Nolo

La produzione dei vini dealcolati italiani crescerà del 90%. Ma la ristorazione è ancora troppo diffidente

Nonostante le attese di incremento, resta l'ostracismo dei ristoratori verso la nuova tipologia, più aperte le pizzerie. Osservatorio Uiv-Vinitaly: "A fare da apripista è la Gdo"

  • 14 Aprile, 2026
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Nel 2026 la produzione di vini dealcolati crescerà del 90% con una quota export attestata al 91% e il grosso delle vendite fatte sul canale retail (77%). È quanto è emerso dall’indagine dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly sulla quasi totalità delle imprese tricolori che fanno o stanno organizzando linee di vini dealcolati. Già la metà del campione dopo il decreto di fine dicembre – intende attivare la produzione in Italia.

Virata no alcol verso gli spumanti

«Le tipologie a listino vedono una leggera prevalenza dei no-alcol (54%) rispetto ai low alcol (46%), con un aumento significativo dell’opzione “bevanda a base vino”, balzata dal 3% del 2025 al 27% odierno – spiega il responsabile dell’Osservatorio Carlo Flamini, che parla anche di una «virata per il futuro della scelta spumanti rispetto ai fermi».

Tra i mercati tradizionali, prevale l’obiettivo Nordamerica (Usa e Canada) ma anche i Paesi Dach (Germania, Austria e Svizzera). Tra le piazze nuove ed emergenti, le risposte convergono su alcuni Paesi (Messico, Polonia ma anche Cina) e areali, con in testa Medioriente e Africa.

Convegno No alcol a Vinitaly 2026

L’ostracismo della ristorazione

Guardando ai canali di distribuzione, l’Osservatorio evidenzia una sorta di «ostracismo da parte della ristorazione nei confronti della nuova categoria di vino. C’è chi dice che non lo inserirà mai (71% del campione; ndr) – rivela Flamini – le pizzerie rappresentano, invece, un mondo a parte, dove arriva poco vino, ma dove si è comunque più aperti alle novità. Infine, c’è la Gdo a cui, visto il preconcetto della ristorazione, spetta il compito di fare da apripista».

Bisogna lavorare di più sul gusto

Ma quali sono i motivi che spingono al consumo dei Nolo? «Se la salute e la riduzione dell’alcol restano tra le prime scelte, è anche vero che sono già arrivate a saturazione – dice Flamini – mentre crescono i fattori legati al prodotto». Ma bisogna ancora lavorare sulla piacevolezza, come ricorda il segretario generale Uiv Paolo Castelletti: «Il tema del gusto rappresenta ancora un freno al consumo per il 25% dei potenziali clienti, quota che sta via via diminuendo in maniera direttamente proporzionale alla qualità di produzioni che possono solo migliorare, e su questo l’Italia gioca la propria partita decisiva».

Interessante che tra i giovani, la prima risposta al “perché bevi no alcol” è la guida, considerate le misure più stringenti, previsti dal Codice della Strada per i neopatentati. Viene poi la riduzione dell’alcol, ma sottolinea Flamini: «Occhio alle calorie: è anche su quello che bisogna lavorare».

Puntare ai formati alternativi

Un’ultima considerazione riguarda il packaging: «Oggi anche il no alcol viaggia nella bottiglia classica – dice Flamini – ma bisogna anche lavorare su altro per non dare l’immagine di vino tradizionale: dal pouch alla lattina fino alla mezza bottiglia, altrimenti perdi un pezzo dei consumatori».

 

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