Veneziano, classe 1931, esperienza da vendere e voglia di fare: dall'Harry's Bar a Milano, dove negli anni Sessanta rilevava il Bar Basso, Stocchetto conobbe Hemingway e inventò il Negroni sbagliato. Oltre a un centinaio di cocktail che per decenni ha servito dietro al bancone della storica insegna di via Plinio. Scompare a 86 anni. 

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Dall’Harry’s Bar al Negroni sbagliato

Martini Rosso, bitter Campari… E spumante brut. Semplice come bere un Negroni “sbagliato”, che nella ricetta originale del celebre cocktail sostituisce le bollicine made in Italy alla generosa dose di gin. Una variante nata per errore, per l’appunto, ma subito ben accettata dal mondo della miscelazione, che in poco tempo ne fece un cavallo di battaglia del buon bere all’italiana. Ma dietro alla fortunata invenzione chi si nasconde? Il veneziano Mirko Stocchetto, classe 1931, barman di consolidata esperienza che alla metà del secolo militava in una delle più prestigiose insegne della Laguna, l’Harry’s bar (all’epoca di papà Giuseppe Cipriani, con Arrigo erano coetanei), prima di scegliere definitivamente la piazza milanese, dove alla metà degli anni Sessanta inaugurò il suo primo bar a Porta Vigentina. Quasi subito, però, si trasferì in via Plinio, rilevando il bar di Giuseppe Basso destinato a diventare un’istituzione in città. Come tante storiche insegne della Milano che fu, infatti, il Bar Basso ha conservato memoria di un passato culturalmente vivace, quando architetti e designer affollavano il banco in cerca di un cocktail di scuola. E il maestro Stocchetto, che senza jigger (tra gli strumenti più importanti del barman, per dosare gli ingredienti) sapeva realizzare a occhio un drink a regola d’arte, non scontentava nessuno.

 

Il Bar Basso. Il ritrovo per l’aperitivo di Milano

Neanche quando, per errore, dava il là al successo planetario del Negroni sbagliato, nato proprio nel 1968 dietro al banco di via Plinio. Oggi Mirko Stocchetto, che in carriera di ricette ne ha codificate un centinaio (Rossini compreso), non c’è più: 86 anni e una vita spesa per valorizzare l’arte della miscelazione, dell’intrattenimento e dell’ospitalità, il barman è stato celebrato da tanti milanesi e dai clienti abituali del bar accorsi per l’ultimo saluto. Tanti di loro lo ricorderanno come il papà dell’aperitivo meneghino, lui che amava bere champagne (come rivelava un anno fa in una delle ultime interviste, a Zero) ma non poteva fare a meno dei suoi cocktail, sempre pronto a perfezionarne uno nuovo. E pure come un uomo d’altri tempi, che aveva servito Ernst Hemingway, lavorato a Cortina all’epoca delle serate in piazza con la musica di Peppino di Capri, volato sui primi bimotori della compagnia AerAlpi, del duca Acquarone. Erano davvero altri tempi, “il ghiaccio lo portavano in pezzi da un metro e lo tagliavamo con la ruota da mattoni”,Milano scopriva per la prima volta i cocktail, e i “bicchieroni” ideati da Stocchetto per attirare l’attenzione della clientela.

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L’arte dell’ospitalità

Ma anche più di recente Stocchetto – con l’aiuto del figlio Maurizio, pronto a raccoglierne il testimone – non aveva smesso di investire sull’attività: un anno fa nasceva la cucina di supporto al bar, rilevando lo studio di un pittore al civico 39 di via Plinio. Ma l’impegno più grande, fino all’ultimo, è stato quello di trasmettere ai più giovani la passione per il mestiere. La prima regola? Sapersi comportare con la clientela. I tempi cambiano, l’arte dell’ospitalità resta un mestiere per pochi. Che speriamo sappiano raccogliere l’eredità di Mirko Stocchetto.  

 

a cura di Livia Montagnoli