Itinerari

Il cammino umbro di 90 chilometri tra borghi silenziosi dove ogni tappa finisce a tavola

Un percorso ad anello intorno al monte Croce di Serra, in Umbria. Circa 90 km di strada, tra boschi e piccoli borghi in pietra quasi del tutto disabitati

  • 19 Luglio, 2026
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Novanta chilometri con lo zaino sulle spalle, tra fango, boschi, salite e paesi dove spesso si sentono più rondini che voci umane. Il Cammino dei Borghi Silenti parte e finisce a Tenaglie, in una parte dell’Umbria rimasta lontana dai grandi itinerari religiosi e dalle mete più affollate. Di giorno si cammina tra faggi, querce, laghi e piccoli borghi; la sera la fatica si scioglie davanti a un piatto di pasta fatta in casa e a un bicchiere di vino umbro.

Le spalle sono ormai piegate dai chili dello zaino, e le caviglie bruciano perché hanno traballato per chilometri tra fango, erba e sassi, e la pancia brontola perché ormai ha smaltito il panino del pranzo. Ecco che si affaccia un pensiero, del tutto umano, che ci fa dubitare: «Perché lo sto facendo?». La risposta non arriva, almeno finché siamo in cammino.

Il Cammino dei Borghi Silenti: 90 chilometri nell’Umbria meno affollata

Questo articolo è stato pubblicato sul mensile luglio/agosto 2026 del Gambero Rosso

Il Cammino dei Borghi Silenti si muove per chilometri in una parte dell’Umbria che sembra sia stata ignorata dalle grandi suggestioni religiose che hanno fatto proliferare tutto intorno santuari e conventi. Anche la natura qui sembra essersi contenuta, come se non avesse voluto esagerare nel modellare la terra e riempire troppo laghi e fiumi, che appaiono quasi a sorpresa tra montagne che con un po’ di buona volontà tutti possono scalare.

Da Tenaglie a Melezzole, tra boschi e paesi quasi vuoti

Tenaglie è il punto di partenza e sarà il punto di arrivo. Dopo aver ritirato le credenziali e scaricato le tracce Gps sul telefono, io e il mio compagno di viaggio iniziamo a camminare con passo deciso, quello di chi ha finalmente iniziato un’avventura anticipata da giorni di chiamate, prenotazioni e acquisti di accessori. Dopo il primo chilometro, quando ancora dobbiamo trovare la sistemazione più agevole dello zaino e l’allacciatura più comoda delle scarpe, iniziamo a chiederci se ce la faremo.

Addentrandoci nel primo bosco però, quando i colori dei fiori selvatici iniziano a distrarci, ci viene voglia di vedere sempre di più, e le gambe si mettono al servizio della volontà, sfidando la prima salita e conquistando un prato che sembra fatto apposta per buttarsi a terra a mangiare un panino. Intorno altri pellegrini, volti e voci che incontreremo fino all’ultimo giorno. Il primo borgo silente è vicino.

Tra i faggi e le querce iniziano a farsi vedere i mattoni, e d’improvviso ci ritroviamo in mezzo alle case. Cominciamo a capire il perché la parola “silenti” faccia parte del nome di questo cammino. Le case di Santa Restituta, divise da una scalinata che taglia tutto il paese in discesa, sono quasi tutte chiuse, e le prime voci, che non siano quelle delle rondini, si sentono nei dintorni di un baretto, che sembra allestito apposta per il ristoro dei camminatori. Poi ancora bosco, ma un po’ diverso da quello di prima, con dei piccoli stagni che appaiono qua e là, con l’acqua ferma che sembra un pavimento, bucata da qualche rana che si tuffa spaventata al nostro passaggio. Ecco le mura di Toscolano, che chiudono le case in pietra in un abbraccio, come a proteggerle dal verde che avanza tutto intorno.

Cosa si mangia lungo il Cammino dei Borghi Silenti

L’arrivo a Melezzole ha il sapore della conquista, perché il paese se ne sta su una collina che in qualche modo va scalata, nonostante la stanchezza per aver percorso la prima e più lunga tappa di tutto il cammino. L’impressione è che i vicoli siano battuti più dai pellegrini che dai residenti. Una casa, che è proprio come una casa qualunque, diventa la nostra per una sera, e apprezziamo subito gli effetti della prima doccia e dei vestiti più comodi. L’aperitivo lo facciamo nell’unico bar, che sta appena fuori le mura, ma non prima di esserci assicurati che l’alimentari sarà aperto domani mattina. Sì perché finché non si va a cena, non si può mollare la presa su un’organizzazione che per restare solida richiede dedizione continua.

