Recensione

A Centocelle c’è una trattoria per cui vale davvero la pena attraversare tutta Roma

Da Menabò, nel cuore di Centocelle, cucina solida, piatti pieni e un menu che cambia spesso: uno degli indirizzi più interessanti della Capitale che vale il viaggio

  • 08 Aprile, 2026
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Appena si entra, lo sguardo cade su un piccolo bancone che spunta dall’altra parte della sala rispetto a dove si entra, sulle pareti chiare tra il celeste e il bianco, sugli scaffali scuri che tengono in fila le bottiglie tenute in verticale, su una sala luminosa che potrebbe far pensare a un bistrot contemporaneo, ordinato e ben disegnato. È una sensazione che dura poco, il tempo di osservare i tavoli pieni, di incrociare i piatti che escono dalla cucina, copiosi e non banali, di ascoltare il ritmo del piacere che pervade mente e gola stando lì dentro. Menabò ha preso fin dall’inizio un’altra precisa, quella della trattoria di oggi, ovvero un’insegna “tradizionale” che non ammicca goffamente al passato ma vive con orgoglio il presente, costruita con misura e con una cucina che tiene sempre alto il morale.

La sala di Menabò – Foto di Sonia Ricci

Siamo a Centocelle, quadrante est di Roma, tra le consolari Prenestina e Casilina, un quartiere popolare, già borgata rurale, storicamente approdo di molti lavoratori del Sud Italia che cercavano impiego e stabilità. La sua storia parte all’inizio del Novecento con la costruzione dell’aeroporto militare, di cui oggi resta solo una pista asfaltata all’interno nel parco di Centocelle. Nato come area di espansione urbana e diventato nel dopoguerra un approdo per famiglie operaie, oggi si muove su un equilibrio diverso, con una crescita – a volte un po’ omologata e omologante – che ne ha ridefinito il tessuto sociale. Nel 2014 l’apertura della Metro C ha reso l’area sicuramente più accessibile e attrattiva, ma al tempo stesso gli affitti sono cresciuti parecchio e il rischio di gentrificazione inizia a farsi sentire (qui un articolo interessante sul tema). In ogni caso, rimane ancora un quartiere popolare, con un’offerta gastronomica interessante e realtà culturali molto diverse tra loro (vi consigliamo di fare un salto al Mercato arabo).

Una trattoria da cercare, non da trovare per caso

Dentro questo contesto Menabò lavora dal 2018 con grande continuità e senza comunicazioni urlate. Data la posizione, non è un indirizzo che si incontra per caso, è un posto che si sceglie, che si consiglia a familiari e amici che vogliono mangiare bene senza interesse per percorsi più prevedibili – “ehi, mi consigli un ristorante buono ed economico a Trastevere?”, chiede ogni tanto qualcuno a cui vien voglia di rispondere male -, ci si arriva attraversando la città con un’idea precisa, ovvero mangiare senza delusioni e senza fermarsi alla geografia più comoda.

Il fegato di maiale nella rete – Foto Sonia Ricci

I fratelli Camponeschi, Paolo in cucina e Daniele in sala, tengono insieme questo spazio senza effetti speciali, ma puntando tutto su due certezze: cucina solida e sala che suona a tempo il ritmo delle portate. Daniele segue i tavoli con una gentilezza naturale, è ironico quanto basta, mai stucchevole, forse timido anche se lui dichiara di non esserlo. Sghignazza quando glielo si fa presente. La cucina è sempre piacevole e chiara, il menu è comprensibile, elemento da non sottovalutare in una città come Roma dove ormai i ristoranti hanno preso una piega davvero bizzarra, decantare i piatti come se fossero citazioni shakespeare (mediamente incomprensibili).

Il roast beef di anatra – Foto Sonia Ricci

Cosa si mangia da Menabò a Centocelle

Dicevamo del menu: cambia spesso ed è questa la vera forza di Menabò. Ci torni dopo un po’ di tempo e ti sembra un’altra cosa, sempre meglio, sempre affidabile. I piatti nascono su ingredienti riconoscibili, con cotture eseguite con precisione, con una struttura che privilegia il gusto pieno e non i fronzoli. Niente cucina romana tradizionale (meno male, diciamo noi).

