Continua la lenta ascesa dei rosati, nonostante il contesto di calo generalizzato del consumo e degli scambi internazionali di vino. La categoria sta, infatti, erodendo quote di mercato ai vini bianchi e rossi, nella quale è inserita. Il dato è dell’Osservatorio mondiale dei vini rosati, curato da France Agrimer e dal Consorzio interprofessionale dei vini di Provenza, l’unico dal 2002 in grado di fornire dei trend economici su questo specifico segmento. I numeri sono del 2023, gli ultimi disponibili, e testimoniano il miglioramento delle posizioni per i vini rosati, in un quadro difficile per tutte le tipologie. La Francia si conferma leader assoluta. L’Italia, che purtroppo coi suoi principali consorzi sta viaggiando in ordine sparso avendo messo nel cassetto il progetto dell’Istituto Rosautoctono (soprattutto per difficoltà d’accesso ai fondi di promozione europei per i consorzi di secondo livello), resta comunque tra i maggiori produttori ed esportatori mondiali. Mentre altre aree di consumo possono considerarsi emergenti, specie quelle dell’Est Europa e dell’Oceania, da tenere presente nelle future strategie di marketing, come suggeriscono gli analisti economici di France Agrimer.
Dopo aver raggiunto il massimo livello nel 2019, il mercato mondiale dei rosati presenta un trend calante ma con performance migliori del segmento dei vini fermi. L’Osservatorio parla di un 2023 di «consolidamento», in linea con l’anno precedente. Il mercato vale complessivamente 18,5 milioni di ettolitri al consumo, pari a circa il 10% del totale mondiale. La Francia è leader (con 5,8 mln di ettolitri) stabile rispetto al 2022, seguita da Germania (2,1 mln/hl) e Stati Uniti (1,9 mln/hl). Italia in quarta posizione (1,1 mln/hl) seguita dal Regno Unito (1 mln/hl).
Il segmento si sta dimostrando «resiliente». Sui 46 Paesi presi in esame dall’Osservatorio solo cinque hanno perso quote rispetto al periodo 2012-2014. E se si guarda all’intervallo 2019-2023, i rosati perdono solo l’1,7% l’anno rispetto a un calo più alto, pari a -3,8 per cento, registrato dal totale dei vini fermi. In altre parole, i fermi scendono a velocità doppia rispetto ai rosati.

In un contesto del genere, i Consorzi di tutela italiani, al netto dell’assenza di una strategia comune, stanno diversificando le produzioni per provare ad agganciare il trend. Il Consorzio del vino Chianti Docg ha appena presentato richiesta al Masaf per una storica modifica al disciplinare di produzione, con cui si chiede l’introduzione della nuova tipologia Chianti rosato. Per il presidente Giovanni Busi, la stima iniziale a volume potrebbe raggiungere i 10 milioni di bottiglie, già a partire dai vini dell’annata 2025.
A pensare concretamente in rosa è anche il Consorzio di tutela del Primitivo di Manduria: nel mandato della presidente Novella Pastorelli c’è l’introduzione del rosato Primitivo Doc su cui l’ente si concentrerà al ritorno da una missione promozionale in Cina: disciplinare «quasi completato», fanno sapere, con le ultime verifiche in vista delle prossime assemblee, prima della trasmissione a Regione e Ministero dell’Agricoltura. «Il lavoro sul Primitivo di Manduria rosato Doc è ormai in fase avanzata», ricorda la presidente, dopo oltre due anni. «Non è semplicemente una risposta allo stallo dei vini rossi – precisa – ma una scelta strategica per consolidare la presenza della denominazione su scenari nazionali e internazionali, intercettando le nuove tendenze e ampliando le occasioni di consumo». Il Consorzio punta a proporre un vino immediato ma non banale, che conservi l’anima del Primitivo di Manduria in «chiave più leggera, versatile, adatta a molteplici occasioni di consumo».
Novità anche nella Doc Garda, con il via libera recente alla nuova versione Pinot grigio ramato rosato, nel quadro di un rinnovamento delle produzioni che ha introdotto sia il cremant sia la versione low alcol. La Doc Prosecco è già avanti da alcuni anni, con volumi di rosé a circa 20 milioni di bottiglie, pari all’8% della produzione complessiva. Anche il Consorzio della Doc delle Venezie, che custodisce la grande fetta del Pinot grigio, si è mosso già dal 2021 seguendo l’onda rosa, con l’ok al rosé/ramato. Traguardo in arrivo per l’Asti rosé Docg: il consorzio piemontese diretto da Giacomo Pondini fa sapere che l’iter annunciato nel 2024 sta per entrare nella fase cruciale, con il Comitato vini del Masaf che si appresta a valutare la proposta dei produttori per la modifica a un disciplinare di produzione che gioca tutte le sue carte sul blend moscato-brachetto.

