Vino, Attualità

In questa cantina della Napa Valley i dipendenti portano i figli al lavoro

Da quasi trent’anni la Honig Vineyard & Winery, nella Napa Valley, permette ai dipendenti di portare i figli piccoli al lavoro: una scelta rara nel mondo del vino che sta facendo discutere gli Stati Uniti

  • 16 Maggio, 2026
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Oggi non è difficile trovare cantine all’avanguardia, attente alla sostenibilità ambientale e dotate delle tecnologie più avanzate, spesso firmate da architetti famosi. Molto più raro, invece, è imbattersi in un’azienda che riesce a cambiare la quotidianità dei propri dipendenti come succede da Honig Vineyard & Winery, piccola realtà familiare di Rutherford nella Napa Valley, dove i figli al lavoro non sono un’eccezione: è la normalità.

La cantina della Napa Valley dove i figli entrano in ufficio

Tra le vasche e il laboratorio enologico, scrive il San Francisco Chronicle, può capitare di vedere un neonato addormentato in un marsupio mentre la madre lavora a un blend di vini, oppure un bambino che gioca accanto alla scrivania del genitore. Non è folklore aziendale, ma una scelta organizzativa che coinvolge diversi dipendenti.

Come è nata la politica “family friendly” di Honig

La pratica nasce quasi trent’anni fa proprio da un’esigenza interna. Regina Weinstein, oggi responsabile marketing, è stata la prima dipendente a portare i propri figli al lavoro. Da allora è diventata una tradizione. Anche il presidente della cantina, Michael Honig, ha fatto lo stesso con i suoi quattro figli.

A Napa Valley dove spesso le sale degustazione non accettano bambini, la filosofia di Honig è piuttosto controcorrente. L’azienda — meno di cinquanta dipendenti — ha trasformato l’accoglienza familiare in un tratto identitario, tanto che ai figli piccoli dei visitatori viene proposta una degustazione di succhi d’uva.

A lavoro con i figli

È il caso di Gabi Smith, assistant winemaker della cantina che rientrata al lavoro  dalla maternità con il figlio George, tre mesi, che la accompagna quasi ogni giorno. Quando il piccolo dorme nel marsupio, Smith può dedicarsi anche alle attività più tecniche del lavoro in cantina, come le sessioni di assaggio per i tagli dei vini, che prevedono decine di campioni da annusare e degustare. «Non siamo in un pronto soccorso, non stiamo salvando vite», ha spiegato Ashley Engelhoff, che guida il team enologico. «Se dobbiamo aspettare un’ora per un blend perché deve allattare suo figlio, non è un problema».

Nell’ufficio amministrativo la contabile Maleni Penuelas lavora mentre la figlia Ailany, un anno appena compiuto, gioca accanto alla scrivania. In sala degustazione capita invece di incontrare Milo, anche lui di un anno, che accompagna il padre Raphael Cruz, responsabile del wine club.

Le ragioni dietro la scelta

Il ragionamento, racconta Honig, è molto semplice: non costa nulla all’azienda, ma rappresenta un aiuto concreto per chi lavora. Riduce i costi di assistenza ai figli, facilita il rientro dopo la maternità o la paternità e rafforza la permanenza dei dipendenti.

Nella pratica, però, la presenza dei bambini in cantina è quasi sempre limitata ai primi mesi o i primi anni di vita. Quando iniziano a camminare e la questione “sicurezza” diventa preponderante, le famiglie tendono a trovare altre soluzioni.

L’iniziativa assume un significato ancora più forte se si guarda al contesto del settore vinicolo, storicamente dominato dagli uomini. Secondo dati recenti, negli Stati Uniti le donne rappresentano circa il 18% degli enologi e solo una minoranza guida le cantine.

Meno del 40% delle posizioni di leadership nel mondo del vino è occupato da donne. La flessibilità di Honig è particolarmente apprezzata dal suo team femminile, poiché la vinificazione e i lavori vitivinicoli non sono facilmente conciliabili con la maternità. Il caso di Honig dimostra che anche piccoli cambiamenti organizzativi possono fare la differenza. Per le madri, certo. Ma più in generale per tutti i genitori che lavorano nel settore.

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