Veneto

Amarone: la direzione è quella della sottrazione, ma "il pericolo è fare dei vinelli". Ecco perché

Gli assaggi di Amarone Opera Prima 2026 e da un incontro in altra sede con le Famiglie Storiche restituiscono uno scenario in movimento: la grande Docg veneta sta vivendo una rivoluzione rapida non priva di rischi

  • 18 Marzo, 2026
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È tra i pochi rossi italiani che sono riusciti a costruirsi un’immagine consolidata di lusso e prestigio. L’Amarone della Valpolicella è diventato sinonimo di vino speciale, forte di uno stile estremo, capace di travolgere e coccolare il palato allo stesso tempo: potenza estrattiva, calore, morbidezza e concentrazione, nei migliori casi abbinate a grande senso della misura. Ha trovato soprattutto all’estero la sua consacrazione definitiva, trasformandosi nell’emblema del rosso da meditazione, facile da consumare anche senza cibo. Ma anche in Italia continua ad avere un certo appeal, se non altro come bottiglia delle grandi occasioni.

Oggi, però, è impossibile negare che l’Amarone stia attraversando una fase convulsa. I numeri raccontano di un calo contenuto piuttosto che di un crollo: -2,4% nel 2025 secondo il Consorzio Tutela Vini Valpolicella. Ma la preoccupazione per la tenuta a lungo termine della denominazione è reale. L’evoluzione del gusto ha cambiato rotta: l’alleggerimento è diventato un mantra, soprattutto tra gli addetti ai lavori.

Amarone, quando il metodo fa il vino: pro e contro

L’appassimento, pratica da cui nasce, porta grande concentrazione di zuccheri, rendendo quasi impossibile avere meno di 16 gradi alcolici (con punte di 17.5). In più, è in controtendenza con la tendenza a preferire vini che siano espressione diretta del terroir, senza filtri e senza sovrastrutture. Il rischio, secondo molti, è che sia proprio il metodo a “fare” il vino, schiacciando le differenze di suolo, esposizione e microclima. «Il metodo di produzione dell’Amarone è una cornice unica, comoda per certi versi, ma anche a doppio taglio», ha affermato JC Viens, ambassador del Consorzio Valpolicella, all’inaugurazione di Amarone Opera Prima 2026. «Il rischio è di puntare tutto su quello, quando invece bisogna guardare soprattutto al terroir».

Il valore dell’appassimento

Eppure, paradossalmente, l’appassimento nasce proprio per amplificare il territorio. Le uve tradizionali della Valpolicella – principalmente corvina, corvinone, rondinella e molinara – sono per loro natura scariche, poco colorate, leggere. Vinificate subito dopo la vendemmia danno vini aggraziati, godibilissimi, ma abbastanza semplici. «Sono varietà che sostengono l’appassimento meglio di altre – spiega Maria Sabrina Tedeschi, presidente delle Famiglie Storiche dell’Amarone – perché così esprimono sensazioni che, senza questo passaggio, non riuscirebbero a sviluppare». La soluzione, allora, non è rinnegare la formula, ma reinterpretarla. Anche sul piano semantico: «In passato si parlava di messa a riposo delle uve, non di appassimento – suggerisce Viens – era un’idea diversa, più culturale che tecnica». Da qui nasce anche la prossima sfida simbolica: ottenere il patrimonio Unesco per la tecnica della messa a riposo dell’uva. La candidatura verrà presentata ufficialmente a marzo 2026.

La rivoluzione nel bicchiere

Gli assaggi di Amarone Opera Prima 2026 e da un incontro in altra sede con le Famiglie Storiche restituiscono uno scenario in movimento: l’Amarone sta vivendo una rivoluzione rapida. Sono sempre più rari i vini massicci, segnati da residui zuccherini importanti, legni invasivi e ossidazioni premature. La direzione è quella della sottrazione, non senza rischi. «Il pericolo è fare dei vinelli», avverte Marco Speri di Secondo Marco, da sempre interprete di uno stile più sobrio ed elegante. In effetti, in alcuni casi, il desiderio di scorrevolezza porta a vini esili, con profili che ricordano dei semplici Valpolicella e un alcol che, non sostenuto da adeguata materia, lascia secchezza. In altri, emerge un carattere vegetale e irrisolto.

I migliori, però, dimostrano che togliere non significa scarnificare. Più che di un nuovo stile, si tratta di un ritorno a una concezione più classica, da sempre preferita da pochi tradizionalisti che oramai sono fonte d’ispirazione molto più delle meteore moderniste degli anni Novanta. «L’Amarone negli anni 70-80 era così: un vino complesso, ma non eccessivamente strutturato. E il nostro lo è sempre rimasto», afferma Giampaolo Speri, titolare dell’omonima azienda. Le recenti aperture del Consorzio vanno nella giusta direzione: da alcuni anni è possibile accorciare il periodo in fruttaio, vinificando già a metà novembre. Ma i produttori più importanti preferiscono intervenire prima, lavorando soprattutto sul vigneto.

La corsa verso l’alto dei vigneti

«Il problema è fare tutto nella stessa vigna: Superiore, Ripasso e Amarone», aggiunge Giampaolo Speri, che da sempre ricava l’Amarone da un singolo cru d’alta collina, Vigna Sant’Urbano. C’è sicuramente un’attenzione crescente alla parcellizzazione, alle esposizioni e alle altitudini. La corsa verso l’alto è ormai inevitabile, con nuovi impianti oltre i 500 metri, soprattutto in Valpolicella Classica, o in zone più fresche come la Valpantena. «Una vallata stretta e boschiva, dove si incanala il vento freddo dei Lessini», racconta Chiara Mattiello, responsabile comunicazione di Costa Arente, tra le realtà emergenti rappresentative dello stile 2.0.

Altro ritorno significativo è quello della pergola veronese, parzialmente soppiantata dalla spalliera: «Se orientata nord-sud è l’unico sistema che garantisce irraggiamento senza le scottature, che portano i marciumi», sostiene Marco Speri di Secondo Marco. «E per un vino ottenuto con l’appassimento i marciumi sono semplicemente inaccettabili».

Valpolicella – vigneti

L’annata 2021 come spartiacque

La 2021, che abbiamo degustato in anteprima, è considerata un’annata equilibrata, da molti definita l’ultima “classica”. Nei calici effettivamente emergono spigoli e tensioni acide che non si vedono di frequente, segno di una fase interlocutoria ancora in corso. Resta da capire se questo stile potrà essere affinato e soprattutto replicato in annate più calde, come la 2022, in uscita il prossimo anno. In ogni caso, il cambiamento emergerà lentamente: molti 2021 sono ancora in affinamento e alcune aziende hanno tuttora in commercio vini stilisticamente lontani da questa nuova sensibilità. Eppure, i migliori assaggi dimostrano che un altro Amarone è possibile: meno possente, più fine, ancora legato al metodo, ma senza caricature. Un fine wine capace di stare al passo con il tempo senza tradire sé stesso. E senza diventare una reliquia per nostalgici.

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