Il problema è annoso, diffuso sul territorio nazionale, e coinvolge da anni molte amministrazioni locali ed enti ambientali. Da qualche mese però l'allarme cinghiali è scattato alle porte della Capitale. E nella Riserva della Marcigliana minaccia circa 70 aziende agricole. La parola ai diretti interessati. E la risposta di RomaNatura. 

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L’invasione dei cinghiali. Dove, come e perché

Il problema non è nuovo. Del proliferare indiscriminato delle colonie di cinghiali presenti sul territorio italiano trattavamo approfonditamente già nell’estate 2015, quando l’allarme si diffondeva su scala nazionale, sull’onda di disagi diffusi tra aziende agricole e produttori, e ancor più per il timore di non riuscire ad arginare un’invasione capillare e sempre più minacciosa alle porte delle grandi città. Dove i cinghiali fiutano la possibilità di cibarsi in abbondanza, tra rifiuti e scarti alimentari. E imbattersi in qualcuno di loro, magari nel buio della notte con quanto ne consegue in termini di danni a cose e persone, è un rischio da considerare. Così eravamo risaliti anche alle cause di una situazione sfuggita di mano in tempi non sospetti, quando il ripopolamento a scopo venatorio intrapreso a partire dagli anni Cinquanta aveva messo in circolazione capi importati dall’Est Europa, molto più grandi, forti e prolifici dei cinghiali autoctoni. E pure un gran numero di animali ibridati in cattività con i maiali, poi lasciati a piede libero in natura. In barba a qualunque forma di pianificazione faunistica. Di contro però, la legislazione nazionale continua a tutelare i cinghiali come fauna selvatica, e pertanto “patrimonio indisponibile” (legge 157, 192). Questo significa che oggi, salvo deroghe specifiche, la caccia al cinghiale è aperta per tre mesi all’anno, dal 1 ottobre al 31 dicembre. Con l’unica possibilità di ricorrere all’abbattimento controllato autorizzato da Regioni e Province in casi limite.

 

Il caso della Riserva della Marcigliana. Alle porte di Roma

Anche se, a distanza di oltre un anno dal nostro punto della situazione, l’emergenza non è rientrata, e anzi la comunità di cinghiali nella Penisola cresce, con picchi preoccupanti in aree specifiche del Paese, dove la cattiva gestione degli strumenti di controllo unita all’incuria e al degrado ambientale inaspriscono il quadro complessivo. Tralasciando i casi di cronaca che nelle ultime settimane hanno puntato i riflettori sui quartieri periferici della Capitale, la nostra attenzione resta però centrata sul territorio rurale dell’Urbe (dove i cinghiali sono arrivati dal “corridoio” del Parco di Veio), in quella Riserva Naturale della Marcigliana che si estende per 4800 metri quadrati nel perimetro provinciale, dalle propaggini della Bufalotta, delimitata a ovest dal corso del Tevere e a nord dal Rio del Casale, che segna la fine della pertinenza del Comune di Roma. Nell’area, tutelata dell’ente RomaNatura in osservanza della legge 29/1997, sono in attività una settantina di aziende agricole, che costituiscono un circuito di approvvigionamento importante per la Capitale, tra colture cerealicole e orti, allevamenti e agriturismi. Da tempo chi vive e lavora nel parco denuncia un’emergenza a cui, sostengono, nessuno ha saputo prestare l’attenzione che merita, tanto che ora, le voci che abbiamo interpellato sono unanimi nel denunciare una situazione fuori controllo.

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L’allarme della Coldiretti

Il primo (e per tutti) qualche settimana fa, è stato il presidente di Coldiretti Lazio David Granieri, che molte di quelle aziende le rappresenta, come appartenenti al circuito di Campagna Amica. A lui il compito di rilevare la “devastazione” in corso, denunciando danni “calcolati nell’ordine di centinaia di migliaia di euro”. E se è vero che nelle aree protette non è possibile ricorrere all’abbattimento controllato, la richiesta è quella di attivarsi per organizzare la cattura con le gabbie, per poi macellare gli animali in mattatoi pubblici e alimentare la filiera del cinghiale, com’è già avvenuto a Viterbo o nel parco del Circeo.

Danni ai campi e mancato indennizzo. La situazione oggi

Quando la parola passa agli agricoltori, le richieste non cambiano, aggravate da una situazione paradossale che non solo costringe le aziende a trovare rimedi fai da te – molti cercano di scongiurare le scorribande almeno negli orti, provando con recinzioni di ultima generazione – a proprie spese, ma li vede pure impotenti davanti all’indisponibilità di fondi regionali che dovrebbero indennizzarli per le perdite del raccolto: “Nel 2016 ci hanno liquidato una cifra irrisoria, ora i soldi sono proprio finiti, ma noi continuiamo a rimetterci” denuncia il titolare dell’Azienda Antiqua, che ha sede proprio nel cuore della Marcigliana. “Sono anni che combattiamo con il problema, ora però il numero dei cinghiali che si muovono nella Riserva è cresciuto, immagino raggiunga le 2mila unità (RomaNatura ridimensiona decisamente la stima, ndr). E sono una razza resistente, partoriscono 7-8 cuccioli per volta”. La stima dei danni? “Abbiamo perdite che oscillano dal 20-50% della produzione, soprattutto per quanto riguarda il favino e il grano. Ora cominciano a brucare anche sotto le piante di ulivo, attorno alle radici. L’orto abbiamo dovuto recintarlo, ma non serve a molto: se entra uno, poi arrivano tutti gli altri”. Per non parlare dei danni all’ecosistema, e del rischio di fare incontri spiacevoli, specie di sera, “spesso devo evitarli in macchina, è anche un problema di sicurezza. E si stanno spostando verso la città: cosa deve succedere ancora perché qualcuno prenda provvedimenti?”.

