Emilia-Romagna

Come salvare la vite dal caldo: le soluzioni naturali che funzionano

In Emilia-Romagna il progetto Climaviter sta dimostrando che l'uso di prodotti naturali di copertura per proteggere le uve dal caldo è molto efficace. Ma occorrono protocolli integrati

  • 28 Luglio, 2026
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Si chiama Climaviter (Strategie innovative per una vitivinicoltura sostenibile e resiliente al cambiamento climatico) il progetto emiliano-romagnolo che vede capofila la società Ri.Nova, nato per sostenere le imprese vitivinicole a rafforzare l’adattamento dei vigneti alla crisi climatica. L’iniziativa, che coinvolge Astra-Innovazione e sviluppo, Terre Cevico, Caviro, Riunite&Civ, Cantina sociale di San Martino in Rio, Terremerse e Dinamica (ente di formazione) assieme ad alcune aziende agricole del territorio regionale, sta ottenendo dei risultati sul campo su un doppio fronte, vigneto e cantina.

Il lavoro in vigneto e in cantina per rispondere alla crisi climatica

In vigneto, grazie all’uso di tecniche sostenibili di gestione della chioma (potatura tardiva, cimatura e defogliazione post-invaiatura) e prodotti di copertura (caolino e pinolene) per limitare gli effetti dello stress termico, cover crops e leguminose autoriseminanti per migliorare la fertilità, preservare l’acqua e ridurre i prodotti fitosanitari. In cantina, si lavora su uve da annate molto calde, con protocolli che utilizzano lieviti selezionati abbinati a tecniche per mantenere l’acidità, contenere il grado alcolico e migliorare la stabilità dei vini.

I risultati degli esperimenti 2025 e 2026

Dalle prove sperimentali su due annate consecutive, come la 2025 e la 2026, sono arrivati i primi esiti. Al Centro sperimentale di Astra-Innovazione e sviluppo a Tebano (Ravenna) sono confluiti i dati ottenuti nei campi di Rimini a Piacenza, ma anche nel Ravennate e Modenese. Nelle prove sulla protezione delle uve dal caldo e dall’eccesso di luce, già nel 2025 il caolino ha mostrato un’ottima efficacia. Anche gli interventi di defogliazione e cimatura mirata, fanno sapere i ricercatori, hanno fatto intravedere la possibilità di regolare la maturazione delle uve, a patto di calibrare bene intensità e tempistiche degli interventi.

Pietro Rebeggiani, responsabile scientifico del progetto, parla di primi risultati che indicano come «la strada più efficace non sia una singola soluzione, ma l’integrazione di più strumenti, da modulare in funzione delle condizioni climatiche e degli obiettivi produttivi».

Necessari protocolli integrati

Le prove sperimentali hanno evidenziato la necessità di costruire protocolli integrati: «Una defogliazione intensa, ad esempio, può migliorare alcuni parametri ma aumentare il rischio di eccessiva esposizione dei grappoli alla luce – ha spiegato Rebeggiani – e per questo può diventare utile abbinarla successivamente a un trattamento protettivo a base di caolino. La logica del progetto, dunque, non è quella di individuare una tecnica universale, ma di mettere a punto combinazioni efficaci, replicabili e adattabili ai diversi contesti aziendali». Ora si guarda a trasferire queste conoscenze acquisite e l’innovazione direttamente al sistema produttivo, promuovendo attività di formazione degli operatori, consulenza tecnica, divulgazione e percorsi di inclusione sociale.

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