Negli ultimi tre anni, in piena crisi economica, in Italia sono scomparse 9mila aziende nel settore vitivinicolo. Piemonte e Sicilia pagano il prezzo più alto. E il trend non si inverte nel primo trimestre 2013. La ricetta per ripartire, secondo Dardanello di Unioncamere, è in quattro punti. Eccoli.
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Gli anni della crisi economica, dal 2009 al 2012, sono costati 8.882 imprese al settore vitivinicolo italiano, che ha visto diminuire del 9% lo stock di quelle registrate alle Camere di Commercio. Un calo deciso che ha interessato tutte le regioni, nessuna esclusa. Secondo la nostra analisi su dati Unioncamere/Infocamere e Movimprese, l’Italia è passata dalle 97.972 imprese e unità locali di settore attive nel 2009 alle 89.090 del 2012 (-8.882 unità). Il contributo più caro lo hanno pagato Sicilia (sotto di 2mila unità a -12,2%), Piemonte (-1.885 e -14,2%), Toscana (-856 e -14,5%), Emilia Romagna (-836 e -11,3%) e Lazio (-641 e -16,5%); è andata meglio, invece, per Veneto (-323 unità e -2,6%), Campania (-287 e -5,6%), Puglia (-45 e -0,4%) e Abruzzo (-35 e -1%). Le perdite più importanti hanno riguardato le attività registrate come coltivatori di uve, scese da 89.679 a 82.081 unità (-8,4%); forte anche la diminuzione delle imprese imbottigliatrici che hanno perso il 23,6%, passando nel periodo considerato da 6.249 a 4.774 unità; mentre sono aumentate del 9,3% quelle dedite alla produzione di vino, passate da 2.044 a 2.235 unità: in particolare, Campania e Puglia guadagnano rispettivamente 118 e 100 aziende, mentre la Sicilia ne guadagna 84.

Guardando al primo trimestre dell’anno in corso, il salasso non si è fermato: rispetto al trimestre precedente, l’Italia ha perso 708 imprese (-0,7%) quasi tutte alla voce coltivazione di uva (693 unità), portando il saldo dello stock dei registrati a quota 88.382. Piemonte, Sicilia ed Emilia Romagna sono le regioni che in assoluto hanno perso di più, rispettivamente 219, 185 e 115 unità iscritte alle Camere di Commercio. Segno positivo, invece, per Veneto (58), Puglia (11), Friuli (8) e Abruzzo (4).

Fallimenti, chiusure, calo delle superfici vitate (dai 686mila ettari del 2009 ai 654mila ettari del 2012). “Anche i prodotti d’eccellenza come il vino stanno vivendo un periodo difficile e, certamente, ottomila imprese sono un numero eclatante”, dice al Gambero Rosso il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, che aggiunge: “Bisogna tuttavia considerare che in questi anni la qualità di tutto il settore è migliorata e l’export è cresciuto notevolmente. Questo significa che ci sono meno micro-imprenditori, che finora erano legati prevalentemente a un mercato locale, che, purtroppo, si rivela ancora molto debole e asfittico.

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Si tratta di dati che attestano come il fenomeno abbia toccato, seppur in misura marginale, anche le cantine sociali”, afferma il presidente del settore vitivinicolo di Fedagri-Confcooperative, Adriano Orsi  per il quale “il calo del numero di imprese è legato anche a quei processi di concentrazione e aggregazione che abbiamo osservato in questi anni (ndr: gli ultimi sono Rauscedo e Codroipo; Conegliano e Vittorio Veneto; Carpi e Sorbara). Una tendenza necessaria, dal momento che le aziende devono dotarsi di dimensioni adeguate ad affrontare le sfide dei mercati”.

La ricetta per ripartire, secondo Dardanello, è in quattro punti: internazionalizzazione, semplificazione burocratica, innovazione e accesso al credito. Ma gli imprenditori chiedono innanzitutto meno burocrazia: “Ci stiamo confrontando con governo e ministeri su questo tema delicato. Ci saranno novità a breve. Abbiamo in mano la piattaforma informatica capace di mettere a sistema migliaia di imprenditori” sottolinea “e con poche risorse si potranno attuare proprio quelle riforme che tutto il settore chiede ormai da tempo”.

a cura Gianluca Atzeni

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 4 luglio. Abbonati anche tu se sei interessato ai temi legali, istituzionali, economici attorno al vino. E’ gratis, basta cliccare qui.

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