La suddivisione del territorio in sottozone viticole, grazie al contributo del Consorzio di Tutela Alto Adige – per valòrizzare i vitigni che meglio si adattano alle numerose unità geografiche -, le aziende più piccole che si sono specializzate sulla vocazione dei propri vigneti (che siano aziende cittadine o realtà più lontane della Valle Isarco), le strutture cooperative che riservano le selezioni migliori solo ai vitigni che meglio si adattano al loro territorio. Sono questi i tratti distintivi della viticoltura e produzione vitivinicola dell’Alto Adige da alcuni anni.

foto di www.pfannenstielhof.it/
Qui ci concentriamo sulla schiava, il vitigno a bacca rossa più diffuso e rappresentativo della regione, oltre al lagrein e che, nonostante la superficie vitata si riduca di anno in anno, troviamo protagonista di due rossi tipici come il Santa Maddalena e il Lago di Caldaro di grande precisione stilistica, con i primi giocati più sulla ricchezza e la maturità, i secondi più sulla finezza e l’agilità.
Il nome suggerirebbe una origine slava o addirittura rimanderebbe ad un antico sistema di allevamento in cui era legata a un albero “tutore” e quindi “schiava”. Dato che nei paesi dell’area tedesca è nota come trollinger, che potrebbe essere una corruzione di “tirolinger”, non è da scartare l’ipotesi che sia una varietà autoctona del Sud Tirolo. Esistono diversi cloni di schiava (vernatsch in Alto Adige), tra i quali la schiava grossa (grossvernatsch) è la più diffusa. La grande popolarità di questo vitigno è dovuta alla sua resistenza e alla grande produttività. Entra nella composizione di quasi tutti i vini rossi da uvaggio della regione, ed è vinificata pressoché in purezza nelle Doc Lago di Caldaro, Alto Adige Schiava e Santa Maddalena.

Ed è proprio un Santa Maddalena, quello prodotto dall’azienda Pfannenstielhof Johannes Pfeifer, che con l’annata 2024 ha ottenuto il premio per il Miglior Rapporto Qualità Prezzo regionale sulla guida BereBene 2026 del Gambero Rosso. La piccola azienda di Rencio, minuscolo borgo ormai assorbito dal capoluogo. Bolano, è fra le interpreti più interessanti del Santa Maddalena, il classico rosso cittadino dalla beva immediata e appagante. L’etichetta premiata è un inno alla tipologia, profuma di frutto selvatico e sottobosco, con una tenue vena speziata sullo sfondo, il sorso, succoso e appagante, risulta lungo e armonico.

da sx, Anna, Johannes, Margareth e Veronika – foto di www.pfannenstielhof.it/
L’azienda della famiglia Pfeifer, citata in documenti ufficiali fin dal 1561, è oggi composta da Johannes, dalla moglie Margareth e dalle figlie Veronika e Anna (che rappresentano l’ottava generazione) e si sviluppa per una manciata di ettari e dipana i suoi vigneti fra la collina di Santa Maddalena e il corso dell’Isarco. L’apparente uniformità del vigneto in realtà nasconde grandi differenze nel suolo, con la parte più alta dove troviamo il porfido e quella più vicina all’Isarco dove a caratterizzare il suolo sono invece i depositi fluviali. Nella parte più vicina al fiume troviamo le vecchie viti di lagrein, che donano uve che sono tradotte in una Riserva ’22 dalla profonda espressione di frutto dolce e carnoso, che trova freschezza nella presenza di erbe aromatiche e spezie. In bocca il sorso è possente e rigoroso e spetta all’acidità il compito di donare agilità e lunghezza.
Nella foto di copertina Veronika e Johannes Pfeifer
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