Fuori confine

Lo chef che ha chiuso un ristorante di lusso per ricominciare da capo

Dalla cucina del burro e del caviale a un nuovo inizio fatto di limiti e responsabilità: il racconto di Bas van Kranen a Madrid Fusión

  • 27 Gennaio, 2026
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C’è un momento, nel racconto di Bas van Kranen, in cui la cucina smette di essere un esercizio di stile e diventa una scelta di campo. Non una conversione morale, non una dichiarazione ideologica. Una decisione pratica, persino scomoda: fermarsi. Lasciare un ristorante di lusso che funziona. Rinunciare a burro, panna, formaggi, caviale. Ripartire da zero. Lo racconta lo stesso chef di Amsterdam sul palco di Madrid Fusión, senza enfasi, con una calma che pesa più delle parole.

«Durante la pandemia eravamo fermi, come tutti. I ristoranti erano chiusi. Ho deciso di investire quel tempo per capire cosa stavamo facendo davvero». Non è una frase programmatica: è un cambio di postura. Van Kranen racconta di aver usato quel tempo per parlare con chi produce il cibo. «Abbiamo iniziato a contattare agricoltori e raccoglitori. Li abbiamo visitati. Non per divertimento, ma per avere conversazioni aperte, per capire i loro problemi, le sfide, da dove inizia davvero la produzione del nostro cibo».

Ripartire dai produttori

Il punto di svolta ha un nome e un luogo. «A un certo punto ho incontrato Jan Dirk». È un allevatore e produttore di formaggio, fa il Remeker, una forma a latte crudo. «Prima ancora di conoscere la sua storia, era uno dei migliori formaggi che avessi mai mangiato», racconta il cuoco. Poi la visita in fattoria: poche mucche Jersey con le corna, una seconda azienda per allevare i tori – «se nasci maschio sei inutile in questo sistema» – la birra prodotta dal siero del latte, il grasso usato per la crosta del formaggio. «Non mi ha colpito per dire “lavoriamo insieme”. Mi ha spinto a rivedere tutti i miei ingredienti».

Qui la critica non è al prodotto, ma al metodo. «Non basta ordinare un ingrediente e valutarlo quando arriva. Bisogna sapere da dove viene, come è pescato, se danneggia il mare, ad esempio». Van Kranen mette in discussione il riflesso automatico del lusso: «Se non possiamo usare certi pesci di lusso, come possiamo cucinare cibo delizioso senza quell’idea di lusso?». È una domanda che non cerca assoluzioni. Chiede responsabilità.

Niente più burro

Da lì, la prima rinuncia. «Per questo ho deciso di eliminare i latticini come primo passo». Burro e formaggi, pilastri del comfort europeo, diventano un problema prima che una soluzione. E quando arriva il momento di riaprire, la frattura è definitiva. «Non mi sentivo più a mio agio a continuare come prima. Il ristorante era aperto da dodici anni, la gente si aspettava caviale, Wagyu, burro. Ho deciso di fermarmi. Di lasciare. Di ricominciare».

Non è una chiusura spettacolare. È una sottrazione. Nasce Flore, e nasce dai limiti. «Abbiamo ribaltato il processo: prima studiamo l’ingrediente, poi pensiamo al piatto». La tecnica resta, ma cambia funzione. «Non è una questione di concetto: il cibo deve essere buono. Deve essere gustoso». E ancora: «Dovevamo trovare lo stesso comfort senza burro e senza formaggio».

Il racconto si fa concreto quando parla di lavoro: ricerca sulle fermentazioni, uso del koji per dare struttura e profondità, ingredienti entro 300 chilometri, esclusione di pesticidi e chimica. «Non lavoriamo con agricoltori che li usano, perché la salute è un tema centrale». Anche qui, nessuna santificazione: è una linea che restringe il campo e aumenta la difficoltà.

C’è spazio anche per il cliente, ma senza lusinghe. «A Flore il cliente può scegliere: un menu onnivoro o uno completamente vegetale». La libertà è incanalata. «Sceglie la direzione, poi si affida a noi». È un patto chiaro, non una delega totale.

Sul palco di Madrid Fusión, van Kranen non vende una redenzione. Mostra un percorso fatto di rinunce verificabili: meno ingredienti iconici, più studio; meno comfort automatico, più responsabilità; meno lusso come default, più gusto come obiettivo. «Alla fine non si tratta di un concetto. Il cibo deve essere buono». È una frase semplice, che suona quasi controcorrente. Perché il coraggio, qui, non sta nel dire di no al burro. Sta nel dire di no a un modello che funzionava. E ricominciare davvero.

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