Fotografi per gola o per passione, nella società dell'immagine e del web anche il mondo del cibo non fa eccezione. È anzi traino di un costume sempre più diffuso, quello di immortalare ogni oggetto commestibile ci si pari dinanzi. Ma la fotografia, quella vera, è un'altra cosa. Parte con Renato Marcialis una serie di interviste a 12 grandi food photographer italiani che raccontano la loro storia e i loro trucchi del mestiere.
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È da tempo un tormentone, oltre che un fenomeno di costume esteso ben al di fuori dal mondo gourmet e, scommettiamo, durerà ancora per molto. Stiamo parlando delle foto che hanno come protagonisti creazioni gastronomiche, alimenti, bibite, dolci e chi più ne ha più ne metta. Dall’umile scatoletta di tonno al piatto gourmet, siamo invasi da cibi instagrammati sulle bacheche di Facebook e su ogni social network che si rispetti: Instagram, Followgram, Pinterest, Foodspotting, solo per fare qualche esempio. Con il rischio di enfatizzare l’apparire (fotografare) a scapito dell’essere (mangiare). Ma non è tutto qui. Oltre alla rete c’è di più. Per fare anche solo una foto, di quelle serie ci vogliono conoscenze e tecnica, altro che improvvisazione.

Partiamo dall’inizio: la food photography è un ramo dello still-life, cioè la ripresa fotografica di oggetti inanimati dove la composizione, l’attenzione alla luce e la cura dei dettagli sono indispensabili alla riuscita della foto. Negli ambiti professionali la food photography è un lavoro di squadra, che coinvolge art director, food stylist (che si occupa di disporre accuratamente il cibo all’interno del set fotografico), prop stylist (che si occupa dei props, cioè tutti gli accessori presenti sul set), chef e, last but not least, il fotografo che decide le luci, l’angolo di ripresa e, ovviamente, lo stile da conferire allo scatto. Questo è il team utopico, poi molto spesso il fotografo ricopre quasi tutti i ruoli.
Pensate che nel food una foto valga l’altra? Assolutamente no, cambiano lo stile, il concept, l’uso dei mezzi tecnici e tante altre cose. Le foto possono essere classiche, convenzionali, filologiche, underground, figurative o espressioniste, destrutturaliste, narrative, astratte o metaforiche. Vogliamo dunque raccontarvi l’altra fotografia, quella professionale, e farlo attraverso la voce e le immagini dei suoi protagonisti.

Se invece volete dilettarvi a casa questi sono alcuni consigli:

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  • vaporizzate frutta e verdura per donare un’apparenza di freschezza, magari mischiando all’acqua qualche goccia di glicerina per ottenere gocce più stabili;
  • le verdure, soprattutto quelle verdi, sbollentatele leggermente anziché cucinarle completamente, e poi immergetele in acqua e ghiaccio per aumentare e fissare la brillantezza dei colori;
  • spennellate con dell’olio vegetale il cibo per renderlo più brillante;
  • create il set con cura: scegliete le stoviglie in contrasto con il colore dominante del cibo e lo sfondo, chiaro, colorato o scuro, per esaltare il soggetto fotografato e creare un’atmosfera che possa raccontare una storia;
  • usate la luce naturale, scegliendo con attenzione il luogo in cui lavorare, possibilmente davanti ad una finestra con una tenda bianca per avere una luce diffusa;
  • riprendete dal basso, avrete un effetto migliore.

Questi solo alcuni consigli per gli amatoriali, poi la food photography è un’altra storia, non basta avere un iPhone o una Reflex tra le mani, ma bisogna studiare, dedicarvi del tempo e avere del talento. Non dimenticate che la fotografia, anche quella che ritrae il cibo, è arte.

Intervista al veneziano Renato Marcialis, classe 1956 e uno dei primi fotografi d’Italia a essersi dedicato al mondo del food.

Quando hai cominciato?
Quand’ero ragazzo suonavo e cantavo in un gruppo e a casa non mi si vedeva praticamente mai, quindi mio papà, per potermi vedere più spesso, mi trovò un lavoro nello studio fotografico di alcuni conoscenti. In quello studio ebbi la fortuna di poter osservare il lavoro dei due fotografi che vi lavoravano e in poco tempo sono riuscito a diventare stampatore. Poi sono andato a lavorare presso un fotografo specializzato in riprese industriali e dopo sei mesi cominciai a fotografare in sala posa. Ma la vera passione era tutta per il food, passione probabilmente ereditata dal nonno chef o trasmessami da mio fratello maggiore Riccardo, già art director affermato. Dopo una collaborazione con lui ho finalmente deciso di mettermi in proprio e di aprire uno studio per conto mio. Nel 1991 sono stato premiato a Venezia con i colleghi Oliviero Toscani e Vittorio Storaro, e nello stesso anno ho vinto anche la Golden Mamiya a Numana.
Visto la mia predilezione per l’ambito food, dal 1992, ho deciso di collaborare solo con aziende alimentari realizzando i loro cataloghi, i ricettari, i packaging, le campagne stampa e le affissioni.