Quando si entra in uno dei ristorantini o osterie, alla fine di una giornata, si viene assaliti dagli odori che vengono dalla cucina, ed è facile cadere nella tentazione dell’abbuffata. Ma lo spirito del camminatore, che dopo il primo giorno è nato dentro di noi senza che ce ne accorgessimo, suggerisce un pasto gustoso ma moderato, perché alla partenza del giorno dopo bisogna presentarsi leggeri. È facile farlo, perché il cibo dei Borghi Silenti è proprio come i paesaggi e i paesi che si incontrano, che non ti assalgono con promesse di abbondanza. Al ristorante Semiramide ci accorgiamo che le cose nel piatto hanno odori che somigliano a quelli che abbiamo sentito mentre eravamo in cammino; un percorso che porta dal bosco al tavolo in cui siamo seduti, dove ci aspettano pastelle di cicoria, zuppe di strigoli e ciriole agli asparagi di bosco.

La seconda tappa è più corta della prima, ma questo non ci consola, perché a vederla sulla mappa è tutto un saliscendi che si annuncia impegnativo. Lo zaino, le scarpe e i bastoni stanno diventando pian piano estensioni del nostro corpo, e le gambe, che il giorno prima non davano l’impressione di poter affrontare un’altra tappa, fanno il loro dovere, non senza qualche dolorino e qualche muscolo da sciogliere. Una foto vicino alla croce del Monte Croce Serra certifica l’arrivo sulla vetta più alta di tutto il cammino, con la vista su laghi, colline e paesi di tutte le forme. Le voci annunciano l’arrivo di una quindicina di camminatori un po’ chiassosi, che hanno scelto i colori più sgargianti per l’abbigliamento tecnico. A guardarli bene assomigliano ai braccialetti e ai nastri variopinti che hanno ormai ricoperto la croce di ferro che sta infilata nella roccia.

La tappa più dura tra Morruzze, Morre e la Pasquarella

La cima del monte è un po’ stretta, e sicuramente siamo finiti in qualche loro foto di gruppo. Le mucche ci guardano mentre la strada si addolcisce e ci accompagna giù, fino ad entrare in un castagneto tra i più grandi che si possano vedere. Le nuvole nere in arrivo rendono troppo breve la visita a Morruzze. È un posto ancora più piccolo e ancora più silenzioso degli altri, con tenute signorili circondate da giardini e pinete. Ci mettiamo a fantasticare su quale casa si potrebbe comprare. Seduti sulla panchina, su una piazza deserta che si affaccia sulla valle, vediamo i primi fulmini che colpiscono i boschi e i monti che forse sono quelli che abbiamo attraversato. A Morre arriviamo asciutti, perché inizia a piovere appena raggiunto il bar. Guardiamo gli altri pellegrini che arrivano zuppi, e un po’ siamo compiaciuti per il nostro tempismo, non sapendo che faremo anche noi quella fine. Dal bar alla casa dove dormiremo infatti, viene giù abbastanza acqua da inzuppare anche noi in pochi minuti. È una sorpresa scoprire che nonostante sia primavera, la signora che ci ospita a casa sua ha il camino acceso. Ha anche la televisione accesa, che manda il palinsesto pomeridiano, e anche questo, in qualche modo, ci scalda.

Morre durante il cammino dei Borghi Silenti

«Abbiamo fatto la tappa più difficile», ci diciamo all’enoteca Uva Passera di Morre. Brindiamo con un bicchiere di Sangiovese umbro biologico, in attesa di una gustosa lasagna alla boscaiola. È tutta una pacca sulle spalle, fino a quando non leggiamo sulla guida, che sì, la tappa più difficile è stata fatta, ma che la salita più ripida di tutto il cammino è quella che ci attende il giorno dopo. Al reparto forno dell’alimentari ci facciamo ingolosire dai torchietti, delle ciambelle al formaggio che mangiamo nella piazzetta del paese, dove si sono radunati altri camminatori pronti a partire. Da Morre si scende in mezzo all’erba fresca e rivoli d’acqua che accompagnano il fiume a fondo valle, fino all’Eremo della Pasquarella. Un posto incastrato nelle rocce delle montagne, in cui un gruppo di uomini semplici, secoli fa, ha deciso ritirarsi. Ci immaginiamo i loro canti che riverberano dentro la chiesetta, che è chiusa, ma ha una finestrella aperta che fa entrare le nostre voci e le rimanda fuori con un’eco sorprendente.

Poi inizia la salita, e come era scritto sulla guida, è la più dura, ma anche la più bella. Ogni tanto ci fermiamo e guardiamo indietro, e fa impressione la strada appena fatta, che scende a strapiombo e si nasconde nel bosco. Sulla cima viene voglia di riposare una mezz’oretta, ma lo spirito del camminatore richiama all’azione, suggerendo che più si sta fermi e più le gambe faticano a rimettersi in moto.

