A partire da marzo Just Eat inizia a contrattualizzare come lavoratori dipendenti i riders. Si parte da Monza per poi estendersi nel resto del paese.
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Il consumo del cibo, nell’Italia segnata dalla pandemia, si muove su due (o quattro) ruote, così si moltiplicano le piattaforme di delivery indipendenti nelle grandi come nelle piccole città, fioriscono società di consegna etiche (a Bologna come a Roma, dove lo storico Moovenda rinasce puntando su una sostenibilità e un’offerta di fascia alta, come fa già Cosaporto), nascono esperienze frutto della collaborazione di professionisti con competenze diverse, o che si inseriscono in specifici segmenti di mercato, mentre qualcuno – chef o pasticcere – decide di organizzarsi in autonomia, magari stringendo sodalizi con un’altra categoria messa in crisi dalla pandemia, i tassisti. In questo panorama, qualcosa sembra muoversi anche tra le grandi piattaforme delle consegne a domicilio. Dopo un tira e molla che in autunno ha infuocato gli animi, con tanto di sciopero nazionale (il 30 ottobre) Just Eat segna una svolta che pare essere epocale, annunciando la contrattualizzazione – in Italia – di 3mila riders entro l’anno. Daniele Contini, Country Manager di Just Eat in Italia, parla di una scelta etica e di responsabilità, “in linea con la strategia che il Gruppo porta avanti con successo già in altri paesi europei”.

I numeri di Just Eat

Just Eat Takeaway.com – nato dalla fusione tra Just Eat e Take Away nell’estate del 2019 – è il più grande gruppo del settore, con un valore di oltre 70 miliardi di euro; alla sua nascita contava su oltre 355 milioni di ordini, per oltre 7 miliardi l’anno. Oggi nel nostro paese è presente in più di 1200 comuni e oltre 20.000 ristoranti partner che si avvalgono della piattaforma solo come marketplace (trasportando in autonomia il cibo), oppure sfruttano anche il servizio di consegna.

Riders: arriva il contratto di lavoro dipendente. La reazione dei sindacati

La novità è data dalla definizione di un contratto di lavoro dipendente, un enorme passo in avanti nel riconoscimento dei diritti dei fattorini. “Un segnale positivo” lo definisce Cristian Sesena (Responsabile Area Contrattazione CGIL nazionale), “abbiamo sempre detto che i riders non possono essere considerati come lavoratori autonomi pagati un tanto a consegna, ma devono avere tutti i diritti e le tutele dei lavoratori dipendenti: ferie, tredicesima, malattie o infortuni sul lavoro”. Sinora Just Eat è l’unico colosso a spingersi in questa direzione, nel panorama tricolore del food delivery (entrato ormai nelle abitudini degli italiani), e potrebbe fare da modello per gli sviluppi futuri del settore, “fino a ora, tutto il sistema del food delivery si regge sull’abbattimento del costo lavoro a scapito dei riders che vivono condizioni sfavorevoli e precarie”.

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Le cose sembrano sul punto di cambiare. “Just Eat dà un segnale chiaro, voluto dal management internazionale: una scelta etica che va in aperta controtendenza con il panorama circostante” continua Sesena. Del resto la regolamentazione dei food delivery è un tema caldo in tutto il mondo, sia per quanto riguarda il trattamento dei riders (non sempre con esiti a loro favore) o sia per i costi per i ristoranti che anche in Italia non sono certo contenuti.

Nonostante l’apprezzamento da parte dei sindacati, la piena soddisfazione è rimandata: “ancora non è stato chiarito quale sarà il contratto collettivo nazionale di riferimento. Questo” spiega Sesena “è un fattore derimente”. I sindacati spingono per “logistica e merci: per noi è il riferimento naturale per questo tipo di fattorino”, ma nell’attesa che si apra la discussione, giudizio sospeso, pur con l’auspicio che sarà possibile trovare una soluzione condivisa che tenga conto delle istanze delle parti in causa.

Riders: cosa dice il contratto

Per ora il contratto di riferimento segue le linee guida già applicate dall’azienda in 12 paesi dal gruppo – oltre 140 città e più di 19.000 riders – ovviamente adeguato alla normativa italiana, secondo un modello chiamato Scoober: “I rider saranno a tutti gli effetti dipendenti, tutelati e assicurati, e avranno contratti di lavoro con paga oraria” è la dichiarazione di Just Eat “per garantire migliori condizioni di lavoro, pur conservando la sua caratteristica flessibilità, per operare combinando studio o altre attività”. Il contratto (full time, part time o a chiamata) prevede ferie, malattia, maternità/paternità, indennità per lavoro notturno e festivo e per lavoro straordinario, coperture assicurative, dispositivi di sicurezza gratuiti in dotazione, formazione obbligatoria e tutele previdenziali. Non solo: sono previste indennità per l’utilizzo del proprio mezzo per le consegne.

La paga: circa 9 euro l’ora, indipendentemente dai delivery effettuati, con un possibile bonus legato al numero di consegne, “una cifra non condivisa con noi” puntualizza Sesena, e che quindi potrebbe essere aggetto di modifiche a seguito della trattativa con i sindacati.

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Il piano di assunzioni

Intanto le prime assunzioni – circa 50 – partiranno a marzo nella zona di Monza, “si preferisce iniziare con una città più piccola per testare e valutare il modello e il funzionamento del servizio” spiegano. Seguiranno Brescia, Verona, Parma e Reggio Emilia e altre città dell’Emilia Romagna, per poi arrivare a Milano ad aprile, con la nascita del primo hub e un obiettivo stimato di circa 1000 assunzioni nei primi due mesi, fino a completare il piano in 23 città nel corso del 2021. Fino a che non sarà trovato un accordo con i sindacati, si farà riferimento al contratto aziendale internazionale, poi adeguato all’esito delle trattative in corso.

Gli hub e i mezzi in dotazione nelle grandi città

I prossimi passi si muoveranno su un doppio binario: nelle piccole città i riders continueranno a operare con mezzi propri e materiali (indumenti, zaini per le consegne e altri dispositivi) forniti dalla piattaforma, sulla falsariga di quanto accade ora. Nelle grandi città -Milano, Torino, Bologna, Roma, Napoli – i riders avranno in dotazione mezzi sostenibili, bici e scooter elettrici forniti dall’azienda, ritirare presso dei luoghi fisici, “veri e propri hub” li chiamano da Just Eat, in cui il modello della gig economy subisce una importante trasformazione entrando ancora di più nel mondo reale con dei centri logistici e punti di incontro nel centro delle città. Una novità significativa e un grande investimento, che sembra voler aprire un dialogo con le città e aumentare – attraverso la spazio offline – la presenza sul territorio.

La nuova società di gestione

Si verrà così a creare una nuova realtà all’interno del gruppo, una società che si occuperà del coordinamento e della gestione dei riders, sia a livello operativo sia contrattuale, con oltre 100 nuove assunzioni impegnate su questo nuovo modello aziendale nel rapporto con i dipendenti e a supporto dei fattorini “Si tratta di un grande investimento, economico e sulle persone, che ci permetterà di operare con rider tutelati dal punto di vista contrattuale e anche di supportare ulteriormente lo sviluppo del servizio in Italia, offrendo un’esperienza di food delivery sempre più completa ed efficiente per i consumatori e i nostri ristoranti” chiosa Contini. Rimane da capire se e come questo potrà ricadere sugli utenti, ristoranti o consumatori.

a cura di Antonella De Santis