Ritratti

La donna che parlava alle galline (e che tutti credevano pazza)

Nell’Ottocento fu isolata e derisa, oggi è considerata una pioniera: la storia di Nancy Luce, allevatrice e poetessa che vedeva nelle galline qualcosa di più

  • 02 Maggio, 2026
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Le galline le chiamava per nome, le allevava per venderne le uova ma soprattutto per compagnia, nutrendole con amore e dedicando loro poesie scritte a mano. È stata considerata pazza per una vita intera ma Nancy Luce, oggi conosciuta come «La signora delle Galline», era in realtà una donna che soffriva di depressione e che ha lottato duramente per la sua terra. Diventando la prima imprenditrice donna del luogo.

Martha’s Vineyards, foto di Wikimedia Commons

Nancy Luce, la Signora delle Galline che ha cambiato il modo di allevarle

Martha’s Vineyard, il posto in cui è nata, morta e vissuta, è un’isola del Massachusetts a sud di Boston, famosa per il suo stile di vita tranquillo e le casine colorate. Qui, in piena campagna (precisamente a West Tisbury) nel 1811 nacque Nancy: poetessa, allevatrice, dopo la sua morte nel 1890, all’età di 79 anni, la donna divenne un simbolo del territorio. La sua tomba – con tanto di gallina in pietra costruita sopra – è ormai meta di pellegrinaggio per animalisti e viaggiatori curiosi, ma la signora Luce non è sempre stata la beniamina del paese, tutt’altro. Le è toccato il destino di tante donne dell’epoca: celebrate da morte, derise da vive.

Nancy Luce, foto di Wikipedia

Una figlia indesiderata in un mondo di aspettative

C’è da dire che la sorte fu infelice dall’inizio: nata esile, di corporatura minuta, in una famiglia di contadini che sognavano un figlio maschio che potesse aiutarli a racimolare qualche soldo in più, Nancy soffrì fin da bambina il peso di essere l’unica figlia di questi genitori lavoratori. In campagna aiutava poco, ma all’attività contribuiva parecchio: rammendava calzini, cuciva guanti di lana che poi andava a vendere nella cittadina vicina, portando con sé le uova. Quindici chilometri ad andare e tornare a cavallo, tutta sola, per raggiungere il villaggio più vicino, dove poteva recarsi anche all’emporio, il suo posto felice.

foto dall’archivio storico/collezioni fotografiche USA. da George Glazer

Una donna depressa, considerata pazza

L’infanzia e l’adolescenza la trascorse così, galoppando avanti e indietro dalla fattoria al villaggio. A vent’anni, poi, i primi segni della malattia mentale che l’accompagnò per il resto della vita: depressione. Ma nell’Ottocento certe cose non si sapevano né si volevano conoscere, una donna che soffriva al massimo era un’isterica (il termine, non a caso, viene da hystèra, «utero»), una pazza, una figura da isolare (un tempo persino da bruciare).

Foto di Martha’s Vineyard Museum

Nancy non trovò aiuto per il suo disturbo, e dopo pochi anni rimase orfana di entrambi i genitori, stroncati da un’epidemia. La ventiseienne, sola e di salute cagionevole, dovette allora sobbarcarsi l’intera attività. Non solo per senso del dovere, ma perché i vicini di proprietà, fiutato l’affare, iniziarono a chiedere all’amministrazione locale di confiscarle il terreno, reputandola incapace di intendere e di volere, chiedendo che venisse rinchiusa in un istituto per malati di mente.

foto di Martha’s Vineyard Museum

La resistenza di una donna emarginata e innamorata delle sue galline

Nancy fece quello che le donne hanno sempre fatto: lavorò il triplo per dimostrare di essere meritevole di rimanere lì, in casa sua, con i suoi animali. Dalla sua, per fortuna, ci fu il medico di famiglia, che si rifiutò di certificare l’infermità mentale che non vedeva. Nancy era infaticabile, dava da mangiare alle galline, le accudiva, vendeva le uova insieme agli indumenti cuciti a mano con pazienza. Di animali, in fattoria, ce n’erano anche altri, ma le galline le erano entrate nel cuore. Quando le temperature si facevano troppo rigide, le portava in casa, al caldo, e investiva persino dei soldi per farsi fotografare con loro, a cui dedicava moltissime poesie.

L’allevatrice e poetessa che imboccava a mano le galline

«Non esiste una vera ricerca accademica sulla sua scrittura» ha detto Susan Johnson, che ha completato una tesi di master alla Northeastern University analizzando le poesie della signora Luce: «Si parla molto della sua eccentricità e, in quanto donna e imprenditrice creativa, a volte in modo un po’ condiscendente… ma non le viene riconosciuto il rispetto come artista». Nancy Luce, invece, era proprio quello. Anche quello.

Era un’anima creativa che viveva libera ma tormentata, infelice ma senza briglie. Era allevatrice, animalista, sarta, artigiana. Era una donna che imboccava a mano la «viziata» gallina Hildy con la torta fatta in casa «perché dal pavimento non la prende», come scriveva sui suoi quaderni.

Tomba di Nany Luce, foto di Find a Grave

Da emarginata a simbolo dell’isola, la rivincita di una donna sola

Era una donna che oggi è diventata un motivo di vanto per la comunità locale, tanto che ogni anno viene celebrato il Nancy Luce Day con biscotti decorati a mano, banchetti e letture di poesie in suo onore. La prima imprenditrice dell’isola che da sola ha saputo mandare avanti un’attività familiare, e che per prima ha visto nelle galline un animale da compagnia, oltre che un simbolo di profitto.

Oggi le persone si recano sulla sua tomba per portarle galline in ceramiche, un gesto d’affetto per una donna che in vita fu emarginata e derisa e che solo dopo la sua morte è stata riconosciuta per ciò che era davvero: una silenziosa pioniera del suo tempo.

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