A Civitella del Lago si arriva dopo un pezzo sull’asfalto sotto al sole, che i cipressi che stanno intorno al cimitero non riescono a schermare. Sembra il borgo meno silente di tutti, nonostante il funerale che è in corso al nostro arrivo. Di bar ce ne sono due, e di ristoranti anche tre. I panini li dobbiamo fare subito, perché la signora dell’alimentari ci dice che il giorno dopo sono chiusi perché hanno una comunione. Capiamo che oggi è sabato. La piazzetta è tutto un movimento di giovani e anziani locali, di turisti e di rondini che vorticano intorno al campanile.

Dopo l’aperitivo usciamo dai vicoli e ci troviamo davanti a un tramonto che colora di rosso il lago di Corbara, le colline intorno a Orvieto e decine di altri paesi sparsi per tutto l’orizzonte. Un cameriere di Zio Cencio, il ristorante che sta proprio lì sul belvedere, e che ci aspetta per la cena, ci dice che uno di quei paesi è Civita di Bagnoregio, “la città che muore”. Zio Cencio, per posizione e per storia, sembra abituato a lavorare con un flusso di clienti più eterogeneo, almeno a giudicare dalle persone sedute intorno a noi, sedotte con sapori più universalmente umbri, come quelli del cinghiale e del tartufo.

Verso Baschi: il più è fatto

La penultima tappa si annuncia come la più facile. Scendiamo da Civitella, che lasciamo indietro avvolta da un anello di nebbia. Passiamo intorno al lago, e sentiamo qualche animale che si tuffa appena ci sente. Inizia a piovere, ma l’acqua che cade arriva su di noi leggera, filtrata dalle foglie dei faggi che si richiudono sulle nostre teste. Usciti dal bosco appare un edificio che sembra un’azienda, e in effetti lo è. Fuori dalla porta c’è un signore che sembra sia lì ad aspettarci. È il proprietario dell’azienda vinicola Barberani. Non ce la sentiamo di entrare, abbiamo le scarpe sporche di fango, e allora lui porta fuori qualche bottiglia e qualche calice. Ci fa assaggiare un Grechetto, un Rosato, e un Calcaia, prodotto con il supporto di una muffa che cresce sugli acini, favorita dal microclima. Dai calici sembra che esca fuori lo stesso sentore del fango argilloso che abbiamo calpestato negli ultimi chilometri, e che ormai è diventato una suola aggiuntiva dei nostri scarponi.

A Baschi arriviamo in scioltezza. È il paese con più automobili, ed è quello in cui incontriamo più gente locale che pellegrini. Condividiamo la casa con una camminatrice, che nei giorni precedenti abbiamo incrociato più volte. Nel cuore di un paese che sembra che abbia qualcosa in meno da raccontare, ci imbattiamo nei vicoli strettissimi del centro storico, tutto avvolto da un mistero tanto opaco quanto attraente. Il ristorante Cardeto è un salone che sembra fatto per le cerimonie. E infatti quando arriviamo i camerieri stanno ancora sistemando le decine di tavoli che hanno ospitato una comunione. Forse la stessa comunione in cui era invitata la signora dell’alimentari di Civitella del Lago. Ci concediamo qualche fritto e una bella pizza, mentre sul televisore scorrono video musicali di sola musica italiana.

Il torrente da guadare

L’ultima tappa, che tendiamo a sottovalutare «Perché ormai abbiamo visto tutto», ci regala una passeggiata in collina tra i fiori più colorati di tutto il cammino, una necropoli di epoca umbro-etrusca, una passeggiata lungo un torrente che due o tre volte dobbiamo guadare, una quercia solitaria in mezzo a un prato verde che sembra uno screensaver, una sosta in una cantina di un signore che fa sulla brace bruschette al pomodoro, una visita a Montecchio, tra “I borghi più belli d’Italia”, e due chiacchiere con Ilaria, nel suo laboratorio in cui lavora il cuoio e ci fa accessori per strumenti musicali.

L’arrivo a Tenaglie, il punto di partenza, sa di vittoria, e sembra ieri che eravamo qui a guardare timorosi la mappa del cammino appesa al muro. Foto finale, una bibita al bar, e si riparte. In macchina ci diciamo che in fondo è bello tornare a casa, e che non c’è niente di meglio di dormire nel proprio letto, dopo giorni di letti stranieri. Durante il viaggio di ritorno si ripresenta la domanda iniziale, ma con il tempo al passato: «Perché l’ho fatto?». Ma la risposta arriva qualche giorno dopo, senza preavviso. Il mondo che abitiamo tutti i giorni ci ha ormai ripreso, ma sembra un po’ diverso da come era. Con un po’ di tempo e attenzione, le stesse cose che ci ha chiesto questo cammino, ecco che scopriamo che ora fanno parte di noi un pugno di paesi arroccati sulle colline, circondati dal bosco e dal silenzio.

Foto: Alberto Blasetti

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