Intervista ai Nac: "Noi contro i nemici del vino"

9 Gen 2012, 16:01 | a cura di Gambero Rosso
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Colonnello, la vendemmia 2011 è stata una delle più magre degli ultimi decenni, poco più di 40 milioni di ettolitri. Poco vino, prezzi in crescita, con punte del +100% in certe zone del Brunello e del Prosecco: da qui la tentazione di coprire i “buchi produttivi” con il vino fasullo, quello fatto con acqua e zucc

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hero o col mosto concentrato, come avveniva in anni enologicamente lontani...

 

Il colonnello Maurizio Delli Santi, comandante dei Nac, il nucleo antifrode (o, se preferite, anticontraffazione) dei carabinieri, una piccola task force di un’ottantina di uomini distribuiti tra Roma (dove c’è il Mipaaf), Parma (dove c’è l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) e Salerno (per essere più vicini alle aree a più alto tasso di criminalità agro-economica perché è il Sud che mette in campo le agro-truffe più spregiudicate soprattutto ai danni dell’Europa); il colonello Delli Santi, questa domanda la conosce bene, se l’è sentita ripetere perfino dal direttore generale di Assoenologi, Giuseppe Martelli, con cui il suo ufficio ha appena siglato un protocollo, diciamo pure un patto di assistenza contro i grandi nemici del vino italiano: la contraffazione delle denominazioni d’origine, le frodi comunitarie, l’evasione fiscale alimentata dal flusso sempre più intenso di partite di vino sfuso in entrata e in uscita (basti pensare al Chianti imbottigliato in Polonia e al Montepulciano d’Abruzzo “lavorato” nei Paesi dell’Est come ha denunciato a dicembre Tre Bicchieri).

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Conosce bene la questione-sofisticazione il colonnello Delli Santi e conosce bene anche la risposta: “Il 2012 sarà un anno ad alto tasso di pericolosità enologica: non solo Assoenologi, anche gli enti di certificazione come ValorItalia che hanno il compito di controllare produzione e quantità di bottiglie immesse sul mercato, ci hanno raccomandato la massima vigilanza. E noi, già dalla fine della vendemmia, teniamo gli occhi ben aperti: non siamo in tanti, un’ottantina, ma abbiamo una rete di intelligence sul territorio che, solo l’anno scorso, ci ha permesso di scoprire quasi 18 milioni di contributi comunitari percepiti illecitamente: sembra niente rispetto a una massa finanziaria di oltre 6 miliardi di euro, ma l’anno prima, nel 2009, di contributi illegali ne avevamo scoperti solo 8 milioni. Basta fare la proporzione: nel 2010 abbiamo fatto un salto investigativo del 163%”.

 

Si sa, i numeri e le statistiche piacciono molto ai carabinieri. Al colonello Delli Santi, per esempio, piace ricordare quanto ha scritto la Commissione Ue a proposito del record italiano in materia di frodi agro-comunitarie: “I tassi di frode più elevati non significano necessariamente una maggiore attività fraudolenta a danno dell’Unione da parte di un Paese membro. Rivelano, anzi, il buon sistema antifrode in uso, frutto di controlli capillari e stringenti”. Quegli stessi che, in quest’anno pieno di insidie, il colonnello Delli Santi promette di mettere in campo contro i nemici del vino italiano.

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Controlli documentali – bolle di accompagnamento, fatture, documentazione bancaria – per cui risulta preziosa la collaborazione degli ispettori dell’Icqrf del Mipaaf (che, a differenza dei carabinieri, hanno uffici in tutte le regioni) ai quali, chiarisce Delli Santi, “si aggiunge l’expertice investigativa dei miei uomini”. Ce ne sarà bisogno perché, come ha documentato anche Tre Bicchieri (I misteri del vino italiano alla Dogana russa, il caso del vino doc fatto fuori, solo per citare le inchieste più recenti), il flusso del vino sfuso in entrata e in uscita dall’Italia è diventato talmente grande da rendere problematiche (per non dire inutili) le vecchie procedure di controllo (“e il discorso vale anche per l’olio” aggiunge Delli Santi, che ha nel suo palmares di capo del Nac il primo sequestro di olio deodorato, 9mila litri, importato illecitamente dalla Grecia e dalla Spagna).

 

Seguire le tracce del vino e delle bottiglie, partendo dalle cantine per arrivare alle società di trading, passando per gli imbottigliatori e, nei casi di criminalità economica più raffinata, per le cosiddette “cartiere”, le aziende che producono carta, pezze d’appoggio fiscali per i traffici illeciti. Certo, tutto questo lavoro sarebbe più semplice se sulle bottiglie di vino Do (Doc e Docg) ci fosse una piccola scritta “Dna Traced”, la certificazione della tracciabilità genetica, la prova, questa sì scientifica, che – per dire - quel Brunello di Montalcino è vero Brunello, 100% Sangiovese. Gli americani ci stanno pensando seriamente: la loro agenzia doganale, l’Fta, ha approvato un protocollo di tracciabilità individuato, messo a punto e sperimentato dai ricercatori dell’Università di Siena.

 

E in Italia? “In Italia” risponde il colonello Delli Santi a conclusione della sua prima intervista dell’anno “ si sa che la cultura della trasparenza e dei controlli non gode di molta popolarità. Capisco che siamo all’inizio del percorso scientifico, che il metodo del Dna può non essere ancora al 100% e capisco anche che la certificazione genetica è un costo in più che le aziende piccole e medie non potrebbero permettersi. Ma le grandi sì: cosa vuole che incidano pochi centesimi a bottiglia per le etichette del vino premium ad alto prezzo? Basterebbe che dessero l’esempio…”. Buon esempio, buone pratiche. Come fanno i carabinieri.

 

di Giuseppe Corsentino

09/01/2012

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