Milano ha una capacità particolare: trasformare i bar in osservatori privilegiati dei cambiamenti culturali. Alcuni lo fanno quasi per inerzia; altri lo fanno in modo consapevole, tramutando il bancone in un punto di vista sul presente. Chiara Buzzi appartiene alla seconda categoria. È socia del Rita Cocktails e del Rita’s Tiki Room, e negli ultimi anni ha costruito una conversazione nuova sui ruoli femminili nella bar industry, partendo da una constatazione semplice: «Sono l’unica donna in azienda. In Italia si fa fatica a capire che appartieni alla bar industry anche se non stai dietro al bancone».

Da questa mancanza di riconoscimento – e dalla consapevolezza che il settore offre percorsi di carriera molto più ampi di quelli percepiti – nasce TheSHESide, sviluppato insieme a Daniela Garcea. Un progetto di community e formazione che torna a Milano per la sua seconda edizione il 10 novembre, ospitato da Combo e sostenuto da Comune di Milano, Confcommercio e Terziario Donna. L’evento è gratuito, aperto a professioniste e professionisti, e preceduto da una serata su invito al Dry in collaborazione con l’Ada Coleman Project, il più grande network internazionale dedicato al bartending al femminile.
TheSHESide non si propone come un evento identitario, ma come uno spazio di confronto su competenze, ruoli e crescita professionale. «Il progetto è nato per portare valore, ispirazione e contenuti reali. Lavoriamo con un formato molto essenziale, senza espositori né stand, perché vogliamo che l’attenzione sia sulle persone e sui temi», spiega Buzzi.
Nelle interviste emerge un dato ricorrente: in Italia la presenza femminile nell’hospitality c’è, ma è poco strutturata e poco visibile. Molte ragazze entrano nei bar come bartender o barback, poche hanno modelli di crescita chiari, pochissime arrivano ai piani gestionali. «In Italia non è ancora normale pensare che nel nostro settore puoi lavorare anche come ufficio stampa, consulente, formatrice, project manager. All’estero è la normalità. Da noi questi percorsi quasi non esistono», dice Buzzi.
Il tema della comunicazione è uno dei punti più scoperti. «All’estero trovi donne fortissime nella comunicazione, nelle Pr, nell’ufficio stampa dei grandi brand. In Italia quasi non esistono. È un pezzo fondamentale del settore che qui manca del tutto», sottolinea. Ed è una mancanza che si riflette direttamente sulla visibilità delle professioniste e sulla capacità del settore di raccontarsi in modo maturo.

Un’altra criticità riguarda la formazione. Nel settore si dà per scontato che bastino manualità e tecnica, ma oggi la professione richiede molto di più: «Un bartender non deve saper solo miscelare: deve conoscere comunicazione, economia del bar, behavior, dinamiche di team. Tutte cose che non vengono insegnate». La mancanza di percorsi formativi organici si traduce in una difficoltà strutturale per le professioniste. Buzzi insiste anche su un’altra distinzione: l’attrazione del settore verso la visibilità. «Molti entrano perché vedono un mondo socialmente affascinante. Io dico sempre: chiediti se vuoi fare questo lavoro davvero, perché la fama immediata dura pochissimo».
Accanto ai limiti, però, ci sono opportunità concrete. La community femminile nella bar industry è una rete che funziona, soprattutto nella condivisione di percorsi e informazioni. «Quando trovi una professionista che ha contenuti veri, è fortissima. È lì che si crea valore, collaborazione, costruzione».
Ciò che manca maggiormente sono figure intermedie: ruoli manageriali e di coordinamento, posizioni di responsabilità nei team, figure specializzate nelle operations. È l’anello che all’estero regge i bar e che in Italia è quasi assente.
La seconda edizione di TheSHESide non è costruita come il classico evento scandito da panel e interventi frontali: è un racconto corale che parte dalle persone che stanno ripensando la bar industry internazionale. La mattina si apre con una serie di talk brevi, pensati come capsule di contenuto, affidati a professioniste che stanno cambiando la percezione stessa del lavoro nella hospitality.
Ci sarà Ava Mees, beverage manager del Noma, che in questi anni ha ridefinito il ruolo del bar all’interno della ristorazione contemporanea, portando con sé un approccio radicalmente interdisciplinare. Accanto a lei Costanza Cordeiro, bar owner, che lavora da tempo sulla costruzione della leadership a partire dalla gestione dei team: un tema che in Italia resta spesso inesplorato. Arriveranno anche Evelyn Chick, una delle voci più interessanti del panorama canadese, impegnata nella formazione delle giovani professioniste; Hedda Bruce, che da anni studia le condizioni necessarie per rendere sostenibile un ambiente di lavoro; Ines de Lo Santos, figura centrale della scena sudamericana; ed Eleni Nikoulia e Melanie Conceiçao, entrambe attive nello sviluppo di percorsi educativi che mirano a ridefinire il significato stesso di “hospitality” oggi. Un mosaico di provenienze diverse, che converge però su un punto comune: restituire complessità a un settore che in Italia viene ancora raccontato soprattutto attraverso la tecnica e la mixology.

Nel pomeriggio TheSHESide cambia ritmo. La Innovation Jam Session riunisce professionisti senior e junior intorno a tavoli tematici dedicati a ciò che, in un bar, regge davvero il lavoro quotidiano: la progettazione tecnica degli spazi, l’accoglienza, l’empatia, la gestione delle dinamiche interne ed esterne. Ogni tavolo affronta un aspetto diverso e spesso trascurato del settore. Tra questi c’è quello sulle recensioni negative, moderato da Roberta Abate e Victoria Small di Commestibile, che portano una prospettiva preziosa su trasparenza, critica e responsabilità: un tema ancora poco elaborato nella bar industry italiana, nonostante il peso crescente del feedback pubblico.
Accanto a loro ci sono tavoli dedicati all’errore, alla customer experience, alla comunicazione, alle operations: spazi di confronto orizzontale in cui la conversazione si sposta dalla teoria alla pratica, mettendo in circolo esperienze che raramente trovano un luogo per essere discusse. La giornata si chiude con il Pouring Passion Aperitivo e una serie di guest shift incrociate, pensate come dialoghi concreti tra professioniste italiane e ospiti internazionali.

Non una celebrazione, ma uno spazio in cui osservare come si contaminano stili, metodi e modi di lavorare. Non è un caso che TheSHESide venga definito «un movimento culturale prima ancora che un evento»: è un dispositivo che serve a far emergere ciò che spesso rimane implicito nelle dinamiche del settore, creando un luogo in cui la conversazione può finalmente diventare collettiva e continua.
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