L’allevamento di bufale di Giancarlo D’Angelo

A quanto pare non molto, visto che proprio pochi giorni fa la procura ha aperto un’inchiesta per indagare sulla cattiva gestione delle aree verdi della Capitale, e l’impunità dei cinghiali è tra i “capi d’accusa” più significativi in mano al pm Marcello Monteleone. Anche se la lista degli “imputati”, dalla Caffarella al Parco di Veio, all’Insughereta, non contempla, almeno per ora, la Riserva della Marcigliana. Intanto il malcontento diffuso cresce, come conferma anche Giancarlo D’Angelo, che della tenuta di famiglia, in attività dal 1930 al confine nord della Riserva, gestisce l’allevamento di bufale su 200 ettari di terra attraversati dalla Salaria. Di questi, 130 sono nell’area protetta, e qui pascolano circa 150 capi per la produzione di mozzarelle, che mangiano solo quello che è coltivato in azienda. Almeno fino all’arrivo dei cinghiali: “La situazione è drammatica. Non è più possibile seminare mais ,favino, piselli proteici, e da quest’anno anche il grano, perché i cinghiali mangiano i semi appena seminati o distruggono il raccolto quando sono maturi. E il favino mi occorre per l’alimentazione delle bufale: ora sono obbligato a sostituirlo con la soia che acquisto”.Confermato anche il problema con la liquidazione dell’indennizzo: “A tutto questo si aggiunge il comportamento del commissario di RomaNatura che, per sua stessa ammissione, non sa come liquidare i danni”. Parole che si ripetono alla prima periferia della città: “I cinghiali hanno scavato tutto il favino, danneggiano le coltivazioni di grano e orzo. L’orto, per fortuna, ancora resiste, grazie alla nuova recinzione”. Siamo all’Azienda Agricola Scrocca, parte della Colonia Agricola della Bufalotta, dove si coltivano circa 38 ettari tra ortaggi, cereali e uliveto.

 

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La risposta di RomaNatura

Ma nella Riserva sono diverse anche le strutture che offrono ospitalità. Uno degli ultimi ad aprire, un anno fa, è stato il BoMa Country House, hotel raffinato e ristorante in via della Marcigliana 532. Cosa si dice, al resort, dei cinghiali che sembrano assediare l’area? “Per fortuna non abbiamo ancora riscontrato problemi, anche gli ospiti non si sono mai lamentati”. Certo, resta il fatto che le cronache delle ultime settimane non stanno facendo una buona pubblicità alla Riserva.

E l’Ente Regionale RomaNatura, che gestisce i 14 parchi terrestri urbani e perurbani nel Comune di Roma ne è ben consapevole: “La situazione riguarda gran parte dei nostri parchi” spiega il Presidente Maurizio Gubbiotti, che è pure Coordinatore Regionale Federparchi e laureato in veterinaria “ma l’allarmismo non serve a nessuno. Certo l’emergenza è evidente sul versante agricolo, sociale e per l’impatto negativo sulla biodiversità del nostro ecosistema”. Insomma, “un piano di contenimento è necessario subito, perché dobbiamo lavorare sulla prevenzione, ancor prima che sull’indennizzo, di cui in passato si è abusato e oggi i fondi regionali si trovano in difficoltà a gestire”. Questo significa che, nell’impossibilità di sparare in aree antropizzate – “escludiamo l’abbattimento” – si dovrà procedere alla cattura con gabbie, consapevoli che “si tratta di una procedura che richiede formazione specifica e custodia per evitare incidenti. Ma le stesse aziende agricole sarebbero disponibili a collaborare”. L’altro ostacolo, invece, è di tipo burocratico: “L’approvazione di un piano di contenimento funziona come quella di un piano regolatore, dopo il censimento è necessaria la validazione dell’Ispra, e poi l’approvazione regionale che autorizzi l’entrata in vigore”. Tempi più lunghi, dunque, anche se nell’area di Decima le misure sono già scattate, e l’intenzione di replicare alla Marcigliana e all’Insugherata (sull’esempio della Maremma o della comunità dei Monti Sibillini) c’è tutta, con l’idea di catturare tra i 300 e i 400 esemplari prossimi alla città ogni anno.

Nel frattempo, domani ci si ritroverà in Regione con l’Assessore all’Ambiente, per decidere una misura straordinaria di più rapida esecuzione: “Stiamo pensando di approntare un recinto all’interno della Riserva dove riunire i cinghiali, in attesa di procedere alle operazioni di cattura dei singoli animali”. Una sorta di allevamento controllato, che potrebbe limitare i danni. Ma, ricorda Gubbiotti, “c’è una questione centrale, che chiama in causa il Comune di Roma: i cinghiali arrivano in cerca di cibo, è necessario potenziare la pulizia delle strade, lavorare sulla segnaletica stradale, manutenere le aree verdi a ridosso delle strade”. 

 

a cura di Livia Montagnoli