Uno dei temi affrontati sarà la food photography, vista dagli occhi degli esperti. Ecco cosa ci hanno raccontato due fuoriclasse come Bob Noto e Lido Vannucchi...

Con la diffusione dei social e dei blog le immagini per il mondo della ristorazione sono diventate fondamentali. Prima dell’avvento di Facebook, Instagram, Pinterest e chi più ne ha più ne metta era un’impresa riuscire a trovare foto di ristoranti, chef o piatti; c’erano solo belle e articolate descrizioni ma non si riusciva ad avere un contatto visivo con le creazioni degli chef. Oggi le cose sono cambiate. Ma quali sono i due filoni principali di quella che chiamano food photography? Lo abbiamo chiesto a due famosi fotografi di food.

Bob Noto, torinese classe 1956, privilegia le fotografie still life, dove ci si può prendere tutto il tempo che si vuole:“Imposti le luci che preferisci, normalmente morbide, decidi l’inquadratura migliore e scatti. Ovviamente il piatto deve essere fotogenico. Queste immagini sono importantissime per capire che linea segue lo chef. Per esempio, Enrico Crippa e Nadia Santini hanno due modi diversi di pensare e concepire un piatto. Nadia è più classica mentre Crippa ha un occhio estetico fuori dal comune. Non a caso Marchesi, quando doveva far fotografare i suoi piatti, chiamava solo due persone a impiattare: Crippa e Lopriore”. A detta di Bob, in questo tipo di foto, oltre a emergere il senso estetico dello chef, spicca lo stile del fotografo, tant’è che il suo sogno è quello di creare un libro dove ottanta fotografi diversi fotografano lo stesso piatto. “Sono convinto che ne risulterebbero ottanta immagini completamente differenti”. Effettivamente in tutte le sue foto emerge uno stile, il suo stile: unico, essenziale. “Quando scatto elimino tutto quello che sta intorno al piatto, compreso il piatto stesso. Il risultato? Cibo sospeso in un vuoto metafisico”. Non a caso, l’immagine che più lo rappresenta, è una foto dove sono presenti venticinque piatti di Ferran Adrià, senza fronzoli né distrazioni: “È un modo di riassumere in una sola foto anni e anni di lavoro. Ci sono particolarmente affezionato”.

Lido Vannucchi, lucchese classe 1961, nonostante faccia anche still life, ama profondamente le immagini da reportage. “Mentre lo still life è la sintesi del lavoro dello chef, il reportage racconta l’intero percorso che ha portato lo chef a fare un determinato piatto. Con uno esprimi un senso estetico, con l’altro racconti un viaggio. Attraverso le foto da reportage cerco di fermare degli attimi di vita, dei momenti che descrivono un mestiere e gli uomini che vi si dedicano anima e corpo. È un particolare che racconta il globale. Ed è per questo che il fotografo di reportage deve vivere dentro le cucine, in simbiosi con gli chef e la brigata. Insomma attraverso attraverso un reportage cerco di rendere l’intera giornata attraverso pochi scatti”. Infatti, una delle foto che più lo rappresenta, è emersa dopo un giorno intero passato nella bellissima cucina di Piazza Duomo, opera dell’architetto designer Berthaud. “Crippa stava preparando una cena in cui gli invitati erano i dodici giornalisti gastronomici più influenti del mondo. Vi lascio immaginare la tensione. Ciononostante, dopo solo un paio d’ore, ero diventato un membro della brigata, e l’obiettivo della mia macchina si era trasformato nel prolungamento dei loro arti e dei loro sensi: spadellava con loro, annusava assieme a loro. Ad assaggiare ci pensavo io”.

Lido non fotografa mai se prima non ha assaggiato: “La food photography è una missione che non trascende dalla passione per la cucina”. Oggi, dunque, quanto contano le immagini nella ristorazione? “Se la cucina non è buona non contano nulla, se invece la cucina è di livello le immagini, così come la cucina e il servizio, contano per il 33%, perché, se tutto quel che di bello c’è in un ristorante non lo si comunica all’esterno, si rischia di passare inosservati. Prima la food photography era necessaria, oggi è fondamentale: il ristoratore che capisce quanto valgono oggi le immagini ha vinto, perché l’immagine è la lingua più universale che esista, non c’è inglese che tenga”. Sembrerebbe proprio che quella tra fotografo e ristoratore sia una relazione necessaria e destinata ad avere un futuro roseo.

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