European Wine Summit

"In Europa ci giochiamo il futuro del vino: il rischio è di perdere il budget dedicato”. L’appello di Varvaglione

Dall'European Wine Summit di Taranto la presidente del Ceev lancia la sfida su etichette allarmistiche e prossima Pac, da cui si rischia di vedere sparire la certezza di un budget dedicato al vino

  • 25 Giugno, 2026
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«Non siamo qui per lamentarci delle nostre difficoltà. Siamo qui perché crediamo nel vino. Per garantirne il futuro dobbiamo riallacciare il rapporto con la società, attrarre nuovi consumatori adulti e riaffermare il valore della cultura del vino come pilastro essenziale della sostenibilità». Con queste parole la presidente del Comité Européen des Entreprises Vins Marzia Varvaglione ha aperto i lavori dellEuropean Wine Summit che per la prima volta si è tenuto a Taranto riunendo, oltre ai membri italiani Federvini e Unione Italiana Vini, 130 rappresentanti delle istituzioni europee (tra cui il commissario europeo per l’Agricoltura e l’Alimentazione Christophe Hansen) e nazionali, aziende vinicole, viticoltori, accademici e organizzazioni di settore. Tra i temi caldi sul tavolo, la prossima Politica agricola comune e l’adattamento delle misure di sostegno per il settore vitivinicolo, nonché il rapporto tra vino, scienza e politiche sanitarie. Ne abbiamo parlato a margine dell’evento con la “padrona di casa” Marzia Varvaglione.

Iniziamo con un bilancio di questo primo anno alla guida del Ceev.

Intanto, non posso che essere emozionata e soddisfatta per aver portato il mondo del vino europeo qui a Taranto. È stato un anno di obiettivi e traguardi molto chiari: prima la chiusura del Pacchetto vino con l’inserimento di tante delle richieste del Ceev, poi gli accordi commerciali con Mercosur, India e Australia in cui rientrano le implementazioni per la tutela della parte vino.

Resta sul tavolo la questione vino e salute che potrebbe presto ripresentarsi dalla finestra.

Esattamente: il dossier è stato letteralmente ripescato. Da una parte c’è il piano Beca su alcol e cancro e dall’altra quello sulle malattie cardiovascolari approvato il 24 giugno dalla Commissione Sant e su cui, qui a Taranto, si è soffermato l’onorevole Michele Picaro.

Com’è andata?

La relazione per fortuna mantiene un approccio equilibrato. Gli emendamenti di maggiore interesse per il nostro settore sono stati tutti approvati e confermano il riferimento specifico al “consumo dannoso di alcol”, evitando formulazioni più ampie che avrebbero potuto riguardare il consumo di alcol in generale. Il testo ribadisce inoltre che la tassazione resta prevalentemente una competenza nazionale. Particolare attenzione viene, poi, dedicata al miglioramento dell’informazione ai consumatori, soprattutto attraverso iniziative di sensibilizzazione, nonché alla promozione di campagne educative e di prevenzione e mantiene il focus sul consumo dannoso. Siamo, infine, soddisfatti del riferimento alla dieta mediterranea, riconosciuta insieme ad altri modelli alimentari simili come fattore associato a un minore rischio di malattie cardiovascolari. A tal proposito, oggi abbiamo ascoltato la relazione del professor Attilio Giacosa secondo cui, ricerche in mano, l’aspettativa di vita di una persona astemia equivale all’aspettativa di vita di un cittadino che fa vita sana e consuma vino con moderazione.

Resta la spina nel fianco degli health warning. Qual è la proposta del Ceev per evitare che il vino continui ad essere demonizzato a partire dall’etichetta?

L’obiettivo del Ceev è trovare un accordo per armonizzare la dicitura su tutte le retroetichette. Se diamo a tutti gli stati membri la possibilità di personalizzare la dicitura, così come avrebbe voluto fare l’Irlanda, rischiamo la disinformazione. Dobbiamo anticipare il problema, perché prima o poi si ritornerà a quel punto.

Intanto si avvicina la vendemmia e c’è un evidente problema di giacenze in cantina. In un contesto in cui i consumi continuano a scendere, come se ne esce?

Il controllo della produzione sarà fondamentale, come ricorda Unione italiana vini. In quanto Ceev ci auguriamo che tutti i produttori capiscano quanto la riduzione delle rese non vada a ledere il lavoro dell’agricoltore, ma vada a creare un prezzo più alto. Bisogna trovare un bilanciamento tra prezzo delle uve, rese e valore. Poi chiaramente ci sono regioni e Paesi che utilizzano anche altre misure, compresa la distillazione di crisi, ma come Ceev, il nostro compito non è giudicare le scelte dei singoli stati membri ma preservare la loro competitività. In quest’ottica bisognerebbe premiare le aziende che decidono di restare nel settore e non quelle che decidono di uscire.

Vedi alla voce estirpi.

Le risorse vanno usate per premiare le aziende virtuose che vogliono fare promozione, anche pensando al consumatore di domani. E qui entra in gioco la prossima Politica agricola comune.

Uno dei temi della Pac in discussione era togliere la voce specifica vino dal budget a disposizione.

E noi dovremo batterci affinché non avvenga.

Qual è il rischio?

Lasciare la gestione delle risorse agli stati membri, che potrebbero decidere di destinarle ad altri settori agricoli, significa eliminare la certezza di un budget dedicato al vino e questo toglierebbe forza alle aziende vitivinicole. Non è solo una questione italiana: la sfida è la competitività tra vecchio e nuovo mondo.

Con i mercati esteri come la mettiamo? Il botta-risposta Trump-Meloni degli ultimi giorni continua a creare un clima incerto. E il prossimo 24 luglio l’amministrazione Usa dovrà definire il nuovo quadro normativo delle tariffe.

Purtroppo, ormai dallo scorso anno navighiamo a vista. Gli ultimi scambi verbali non aiutano, così come non aiuta la politica aggressiva di Trump che è tornato a minacciare il mondo vitivinicolo francese con la promessa di nuovi dazi.

A quali altri mercati di sbocco si può guardare?

Senz’altro quelli i cui sono in essere degli accordi commerciali: dal Mercosur su cui si stanno facendo passi da giganti all’India. Al di là delle tariffe, è importante anche ottenere l’abbattimento delle barriere non tariffarie di salvaguardia per le nostre denominazioni.

Come definirebbe questa strana fase che sta attraversando il vino: siamo di fronte ad una crisi congiunturale o ormai si va verso elementi più strutturali?

Io non la definirei crisi. Parlerei di cambio strutturale del mondo perché tra guerre e nuovi stili di vita sono venuti a mancare dei pilastri fondamentali. Penso a mercati importanti (non dimentichiamoci della Russia), a strutture logistiche (la questione di Hormuz è indicativa) e al consumo così come eravamo abituati a concepirlo in passato.

Qual è il punto chiave da introiettare nel cambiamento dei consumi?

Se prima erano i consumatori a venire da noi, ora dobbiamo essere noi a cercarli, senza dare per scontato che arrivino da soli. Deve cambiare il mondo di comunicare e dare più spazio all’esperienze piuttosto che al prodotto.

Anche il tipo di prodotto proposto può concorrere allo scopo? Mi riferisco a tutti i new entry di vini no e low alcol.

Sì, ma anche quelli possono essere ciclici. Ormai abbiamo visto come nel giro di pochi anni possa cambiare tutto, anche i gusti.

Un mondo senza certezze, quindi. Da dove ripartiamo?

Io ripartirei da tre parole chiave da tenere a mente per il futuro: flessibilità, esperienze e servizi.

 

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