Il fegato di maiale nella rete c’è sempre. Materia che può dividere e qui invece trova sempre una misura interessante, la rete che trattiene i succhi, la cipolla che porta dolcezza e accompagna, l’alloro che resta come una traccia aromatica costante. Provi a cambiare, ma alla fine lo ordini sempre.

Poi spunta un roast beef di anatra, che nella nostra recente visita ci ha colpito. Cottura puntuale, cuore rosato, carne compatta e succosa, appoggiata su pane nero che introduce una nota tostata e leggermente amarognola, con accanto una giardiniera fatta in casa meravigliosa e una maionese alla senape che lega tutto e spinge in avanti il piatto. I plin, più grandi del formato canonico, ripieni di coratella, arrivano con latte affumicato e vignarola. Un piatto pieno, strutturato, con una componente grassa che si fa sentire e le verdure che tengono il passo e riportano equilibrio, senza mai perdere intensità. Golosissimo.

Gli strangozzi con guanciale, carciofi, menta e pecorino – Foto di Sonia Ricci

Nel frattempo, il servizio va avanti con un grande ritmo, consente di ordinare più piatti, di fermarsi, di aggiungere un calice, senza mai interrompere il piacere di concedersi una paura, senza scadere nel sequestro di persona (a cui invece molti altri ristoranti ci hanno abituato). Il tempo scorre con una misura stabile, che permette di stare prima ancora che semplicemente mangiare. Ed ecco gli strangozzi con guanciale, carciofi, menta e pecorino che sono invece il lato più diretto della cucina, goderecci, anche irrinunciabili quando presenti. Pasta spessa, guanciale croccante ma senza esagerare, carciofi amarognoli che paradossalmente rendono più dolci le ultime forchettate, menta a dare slancio e pecorino in quantità generosa. Un piatto che si muove tra conforto e ancora conforto. Molto piacevole il fritto di totani e carciofi.

Il fritto di totali e carciofi – Foto di Sonia Ricci

Verdura che fa appassionare anche i carnivoli

Ma Menabò è una certezza anche su un altro versante: i vegetali e la cucina vegetale più in generale, eseguita talmente bene tanto da far appassionare anche i carnivori. Ne sono una riprova i fusilloni al pesto con patate, fagiolini e pomodorini. Qui, insomma, la cucina senza carne non rappresenta un’alternativa ma una scelta di gusto. Memorabile una scarola al forno con uvetta servita dai Camponeschi durante un matrimonio, chiediamo a gran voce che venga inserita in menu!

Il Galletto – Foto di Sonia Ricci

Arriva poi il galletto marinato allo yogurt e spezie, con una carne ruspante consistente, niente pollo che si disintegra al primo tocco di mano, marinatura che entra senza coprire, e le erbe a dare una nota amarognola che chiude il cerchio. Accanto, i contorni fanno parte del discorso di cui sopra. La cicoria ripassata, il purè schiacciato a forchetta con una consistenza irregolare, la misticanza che mette insieme erbe vere, raccolte e trattate con attenzione, parlano di una cucina che tiene le verdure al centro.

La carta dei vini segue la stessa logica, con una selezione costruita su produzioni artigianali, etichette meno evidenti, scelte che si muovono tra Italia ed estero con ricarichi corretti. Le bottiglie sugli scaffali entrano nella scena, mentre l’indicazione di Daniele resta il riferimento più efficace per orientarsi. L’unico passaggio meno convincente arriva sul finale, con un dolce a base di riso trattato come una crème brûlée, dove lo strato superiore non sviluppa quella consistenza croccante che dovrebbe creare contrasto e lascia una struttura più uniforme. Per il resto, Menabò è una trattorie contemporanee più interessanti e solide di Roma. Provare per credere.

Menabó Vino e Cucina – Via delle Palme, 44 D Roma – Tel. 0686937299, Sito

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