Salone del Gusto. Il vino che verrà secondo le nuove generazioni di produttori: da Torino Alessandro Ceretto e Stefano Almondo a confronto

4 Nov 2014, 17:46 | a cura di Livia Montagnoli
Sono i giovani produttori che prendono il testimone di decenni di viticoltura a raccontare il nuovo corso da intraprendere per valorizzare la produzione piemontese. Mettendo l’accento sull’importanza di tornare in vigna, promuovere la biodiversità e la zonazione. E fare un vino buono che non ammicchi ai gusti del mercato o delle guide.
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Qualche anno fa su Wine Spectator è apparso un titolo a tutta pagina: Nuove Generazioni del Barolo. Peccato che l'età media fosse 50-55 anni”, così Alessandro Ceretto (38 anni) nell'incontro “il Vino che verrà”, di cui è stato protagonista al Salone del Gusto – nell'area allestita dal quotidiano La Stampa - insieme a Stefano Almondo (28 anni), per parlare della viticoltura vista dalle nuove generazioni di produttori.
Lui, che rappresenta la seconda generazione della Cantina Ceretto di Alba, è tornato all'attività di famiglia nel 2000 dando l'imput decisivo per la conversione al biologico. Stefano Almondo, invece, laureato in Filosofia, ha finito per ritrovare nella vigna di famiglia (azienda Giovanni Almondo di Montà, Cuneo) i principi etici ed estetici dei suoi studi filosofici. Entrambi, interpretando il nuovo corso della viticoltura, mettono l'accento sull'importanza di fare il vino in vigna e non più in cantina, una rivoluzione copernicana, visto che fino a qualche decennio fa (per essere abbondanti) valeva la regola contraria.
Oggi l'attenzione alla terra, con particolare riferimento alla biodiversità e al concetto di zonazione, sono tra i primi obiettivi delle nuove leve del settore. Ma non basta. Il secondo punto è l'importanza di fare un vino buono che non ammicchi né ai gusti del mercato, né a quelle delle guide: “Credo che ogni vino debba essere diverso e per questo riconoscibile” spiega Ceretto “non è più tempo di vini omologati. Quando vent'anni fa il giornalismo si inserì prepotentemente nell'enogastronomia, gli effetti furono immediati. In molti casi positivi, visto il posizionamento di prezzo e la spinta che me ebbero certi vini e denominazioni. Ciò, però, non significa che oggi bisogna fare il vino pensando esclusivamente a chi lo degusterà o a chi lo acquisterà”.
Gli fa eco Almondo: “Il gusto del consumatore non va inseguito, ma va creato con dei suggerimenti che devono partire proprio dalle cantine”. Infine un augurio per quello che dovrà essere il futuro del vino: “Ritornando a quell'articolo di Wine Specator di cui sopra, spero che ci sia più posto per i veri giovani, senza nulla togliere a chi c'è stato prima. La generazione passata è nata povera e ha dovuto fare tanti sacrifici e compromessi per arrivare a dei risultati. Oggi si hanno più possibilità e, se guardiamo ai barolisti, si son spuntati prezzi alti, superiori alla media. Insomma ci sono tutti i presupposti per crescere e farlo senza compromessi col mercato. Sono fiducioso”. “Dalla mia esperienza posso dire che nel Roero, e nel vino in genere, di spazio per i giovani ce n'è” conclude Almondo “io e mio fratello (l'enologo Federico; ndr.) ne siamo l'esempio. Ma mi piace raccontare un episodio esemplificativo: in cantina di solito funziona che mio fratello imposta una temperatura, poi la notte mio padre la cambia, e ancora mio fratello la reimposta. Una dialettica interessante nuove-vecchie generazioni da cui non può che venire del buono: un processo di crescita insieme”. Anche se a temperature differenti.

A cura di Loredana Sottile

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