In questa 36esima edizione della kermesse, il critico Philippe Daverio incontra il Sagrantino. E il Sagrantino incontra i Sagrantini d’Oltreoceano. Resoconto della rassegna umbra. 

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Un’Europa fondata sul vino. La proposta di Daverio

Chiunque riesca a convertire un cinese a un bicchiere di Sagrantino, ha compiuto un’opera pia”, così il famoso critico d’arte Philippe Daverio è intervenuto a Enologica, la kermesse dedicata al Sagrantino di Montefalco (18-20 settembre), giunta quest’anno alla sua 36esima edizione. “Se è vero che gli italiani sono il popolo che sa vivere e mangiare meglio” ha continuato “allora la propaganda deve essere una missione umanitaria vera e propria. Oggi si parla tanto di indice di ricchezza, ma la qualità della vita dove la mettiamo? Gli italiani sono gli inventori della parola propaganda, nel senso di ‘cosa diciamo al pagus (pagano)’. E oggi non resta che chiederci quanti pagani riusciremo a convertire al vivere bene e al Sagrantino”.

E Daverio lancia la proposta di un’Europa fondata sul vino: “Un consorzio di popoli legati da questo prodotto. Mentre in Italia si opera la ristrutturazione del Paese, inserendo i vigneti nei beni culturali, al pari di quadri e palazzi”.

Una ristrutturazione che ricorda da vicino quella di un’altra protagonista culturale di questa edizione di Enologica, la Madonna della Cintola di Benozzo Gozzoli, riportata al suo luminoso splendore da un lavoro che ha visto impegnato economicamente, tra gli altri, anche il Consorzio Vini di Montefalco (la Pala rimarrà in esposizione a Montefalco, al Complesso museale di San Francescofino al 30 dicembre 2015, per poi tornare in Vaticano). Ma torniamo a Daverio che, proprio al cospetto della Madonna della Cintola, ha sottolineato tre punti-chiave per la promozione: cultura, storia e unicità. “Unicità e non eccellenza” ha precisato “perché l’eccellenza è riproducibile, l’unicità no”.

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Il Sagrantino nel mondo. I risultati Oltreoceano

E la “riproduzione”, in un certo senso è stato anche l’altro fil rouge di Enologica 2015, con i tanti momenti di incontro e di degustazione dedicati ai Sagrantini d’Oltreoceano. Infatti, questo vino autoctono umbro – protagonista qualche decennio fa di una prima rivoluzione che lo ha visto passare dalla versione esclusivamente passito, bevuto per le feste sacre (da qui il nome Sagrantino, da sacer), alla versione secca – è oggi uscito dalla sua dimensione locale per aprirsi al globale. Non solo con i risultati dell’export, ma anche con l’esportazione del vitigno stesso.

Oggi sono circa una trentina i Sagrantini che, a partire dalla varietà italiana, sono stati riprodotti all’estero in particolare in California, Australia e Nuova Zelanda. E alcuni di questi sono stati ospiti di Enologica. Com’è il caso della versione di Kim Chalmers, winemaker australiana che opera in due differenti aree dello Stato del Victoria: “Da una zona di coltivazione bassa e sabbiosa otteniamo un vino meno intenso dal gusto più leggero” ha detto nel corso delle degustazioni“mentre dall’altra, rocciosa e calcarea, ne deriva uno più simile al Sagrantino originale. Ma attenzione, queste, per noi, non sono delle riproduzioni, piuttosto delle interpretazioni, perché siamo consapevoli di non poter raggiungere la stessa levatura qualitativa e una egual specificità nel nostro territorio”. E sull’interpretazione concordano i produttori del Consorzio di Montefalco che non temono la concorrenza dei cugini anglofoni, anzi vedono una nuova possibilità di creare curiosità e interesse attorno al loro vino.

Sarà davvero così? Come ha detto Daverio nel corso del suo intervento “L’unica Guerra Mondiale vinta dall’Italia è quella degli spaghetti”. Parafrasando: meglio non dichiarare guerra, ma provare a conquistare il mondo facendo leva sulle proprie risorse enogastronomiche. Anche quelle “adottate” all’estero.

 

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a cura di Loredana Sottile