Spumanti – rosati – Foto di Roberta Radini da Pixabay
Novità importanti anche in casa del Consorzio vini d’Abruzzo. Il Cerasuolo, con circa 9 milioni di bottiglie prodotte, è considerato ormai tra le tipologie del futuro da diversi produttori, e per il quale sono arrivati importanti riconoscimenti nella guida Vini d’Italia 2026 del Gambero Rosso. L’ente di tutela, dopo tre anni di lavoro, test e ricerche sulle annate 2022/24, ha trovato la quadra sulla definizione del range di colore del Cerasuolo. Dovrebbe oscillare tra il rosso ciliegia e il rubino chiaro. Un lavoro di «recupero di tradizione e storicità, per puntare su un vino identitario», spiega al settimanale Tre Bicchieri il presidente Alessandro Nicodemi, ricordando che in Abruzzo vigeva un’antica distinzione tra vino bianco, rosso (il Cerasuolo) e nero (il Montepulciano d’Abruzzo). Dicembre sarà il mese dell’assemblea dei soci, in cui saranno resi noti i due parametri cromatici identificativi del Cerasuolo Doc. «L’obiettivo – sottolinea Nicodemi – è fare una modifica al disciplinare. Chi vorrà produrre Cerasuolo dovrà rispettare i range di colore, mentre per chi vorrà colori più tenui, simili ai buccia di cipolla provenzali, ci sarà l’opportunità di rivendicare Abruzzo Doc rosato o Igt Terre d’Abruzzo rosato». Si spera di andare a regime con la vendemmia 2026.
Un’Italia, quindi, che sembra prepararsi a un nuovo assalto alla tipologia, spinta dal forte rallentamento della categoria dei rossi, evidenziatasi negli anni post-pandemia. E, più in generale, da una crisi complessiva del mondo vino che prosegue anche in questo primo semestre 2025, con la categoria che fa -5% a volume, secondo recentissimi dati Iwsr sui 20 mercati strategici globali. Italia che dovrà tenere conto dei trend di mercato. Quelli identificati dall’Osservatorio mondiale dei rosati parlano di modifica della geografia dei consumi. Non un fatto improvviso ma una progressiva erosione del peso di Francia, Germania e Stati Uniti: 53% a volume nel 2023 rispetto al 58% di quindici anni fa. A cui ha fatto da contrappunto l’affermazione dei Paesi dell’Europa centro-orientale, assieme a continenti come l’Oceania. Una crescita, tuttavia, non sufficiente a compensare i cali dei Paesi principali nel 2023. Negli Stati Uniti, per esempio, è proseguito il declino «strutturale» della tipologia “blush” (ottenuti da uve a bacca rossa vinificate in bianco, con un maggiore residuo zuccherino) mentre si è registrata una crescita e una stabilizzazione dei rosé in stile provenzale (più secchi).
Sono cresciuti i consumi in Canada, Italia e Spagna ma sta emergendo soprattutto la macro categoria “resto del mondo“, che nel 2023 ha raggiunto il 22% del totale rispetto al 17% di dieci anni fa. Un segnale, secondo l’Osservatorio, delle opportunità di sviluppo per il segmento e per tutte le imprese vitivinicole.

Metà dei rosati consumati nel mondo attraversa almeno un confine, per un volume di 9,5 milioni di ettolitri, ovvero circa il 10,7% dell’import globale di vini fermi. Rispetto al 2021, il 2023 segna -5% mentre nel decennio 2012-23 cresce del 21% (+1,6 mln/hl). Anche qui, la Francia è leader col 27% di quote, seguita da Germania (18% in aumento) e Stati Uniti (13%). Ma va sottolineato che, guardando i prezzi, l’import francese di rosati è di fascia molto bassa: 0,6 euro per 75 cl., spesso in formato sfuso. Diverso il discorso per Stati Uniti o Canada, dove i prezzi all’import sono i più alti in assoluto, rispettivamente 4,5 euro e 3,5 euro per 75 centilitri.
Il giro d’affari dell’import di rosati è di 2,2 miliardi di euro nel 2023, quasi raddoppiato in un decennio, quando era a 1,3 miliardi. Considerando i valori dell’import, secondo l’Osservatorio mondiale dei vini rosati, il Regno Unito (terzo a volume) è il primo importatore a valore, con quota del 17%, prima di Germania (11%), Stati Uniti (10%) e Francia (appena il 9% delle quote).

L’export globale di rosé tocca 10,8 milioni di ettolitri nel 2023, per un giro d’affari di 2,5 miliardi di euro. Anno difficile, di rallentamento, ma una lettura sul lungo termine evidenzia una progressione del 41% tra 2012 e 2023. La Spagna, con 4,2 milioni di ettolitri, si conferma leader dell’export della categoria, seguita da una Francia in calo e da un’Italia in trend positivo. Gli Stati Uniti appaiono in evidente calo strutturale, secondo l’analisi dell’Osservatorio mondiale dei rosati, con una media annua negativa pari a -9,5 per cento. I prezzi all’export vedono dominare la Francia (4,4 euro per 0,75 litri), poi Stati Uniti (1,9 euro) e Italia (1,7 euro), che si pone esattamente sul livello medio della categoria.
Da notare come proprio gli Stati Uniti stiano vivendo una metamorfosi, passando da esportatori a importatori netti di vini rosati, dal momento che l’export sta scendendo e la domanda interna non è più soddisfatta dalla produzione nazionale. Anche per il paese a stelle e strisce vale il noto proverbio: Tempora mutantur, nos et mutamur in illis.
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