Che strumenti utilizzavi?
All’epoca c’erano l’analogica e la camera oscura, ovvero il Photoshop di una volta, perché potevi correggere i valori di esposizione e contrasto, schiarire, mascherare, ritagliare. Si può dire che Photoshop sia più o meno la versione digitale di ciò che avveniva in camera oscura, attraverso decine di accorgimenti, strumenti e variabili.

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Per fotografare il cibo utilizzavi materiali particolari?
Assolutamente no. Per la realizzazione di ricettari o libri ho sempre cercato di fotografare i piatti senza trucchi né inganni. Tanto che un tempo ero io a cucinare i piatti che poi fotografavo, trovando tra l’altro molti errori nelle ricette che mi venivano date! Solo nella pubblicità si usavano e si usano tuttora trucchi acquisiti con l’esperienza, per il semplice fatto che il cibo ha una deperibilità immediata. I professionisti preposti a queste preparazioni sono metà cuochi e metà alchimisti: cuochi per l’impostazione di base, alchimisti per abbellire ed allungare la “freschezza” del prodotto che andrà fotografato. Eccezione per i gelati che sono realizzati con materie organiche ma allo stesso tempo durature per alcuni giorni.

Oggi che strumenti utilizzi?
Ovviamente la digitale, più facile da utilizzare, più veloce e di qualità superiore. Chi afferma il contrario, in realtà, non ha avuto il coraggio di cambiare. Con la macchina digitale la fotografia rimane comunque un’opera non standardizzata. Ultimamente ho trasportato la mia conoscenza del settore gastronomico in una forma artistica utilizzando una tecnica antichissima: luce pennellata. Si tratta di illuminare il soggetto con una fonte di luce potente ma concentrata che, impugnata con la mano destra, la si vibra sulla composizione illuminando dove si ritiene più opportuno. Sono immagini che mi ricordano il Caravaggio, dove l’aspetto rivoluzionario è nel naturalismo delle sue opere, evidenziato dalla particolare illuminazione che sottolinea i volumi dei soggetti, i quali sembrano uscire improvvisamente dal buio della scena. Per la realizzazione dei suoi dipinti Caravaggio posizionava delle lanterne in posti specifici per far sì che i modelli venissero illuminati solo in parte, mediante la luce radente. Attraverso questo artificio Caravaggio evidenziava le parti della scena che più riteneva interessanti lasciando il resto del corpo nel buio dell’ambiente. Essendo un fotografo specializzato nel settore enogastronomico e con grande ironia, che da sempre mi contraddistingue, il titolo di questa nuova avventura è Caravaggio in cucina.

Cosa rispondi a coloro che pensano che con una macchina digitale tutti siano bravi fotografi? Rispondo che non è la macchina che fa la foto, bensì la persona. La vera bravura sta nel creare la situazione adatta, con la composizione d’effetto, la luce giusta e i contrasti adeguati, poi chiunque può scattare.

Che opinione ti sei fatto delle app fotografiche per smartphone come Instagram?
Cos’è?! Scherzi a parte penso siano delle mode e come tutte le mode passeranno. Non penso sia una minaccia per i fotografi professionisti. La vera minaccia oggi è la crisi e la cattiva gestione di quest’ultima da parte della classe politica, tanto da aver causato la chiusura di molte aziende, che davano lavoro ai fotografi. Punto. Non è Instagram, tanto meno la macchina digitale, ad aver causato questa continua ossessione del risparmio, anche a scapito della qualità del lavoro svolto.

Un consiglio ai nostri lettori per fare delle belle foto amatoriali?
Non dico di frequentare un corso completo di fotografia, ma qualche workshops imbastito da persone che trattano il food quotidianamente arricchisce la mente… e poi c’è sempre qualche cosa da sgranocchiare.

Nella prossima puntata intervistiamo Laura Adani, giovane blogger, food photographer per passione. Il suo guru? Renato Marcialis.

www.renato-marcialis.com
www.caravaggioincucina.it

a cura di Annalisa Zordan