che definisce uno standard rigoroso, basato su tre pilastri fondamentali: la salute del suolo, il benessere degli animali e l’equità sociale per agricoltori e lavoratori.
«Ho provato a immaginare un’idea diversa di mondo attraverso il cibo» spiega. Ci tiene a definire il contorno dentro al quale nasce Manifesto Agricolo, è un substrato vicino alle istanze del cibo buono, pulito giusto. E lo stesso nome lascia intuire che non si tratta solo di cibo, ma di un progetto politico che vuole incidere sul mondo, secondo il credo di Johan Rockström per cui «If we fix the food we fix the planet». Astone lo nomina più volte, perché sia chiaro da dove prende le mosse questa bottega che lui chiama slow perché contiene in sé il recupero di una dimensione di lentezza come valore, anche nella vendita «ogni cosa qui dentro deve essere raccontata». Segnando la distanza da un modello di produzione del cibo estrattivo e distruttivo che sta mandando in rovina il pianeta e le nostre società , è responsabile della perdita di biodiversità , ma anche di altri disastri emersi da che il cibo è diventato una comodity; «invece dobbiamo riconnettere le persone con quel che abbiamo di più importante al mondo: la terra, portare in primo piano quello che c’è dietro al prodotto, che nella visione commerciale è sempre più oscurato dal marchio».

Quindi l’attenzione alla provenienza è fondamentale nella selezione dei prodotti in negozio, «ma secondo un principio fondamentale: non è tanto da dove viene il cibo, ma come viene prodotto»; parla di filiera agricola certificata, di attenzione alle pratiche agroalimentari bio e biodinamiche, sostenibili, rispettose dell’ambiente e delle persone. Ecco allora che oltre all’ortofrutta, c’è la pasta di Girolomoni, il succo di mela Giòsole, l’origano di Fillippone, il sale non raffinato Presidio Slow Food, i formaggi di Cascina Orsine, e altri del Cilento di Tenuta Principe Mazzacane che si occupa anche della selezione della altre aziende, il pane di Algrammo Forneria Evoluta (due pani nella Guida Pane del Gambero Rosso) che condivide gli stessi principi, le alici di menaica, l’olio Radici (prodotto dallo stesso Astone in Toscana) «e l’unico aceto balsamico biodinamico, quello di Lorenzo Guerzoni» che non sarà difficile incontrare in bottega, e poi vini naturali e biodinamici «quello del vino è un tema enorme – dice – può generare distruzione ma dare vita anche a un racconto diverso, nel processo agricolo basato sul rispetto ecosistema e in cantina».
E un dispenser di acqua potabile a disposizione di tutti, gratuitamente: «L’acqua è un bene di tutti», fa. Ci sono anche le lattine «che paghi più di quel che dovresti» per cercare di educare al consumo dell’acqua di rubinetto e abbandonare le bottiglie di plastica; come succede nei paesi del nord Europa, «Ci dicono che è un suicidio commerciale, ma è giusto così: è una questione di coerenza».

C’è anche un laboratorio di cucina, con una proposta da asporto, senza somministrazione. Cosa si prepara? «Quello che la terra offre, perché è la terra che decide il menu: proviamo a far ripartire tutto dalla terra». All’apertura si trovano cose come quiche con ricotta di capra e zucchine, frittata basilico e fiori di zucca con salsa tzatziki; crackers ai semi con babaganoush e pomodorini semidry, e ancora crostate, bignè, plum cake e ciambelloni con farine agricole cilentane e materie prime “giuste”: «ho capito da molti anni che non si può pensare alla trasformazione di un prodotto in termini di prestazione, ma dobbiamo parlare di filiere agricole, di quello che c’è dietro, che è la cosa più importante: è un tema enorme».
Se chiedi chi saranno i loro clienti, risponde «il cittadino consapevole, anche middle class non necessariamente abbiente, e anche il cittadino meno consapevole ma con una disponibilità economica ch può dare una possibilità a questo progetto e può spendere qualcosa in più». Aggiunge poi: «Non dobbiamo fare l’errore che diventi un esercizio elitario, ma bisogna essere consapevoli che una pasta non può costare 40 centesimi, altrimenti c’è un costo segreto che sta pagando qualcuno» e quel qualcuno siamo sempre noi.
Manifesto Agricolo – Napoli – piazza Salvatore Di Giacomo 126/127 – 081 19231824. – https://www.manifestoagricolo.com
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