Embargo russo. I vini di Crimea sono davvero pronti a sostituire quelli europei?

5 Set 2014, 09:00 | a cura di Gianguido Breddo
Dopo lo stop di Mosca alle importazioni di prodotti agroalimentari Usa e Ue, adesso si teme anche per il settore vitivinicolo. E gli occhi sono puntati su Gancia: il Cremlino sarebbe disposto a bloccare anche gli spumanti “italiani” del magnate russo Tariko?
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Ancora tensioni sul fronte russo. Da settimane si parla dell'embargo che dal 7 agosto ha bloccato le importazioni dall'Ue e dall'Usa di carni bovine e suine, pollame, pesce, formaggi e latticini, frutta e verdura, come ritorsione alle sanzioni subite per il ruolo svolto nella crisi ucraina. E da settimane il mondo del vino sta col fiato sospeso per le possibili disposizioni che potrebbero riguardare il comparto. Ricordando che solo nel primo trimestre 2014 l'Italia ha esportato in Russia 8,069 milioni di litri di vino e mosti per un valore di 18,710 milioni di euro. Al momento, però, le paure legate al vino non hanno trovato un riscontro oggettivo, anche se da settimane la stampa internazionale parla di piani russi per favorire la produzione interna di vino e addirittura per riportare le aziende ad un sistema di monopolio statale.

Ma se il Cremlino di punto in bianco rinunciasse al vino italiano – ed europeo in genere – dove potrebbe attingere? A parte la produzione interna, che negli ultimi anni è cresciuta sia in quantità, sia in qualità, uno dei possibili “pozzi vitivinicoli” potrebbe essere rappresentato dalla Crimea (38 imprese nel settore del vino che lavorano 264.000 tonnellate di uva all'anno e una superficie superficie vitata totale di circa 3.000 ha) che da maggio è tornata, tra mille controversie, sotto l'influenza russa. Ma, geopolitica a parte, anche sul fronte vitivinicolo le cose non sembrano così facili. Infatti, nonostante il governo presieduto da Dmitrij Anatol'evič Medviedev abbia deciso una serie di facilitazioni per la diffusione dei vini di Crimea sul territorio russo chiedendo alle maggiori catene di retail di riservare a questi una percentuale di spazio negli scaffali, la strada non pare propria spianata per le aziende vitivinicole della penisola. È quanto ha espresso in una recente intervista Nicholas Boyko, amministratore delegato di Massandra, una delle maggiori aziende del settore, con 10 milioni di bottiglie prodotte all’anno: “Nello spirito siamo russi e naturalmente, c'è euforia: siamo felici di essere tornati in patria. Ma è anche importante separare la parte emotiva dai fattori specifici che incidono sul funzionamento dell'impresa” dice Boyko “eravamo felici di rientrare nel mercato russo, non come esportatori, ma come produttori domestici. Ma si è scoperto che in 23 anni, mentre vivevamo in appartamenti diversi, la legislazione russa e ucraina sulla regolamentazione del mercato dell'alcool, hanno preso direzioni diverse . E ora vediamo, con sorpresa e ansia, che i nostri prodotti non rientrano nella legislazione russa”.

Questo problema riguarda i cosiddetti vini-fortificati, prodotti di punta di Massandra, ai quali secondo la nuova legislazione russa, può essere innalzata la gradazione solo aggiungendo alcool distillato da uve, mentre i vignaioli di Crimea hanno da sempre utilizzato alcooli derivati da grano o barbabietola, secondo una tecnologia messa a punto oltre 100 anni fa. Secondo Boyko le sperimentazioni fatte con la sostituzione dello spirito di grano hanno avuto esito negativo, in quanto l’eliminazione di sapori indesiderati presenti nel distillato di vino, richiede molti anni di giacenza in botte, con un aggravio di costi enorme. Ma non è solo questo: i viticoltori devono ri-registrare tutti i loro prodotti secondo le normative russe, che in fatto di burocrazia non scherza e che si traduce in termini di tempo e denaro. E ancora: data la situazione politica sono quasi persi sia il mercato ucraino, sia altri mercati europei, mentre per servire i clienti dell’Estremo Oriente e dell’Asia vi sono difficoltà logistiche, poiché i porti russi non sono attrezzati per questo tipo di prodotto come, invece, lo erano quelli ucraini, dai quali partivano tutte le spedizioni. E dulcis in fundo si sono evidenziate difficoltà nei costi di produzione: le bottiglie in vetro che si producono nella zona di Volnogorsk (Ucraina) avevano prezzi molto più convenienti di quelle che si dovranno comperare in Russia. Anche il salario dei lavoratori stagionali, che in un’azienda come Massandra pesano per circa 2.500 unità, si profila molto più oneroso.

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Insomma, la produzione dei vini di Crimea non è ancora pronta a sostituire il quantitativo che al momento arriva dall'Europa, e quindi l'embargo sui vini sarebbe solo un'ultima ipotesi. C'è poi da considerare che l'azienda piemontese Gancia, ormai dal 2011 è in mano (per l'86%) al magnate russo Roustam Tariko che ha come mercato di riferimento proprio il suo Paese. Bloccare le importazioni di vini e di spumanti italiani verso Mosca, significherebbe marciare anche controun personaggio molto influente e vicino allo stessoPutin.Si vocifera semmai di limitare i semilavorati di vino (mosti e concentrati) che oggi arrivano massicciamente da Italia, Francia e Spagna, proprio sviluppando e incrementando questa produzione inCrimea.Ma per sapere cosa di fatto avverrà, bisognerà seguire le vicende politiche delle prossime settimane: oggi, venerdì 5 settembre, l'Unione europea dovrà pronunciarsi sulle muove sanzioni già annunciate. Se la situazione continuasse ad inasprirsi, allora ogni ritorsione russa potrebbe essere plausibile. E immediata.
Vi terremo aggiornati.

a cura di Gianguido Breddo*
console onorario d’Italia a Samara e appassionato di cibo e di vino.

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 4settembre.
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