Da poco tempo esiste uno stile brassicolo riconosciuto come italiano. Si chiama Iga, Italian Grape Ale. E prevede l'uso di uva.

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Chiusa la vendemmia 2015 – annata sembra stupefacente – non tutti quei grappoli rigogliosi si trasformeranno in vino: alcuni, sotto forma di mosto, sapa o appena schiacciati, si tufferanno nella birra. Lo scorso maggio infatti è uscita la nuova versione del BJCP: documento che per la prima volta detta le linee guida di uno stile tutto italiano, l’Italian Grape Ale.

Iga: Italian Grape Ale. Anche l’Italia ha il suo stile

È Andrea Turco a spiegarci cosa è il BJCP. Lui, giudice in concorsi brassicoli nazionali e internazionali e fondatore di Cronache di Birra (uno dei blog birrari più seguiti della rete) parla di un riconoscimento fondamentale per l’arte brassicola italiana: “Il BJCP (Beer Judge Certification Program) è un’organizzazione nata nel 1985 per promuovere la cultura birraria e sviluppare strumenti e metodologie per la valutazione della birra. Tra le sue attività c’è anche la pubblicazione delle Style Guidelines, il documento che ha recentemente definito lo stile delle Italian Grape Ale. Al momento l’Italian Grape Ale è stato inserito in un’appendice, insieme ad altri stili emergenti, ma anche in questa forma parziale rappresenta un riconoscimento senza precedenti per il nostro giovane movimento brassicolo. Come recita il testo, l’Italian Grape Ale è “una Ale italiana caratterizzata da diverse varietà di uve, a volte rinfrescante, altre complessa”. Le uve possono far parte della ricetta sotto forma di frutto oppure come mosto. Inoltre: “le caratteristiche aromatiche delle varie uve devono essere riconoscibili, ma non devono prevaricare gli altri aromi“. Per il resto le linee guida sono molto elastiche: il colore può variare dal dorato al marrone scuro, non ci sono vincoli sui malti o sui luppoli da utilizzare.

 

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Gli esordi di Barley

L’Italian Grape Ale si affaccia sul mercato intorno al 2006, quando Nicola Perra, del birrificio sardo Barley, inzia a produrre la BB10. “Non mi risulta che prima del mio esperimento ci sia stato qualcun altro ad aver commercializzato una birra legata al mondo del vino. Ho provato prima con la sapa di Nuragus e Trebbiano; poi ho iniziato la sperimentazione con la sapa di Cannonau e ho capito che il carattere del vitigno va unito alla giusta ricetta e al giusto stile.

 

Loverbeer

Ma Nicola non è stato l’unico birraio a giocare con la territorialità dei vitigni autoctoni, come ci conferma Valter Loverier, birraio di Loverbeer: “La nostra filosofia brassicola è da sempre la fusione di antichi stili del nord Europa, a volte abbandonati, e la cultura vitivinicola del Piemonte. Valter utilizza uve barbera nella Beerbera e freisa per la D’uvaBeer, con fermentazioni particolari, dal taglio quasi selvaggio, che riescono a dare ai suoi prodotti un carattere ed una forza unici.

 

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Birrificio Montegioco

La prima volta che ho chiesto ai miei amici un po’ d’uva per fare la birra mi hanno guardato strano ma hanno accettato di collaborare. Ora alcuni mi chiedono se voglio provare con la loro uva” sorride Riccardo Franzosi, di Birrificio Montegioco, sui colli tortonesi, sempre in Piemonte che collabora con i vignaioli locali per creare la Tibir, con uve timorasso, e la Open Mind, con croatina. “Mi è parso del tutto naturale caratterizzare le mie birre con alcune delle eccellenze presenti sul territorio e così, oltre alle uve, utilizzo la pesca di Volpedo (nella Quarta Runa), la ciliegia Bella di Garbagna (Garbagnina), la fragolina profumata di Tortona (Magiuster).

 

Toccalmatto

E così è stato anche per Bruno Carilli, di Toccalmatto, a Fidenza, considerato dagli esperti e dagli appassionati come uno dei birrai più originali, che ha sentito il bisogno di dare a una delle sue birre un’identità emiliana: “La Jadis nasce nel momento in cui mi è venuto in mente di fare una birra autunnale legata al territorio. Il vitigno tipico della Bassa è il fortana che ho utilizzato rispettandone la vocazione vinicola che è quella di dare un vino poco alcolico, fruttato e frizzante. I suoi sentori di frutti di bosco si sposano perfettamente con la nota agrumata tipica delle blanche, lo stile a cui l’ho unito”.

 

Perché una birra con il vino

Ormai da diversi anni l’Italia rappresenta probabilmente la nazione emergente più interessante a livello brassicolo e il riconoscimento delle Italian Grape Ale può essere dunque visto come un premio per questa incredibile crescita e un modo per il BJCP di contemplare questa realtà in forte ascesa.

Non possiamo non notare però che l’unico stile del tutto italiano è collegato al vino e al suo mondo e che probabilmente questa è un’altra occasione in cui la birra paga una certa sudditanza culturale nei confronti di questo fondamentale e storico settore. E c’è un perché, come ci spiega Andrea Turco: “In Italia non abbiamo luppoli autoctoni in grado di apportare caratteristiche inimitabili alla birra, né una storia brassicola che possa giustificare l’invenzione di stili italiani. La nuova tipologia è stata associata al nostro Paese perché possiamo vantare un patrimonio vinicolo impressionante: difficile credere che una svolta simile sarebbe potuta avvenire con altri ingredienti. Probabilmente le Italian Grape Ale rappresenteranno un ulteriore modo di avvicinare nuovi consumatori al mondo della birra artigianale, ma la mia speranza è che la curiosità vada oltre questo stile inedito.

 

Come va l’Italia della birra

Cresce il fatturato: il 62,8% dei birrifici si attesta tra i 100 mila e gli 800 mila Euro (+ 23,4% rispetto al 2011) mentre la produzione fa un balzello del + 2,2%: 445 mila hl, il 3,3% degli hl totali di birra prodotta nel nostro Paese. Cresce anche il livello occupazionale: se nel 2011 i birrifici privi di addetti erano il 57,7%, già il 2013 vedeva un piccolo miglioramento passando al 54,3%, per attestarsi quest’anno al 49%. Altro dato importante è la saturazione della capacità produttiva raggiunta dal 50% dei birrifici intervistati, che hanno dichiarato di dover investire per l’ampliamento dei propri impianti produttivi. Sono i dati presentati dall’Osservatorio Altis-Unionbirrai: nonostante al sondaggio abbia risposto solo il 10% delle realtà produttive, i dati raccontano un settore che sta crescendo.

 

Domani la degustazione delle migliori Iga

 

a cura di William Pregentelli