La maxi indagine della Procura di Milano spinge verso l'assunzione di 60mila riders. E intanto comincia a emergere la situazione di altri invisibili: gli shoppers.
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Ancora acque agitate nel mondo della consegna del cibo a domicilio, che sembra avviarsi a grandi passi verso una regolamentazione con la maxi-indagine milanese che impone l’obbligo di assunzione per 60mila fattorini in tutta Italia e multe per 733 milioni alle società per la violazione di norme sulla salute e sulla sicurezza del lavoro per le quali si profila una sorta di caporalato digitale. Secondo la Procura di Milano, i riders impiegati per la consegna di pasti (ma anche di altri generi) sono a tutti gli effetti lavoratori subordinati, gestiti da un’intelligenza artificiale che li sorveglia, valuta e guida, assegnando incarichi in base a un algoritmo che penalizza chi non si dimostra sempre disponibile. Non è la prima indagine di questo tipo, ma forse è la prima di questa portata che, in più, iscrive nel registro degli indagati sei datori di lavoro tra amministratori delegati, rappresentanti legali e delegati per la sicurezza delle quattro maggiori società operative in tutta Italia: Just Eat, Glovo e Deliveroo e Uber Eats, per la quale è stata aperta anche un’indagine fiscale, paventando il reato di organizzazione occulta.

L’origine dell’inchiesta sul food delivery

Proprio da Ubert Eats, commissariata nel maggio scorso per caporalato, è partita l’indagine che ha portato alle conclusioni illustrate ieri dal procuratore di Milano Francesco Greco durante la conferenza stampa del 24 febbraio. Un’inchiesta portata avanti con la collaborazione di Inail e Inps, che in questi mesi ha coinvolto migliaia di fattorini in tutta Italia per fare luce sulle condizioni di lavoro, la natura dei rapporti lavorativi, le tutele sanitarie e di sicurezza, le modalità del servizio. Nel frattempo, Uber Eats sta procedendo “in un percorso virtuoso” (secondo le parole degli amministratori giudiziari) in vista della data del 3 marzo, quando verrà deciso se prolungare o meno il commissariamento, nuove bufere si profilano all’orizzonte.

La replica di Assodelivery (che riunisce Uber Eats, Deliveroo, Glovo) non si è fatta attendere dichiarandosi pronta a valutare azioni conseguenti. “Le piattaforme operano nel rispetto delle normative vigenti” secondo quanto dicono. E il riferimento è anche al (contestatissimo) accordo siglato nel mese di settembre 2020 con Ugl bocciato dal Ministero del Lavoro. Diversa appare la posizione di Just Eat che, comunica l’avvio di un’inchiesta interna e conferma l’avvio della contrattualizzazione per i suoi riders come già annunciato al 5 febbraio. Data prevista: 5 marzo (pur se, al 22 febbraio, Cristian Sesena di CGIL conferma che ancora non è stato trovato un accordo con le sigle sindacali). Ma quella che sembrava una rivoluzione epocale, capace di fare da volano a una nuova era dei servizi di food delivery, sembra essere un’esperienza per ora isolata e destinata a partire sotto fosche nubi.

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Mentre altre realtà si affacciano sul mercato: piccole piattaforme indipendenti nelle grandi come nelle piccole città, società di consegna etiche (a Bologna come a Roma, dove lo storico Moovenda rinasce puntando su una sostenibilità e un’offerta di fascia alta, come fa già Cosaporto), esperienze frutto della collaborazione di professionisti con competenze diverse, che si inseriscono in specifici segmenti di mercato, mentre qualcuno – chef o pasticcere – decide di organizzarsi in autonomia, magari stringendo sodalizi con un’altra categoria messa in crisi dalla pandemia, i tassisti.

Non solo riders. Gli shoppers

Intanto, però, un altro fronte sembra emergere, ancora più critico: quello degli shoppers. Scordate l’immaginario fashion dei consulenti d’acquisto pronti a scovare l’abito più adatto o il pezzo iconico. In questo caso il termine fa riferimento a quello stuolo (probabilmente circa 3mila persone, ma è difficile fare una stima precisa) di fattorini che acquistano i prodotti di una lista della spesa prenotata online o via app, e li consegnano a domicilio. Attualmente il mercato è dominato da pochissimi operatori che lavorano con la tipica modalità dei delivery, con le piattaforme che inviano l’ordine al rider che ha accettato l’incarico. Insomma: un perfetto caso di gig economy che nell’ultimo anno ha fatto enormi passi in avanti, complice la pandemia e l’aumento della domanda di servizi di consegna. Tanto che, il più grande player del settore, Everli (ex Supermercato24) ha registrato un aumento a tripla cifra degli acquisti (+208%) con un picco ad aprile e maggio 2020. I prodotti che si acquistano sono soprattutto frutta e verdura, dolci e snack per la colazione, latte, burro e yogurt. Ma non risulta difficile immaginare come la consegna al piano di confezioni pesanti, per esempio le casse di acqua, possa essere un incentivo a usare questi servizi.

