Due ore seduti al buio dentro un cinema? Un’eternità. Venti pagine di romanzo senza interruzioni? Utopia. Uno spettacolo teatrale da tre ore? Paura. E anche preparare un pranzo della domenica come si deve – tre, dico tre, piatti giusti – ormai sembra un’impresa. Qualche settimana fa ceno da un amico, apro la dispensa e trovo un pacco di spaghetti insolito: cottura due minuti. Siamo davvero arrivati al punto di non voler attendere nemmeno quei dieci minuti per una pasta che cuoce da sola?
L’innovazione tecnologica ha un fine comune: abbattere i tempi. Tutto deve essere pronto all’uso, buono in pochi secondi, il festival delle vaschette monoporzione, una fetta d’anguria come un trancio di ricciola che ritroviamo un po’ ovunque. Le spine, si sa, sono un limite temporale. Come se il problema non fosse più la qualità della materia prima, ma il tempo impiegato. La tecnologia, invece di stimolarci, ci sta rendendo più pigri: chiediamo a Google o a ChatGPT risposte che spesso conosciamo già. Diciamo di non avere tempo, ma lo regaliamo a algoritmi progettati per trattenerci. Il risultato? Un isolamento digitale con pochi precedenti.
Il vero nemico del vino non sono i dazi o i giovani che non sarebbero interessati alla bevanda millenaria (falso): è un tempo digitale che ci ruba la socialità. È il cellulare che controlliamo ogni istante. Più tempo passiamo lì, meno scambi abbiamo con persone fisiche, meno creiamo occasioni d’incontro. E, per fortuna, conversando su una tastiera non stappiamo certo un rosso toscano importante. Non c’è vino senza persone in carne e ossa.

E se ci spostiamo al ristorante emerge un paradosso che la dice lunga: le annate più recenti, in diverse carte, costano più delle vecchie. Qualcosa di impensabile dieci anni fa. Non è solo speculazione finanziaria su alcune etichette di culto: è la consacrazione dell’urgenza, del qui, ora e subito. Si perde di vista uno degli aspetti più belli, e romantici, del vino: ciò che sarà. Il vino inteso, e comprato, in una paziente ottica di crescita, evoluzione, ricordo. Non siamo più abituati ad attendere: è cambiato il nostro rapporto con il tempo. E il vino, che di tempo vive, ne sta pagando le conseguenze. Anche per via di quel misterioso senso di superiorità (culturale?) con cui si è alimentato per anni. «È l’unico settore in cui esiste una sorta di risentimento verso il consumatore se non dimostra competenza» ha sintetizzato Gabriele Gorelli poche settimane fa.
La sfida? Accompagnare e traghettare la magia enologica nel mondo digitale, lì dove le persone passano le giornate. Contagiare, entusiasmare, incuriosire, comprendere i desideri di chi è abituato a scegliere in un’offerta sempre più articolata e variegata anche sul piano analcolico. Siamo convinti che, dopo un 2025 amaro per il vino, ci saranno tantissime realtà capaci di sfruttare i nuovi strumenti, e mercati, ritagliandosi grandi soddisfazioni.
Per il nuovo anno il nostro augurio è semplice: riprenderci il valore di quei minuti di cottura per uno spaghetto normale; godere di una buona bottiglia senza una notifica che interrompa; mantenere viva la curiosità di assaggiare qualcosa di nuovo. E valorizzare quella capacità tutta italiana di sdrammatizzare a tavola, con il sano gusto di prenderci un po’ per il culo tra una Barbera e uno Strachìtunt. Quel tempo è il nostro vero patrimonio immateriale, dalla cucina alla vigna: ciò che, tra imitazioni, caricature e omaggi, continua a renderci riconoscibili e, soprattutto, così amati in tutto il mondo. Buon principio.
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