Era il 2014 e tra le recensioni online di un noto ristorante milanese comparivano insulti e diffamazioni sulla frequentazione “poco perbene” del locale. Il proprietario ha sporto denuncia contro ignoti, ma il caso è stato archiviato, perché TripAdvisor non rivela i nomi. 

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Il caso. La recensioni diffamatorie

Quando passa più di qualche settimana senza che su TripAdvisor infuri la polemica, c’è da preoccuparsi. Ancora una volta la Mecca delle recensioni amatoriali online è finita nell’occhio del ciclone per una controversia che verte proprio sull’integrità dei recensori, nascosti dietro l’anonimato del web e protetti dal portale statunitense. Il caso, per una volta, non riguarda tanto la veridicità del giudizio, quanto il buon gusto di alcuni testi che travalicano il confine della diffamazione, e risale alla denuncia che il proprietario di un noto ristorante milanese in zona stazione Centrale aveva affidato al tribunale di Milano. Oggetto del contendere: numerosi commenti che nel 2014 stroncavano il locale su TripAdvisor, riconducendo il giudizio negativo alla “frequentazione di donne di facili costumi” (nella trascrizione edulcorata dei toni utilizzati dai commensali “delusi”). La denuncia contro ignoti era stata raccolta dalla pm Paola Biondolillo, che aveva affidato le indagini alla polizia Postale, per identificare gli autori della diffamazione online. Niente di più facile che ricavare i nominativi dei diretti interessati dagli archivi dell’azienda americana, penserà qualcuno. Ed è proprio quello che hanno chiesto le forze dell’ordine, senza ricevere in cambio un bel nulla.

L’archiviazione. In nome della libertà di parola

Dopo sei mesi di inutili tentativi, TripAdvisor continua a fare orecchie da mercante, ostacolando i progressi delle indagini, tanto da spingere il pm a chiedere al gip l’archiviazione dell’inchiesta, Ordinanza puntualmente firmata dal gip di Milano Alessandra Clementi, che così, almeno per ora, sancisce l’impunità dei responsabili nell’impossibilità di ottenere informazioni sugli autori dei commenti. D’altronde, si apprende scavando tra le pieghe della procedura giudiziaria internazionale, l’unica strada da perseguire era quella della collaborazione con il colosso, perché la diffamazione non costituisce un reato federale negli Stati Uniti, e un’ipotetica rogatoria sarebbe risultata perdente sin dall’inizio. Con il cavillo ulteriore del caso relativo alla legislazione vigente in Massachusetts, dove ha sede TripAdvisor, che obbliga ad accertare la volontà di diffamazione perché si possa procedere a giudizio (“per la diffamazione per iscritto o su Internet, l’affermazione incriminata compiuta deve essere assolutamente falsa e sorretta da un intento malevolo” ha dichiarato sconsolata il gip di Milano), blindando di fatto gli archivi dell’azienda, in nome del privilegio accordato “alla libertà di parola, anziché a quella d’onore”, riferisce ancora il gip secondo quanto riporta Repubblica.it.

E allora come si fa? Quel che resta ai ristoratori è la possibilità di rivolgersi al gestore del portale perché i commenti offensivi siano rimossi. Ma sarà sufficiente per ripulire l’immagine del locale dal danno?

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