Come funziona il servizio

I fattorini che ricevono l’incarico dalla piattaforma hanno 15 minuti per accettarlo” spiega l’avvocata del lavoro Maria Matilde Bidetti, “devono recarsi più velocemente possibile nel supermercato indicato, poi arriva la lista dei prodotti che devono prima acquistare e successivamente – nell’arco di un’ora – consegnare al cliente”. Dalla velocità di esecuzione dell’incarico ovviamente dipende il numero (potenziale) di consegne fatte e dunque il loro guadagno. E anche se da Everli si parla di consegne assicurate nelle 24 ore (ma con possibilità di richiedere servizi più veloci), non abbiamo avuto chiarimenti sulle effettive tempistiche date agli shoppers. Non solo: “ogni shopper ha un ranking reputazionale determinato dal giudizio dei clienti sul servizio e sul singolo fattorino, dalla velocità e disponibilità ad accettare ordini, e dalla quantità di ordini espletati nel trimestre”. In base a questa valutazione arrivano più o meno chiamate. Con il famigerato algoritmo a cadenzare l’operatività degli addetti alla spesa, con il rischio che gli altri non ricevano chiamate nella fascia oraria in cui hanno dato disponibilità e l’ombra del pagamento a cottimo che aleggia su questo lavoro. Gli shoppers, a differenza dei riders, si devono occupare anche dell’acquisto dei prodotti, insomma, non sono semplici fattorini ma addetti alla spesa.

Un mondo ancora invisibile

I punti in comune con i riders sono molti: “la realtà degli shoppers per certi versi è identica a quella dei riders, per altri è diversa”. La differenza, secondo l’avvocata, è dovuta soprattutto alla loro invisibilità “Nessuno sa che esistono, e loro stessi non hanno acquisito alcuna coscienza, né sono organizzati. Chi consegna pasti nel corso del tempo è riuscito, pur se in minima parte, a far sentire la propria voce, ci sono stati degli scioperi e delle rivendicazioni sindacali, e oggi c’è un tavolo di lavoro per migliorare la loro condizione lavorativa. Con gli shopper siamo praticamente all’anno zero, come fossero i riders degli albori”. In pratica nessun riflesso di quanto si sta cercando di fare sul versante del food delivery ricade su di loro. Anche se un accordo con le imprese c’è.

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L’accordo con l’Unione Shopper Italiana

È stato firmato da Everli e Unione Shopper Italiana, neonata associazione di categoria che qualche settimana fa e nel giro di poche ore si è costituita e ha approvato il testo di Everli, precedentemente bocciato da Fisascat Cisl (o meglio bocciato dalla maggioranza degli addetti alla spesa alla cui approvazione il sindacato subordinava la firma). Anche per gli shoppers, vista l’affinità con i riders, potrebbe valere l’obbligo, imposto nell’autunno scorso, di regolamentare il settore con un contratto collettivo o (in mancanza di questo) di applicare un contratto nazionale affine. A meno di un accordo specifico tra lavoratori e impiegati. Giunto ora, suscitando molte perplessità. I motivi? I termini dell’accordo, che mantiene il lavoro autonomo, il ranking reputazionale e le indennità solo per casi specifici. Ma il punto è soprattutto un altro: l’Unione Shopper Italia che ha firmato l’accordo, sembra essere legata a doppio filo con Everli che sponsorizzava l’adesione a questa nuova associazione. “Per questo giuridicamente intervengo: perché la firma dell’accordo che disciplina questi rapporti è a opera di una associazione di cui dubito la genuinità” commenta l’avvocata Bidetti. “La causa è un ricorso per condotta antisindacale”, e non per i lavoratori di questa piattaforma che probabilmente, come spesso accade, sono intimoriti e non vogliono fare causa. Sarebbe una causa pilota perché una delle prime in cui si chiede di accertare comportamenti antisindacali per rapporti che, almeno sulla carta, sono di lavoro autonomo. Con tutti i dubbi sul reale perimetro dei nuovi lavori nati in seno alla gig economy. Da Everli la questione è stata archiviata con un no comment.

a cura di Antonella De Santis